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Rut: un esempio

a cura di Lucio Sembrano - La famiglia di Gesù è multietnica: il personaggio chiave è Booz, il Betlemmita, figlio di Salmon e Racab, la donna di Gerico risparmiata da Giosué (Gs 2,1.18; 6.25). Booz a sua volta sposò la straniera Rut, una donna di Moab.

Icona Albero di IesseSalmon e Raab, Booz e Rut: due coppie che conosciamo da Mt 1,5, che ricostruisce la genealogia degli antenati del re Davide e poi di Gesù: Salmon generò Booz da Racab, Booz generò Obed da Rut, Obed generò Iesse (padre del re Davide).
Sorprendentemente l'evangelista Matteo introduce nell'albero genealogico del Cristo il nome di quattro donne, tra cui Rut, la vedova moabita che costruisce la casa di Davide. Ma ci rivela che la madre di Booz, il suo futuro go’el (cioè colui che la riscatterà dalla vedovanza, dandole dei figli, una volta tornata a Betlemme con la suocera Noemi), era a sua volta figlio di una straniera, Racab, la prostituta (o locandiera?) di Gerico, la cui casa era a ridosso delle mura della città più antica del mondo.

Ecco quanto apprendiamo dal resoconto della conquista di Gerico nel libro di Giosuè.

Giosuè, figlio di Nun, di nascosto inviò da Sittìm due spie, ingiungendo: «Andate, osservate il territorio e Gerico». Essi andarono ed entrarono in casa di una prostituta di nome Raab. Lì dormirono.
Fu riferito al re di Gerico: «Guarda che alcuni degli Israeliti sono venuti qui, questa notte, per esplorare il territorio». Allora il re di Gerico mandò a dire a Raab: «Fa’ uscire gli uomini che sono venuti da te e sono entrati in casa tua, perché sono venuti a esplorare tutto il territorio». Allora la donna prese i due uomini e, dopo averli nascosti, rispose: «Sì, sono venuti da me quegli uomini, ma non sapevo di dove fossero. All’imbrunire, quando stava per chiudersi la porta della città, uscirono e non so dove siano andati. Inseguiteli, presto! Li raggiungerete di certo».
Ella invece li aveva fatti salire sulla terrazza e li aveva nascosti fra gli steli di lino che teneva lì ammucchiati. Quelli li inseguirono sulla strada del Giordano, fino ai guadi, e si chiuse la porta della città, dopo che furono usciti gli inseguitori.
Quegli uomini non si erano ancora coricati quando la donna salì da loro sulla terrazza, e disse loro: «So che il Signore vi ha consegnato la terra. Ci è piombato addosso il terrore di voi e davanti a voi tremano tutti gli abitanti della regione, poiché udimmo che il Signore ha prosciugato le acque del Mar Rosso davanti a voi, quando usciste dall’Egitto, e quanto avete fatto ai due re amorrei oltre il Giordano, Sicon e Og, da voi votati allo sterminio. Quando l’udimmo, il nostro cuore venne meno e nessuno ha più coraggio dinanzi a voi, perché il Signore, vostro Dio, è Dio lassù in cielo e quaggiù sulla terra. Ora giuratemi per il Signore che, come io ho usato benevolenza con voi, così anche voi userete benevolenza con la casa di mio padre; datemi dunque un segno sicuro che lascerete in vita mio padre, mia madre, i miei fratelli, le mie sorelle e quanto loro appartiene e risparmierete le nostre vite dalla morte». Quegli uomini le dissero: «Siamo disposti a morire al vostro posto, purché voi non riveliate questo nostro accordo; quando poi il Signore ci consegnerà la terra, ti tratteremo con benevolenza e lealtà».
Bethany Vanderputten, Raab fa fuggire le spie israelianeAllora ella li fece scendere con una corda dalla finestra, dal momento che la sua casa era addossata alla parete delle mura, e là ella abitava, e disse loro: «Andate verso i monti, perché non v’incontrino gli inseguitori. Rimanete nascosti là tre giorni, fino al loro ritorno; poi andrete per la vostra strada». Quegli uomini le risposero: «Saremo sciolti da questo giuramento che ci hai richiesto, se non osservi queste condizioni: quando noi entreremo nella terra, legherai questa cordicella di filo scarlatto alla finestra da cui ci hai fatto scendere e radunerai dentro casa, presso di te, tuo padre, tua madre, i tuoi fratelli e tutta la famiglia di tuo padre. Chiunque uscirà fuori dalla porta della tua casa, sarà responsabile lui della sua vita, non noi; per chiunque invece starà con te in casa, saremo responsabili noi, se gli si metteranno le mani addosso. Ma se tu rivelerai questo nostro accordo, noi saremo liberi dal giuramento che ci hai richiesto». Ella rispose: «Sia come dite». Poi li congedò e quelli se ne andarono. Ella legò la cordicella scarlatta alla finestra.
Se ne andarono e raggiunsero i monti. Vi rimasero tre giorni, finché non furono tornati gli inseguitori. Gli inseguitori li avevano cercati in ogni direzione, senza trovarli. Quei due uomini allora presero la via del ritorno, scesero dai monti e attraversarono il fiume. Vennero da Giosuè, figlio di Nun, e gli raccontarono tutto quanto era loro accaduto. Dissero a Giosuè: «Il Signore ha consegnato nelle nostre mani tutta la terra e davanti a noi tremano già tutti gli abitanti della regione». (Giosuè 2,1-24)


Ora Gerico era sbarrata e sprangata davanti agli Israeliti; nessuno usciva né entrava. Come Giosuè ebbe parlato al popolo, i sette sacerdoti, che portavano le sette trombe di corno d’ariete davanti al Signore, si mossero e suonarono le trombe, mentre l’arca dell’alleanza del Signore li seguiva. Il gruppo armato marciava davanti ai sacerdoti che suonavano le trombe e la retroguardia seguiva l’arca; si procedeva al suono delle trombe. Giosuè aveva dato quest’ordine al popolo: «Non lanciate il grido di guerra, non alzate la voce e non esca parola dalla vostra bocca fino al giorno in cui vi dirò di gridare. Allora griderete».
Il settimo giorno si alzarono allo spuntare dell’alba e girarono intorno alla città sette volte, secondo questo cerimoniale; soltanto in quel giorno fecero sette volte il giro intorno alla città. Alla settima volta i sacerdoti diedero fiato alle trombe e Giosuè disse al popolo: «Lanciate il grido di guerra, perché il Signore vi consegna la città. Questa città, con quanto vi è in essa, sarà votata allo sterminio per il Signore. Rimarrà in vita soltanto la prostituta Raab e chiunque è in casa con lei, perché ha nascosto i messaggeri inviati da noi. Quanto a voi, guardatevi da ciò che è votato allo sterminio: mentre operate la distruzione, non prendete nulla di ciò che è votato allo sterminio, altrimenti rendereste votato allo sterminio l’accampamento d’Israele e gli arrechereste una disgrazia. Tutto l’argento e l’oro e gli oggetti di bronzo e di ferro sono consacrati al Signore: devono entrare nel tesoro del Signore».
Il popolo lanciò il grido di guerra e suonarono le trombe. Come il popolo udì il suono della tromba e lanciò un grande grido di guerra, le mura della città crollarono su se stesse; il popolo salì verso la città, ciascuno diritto davanti a sé, e si impadronirono della città. Votarono allo sterminio tutto quanto c’era in città: uomini e donne, giovani e vecchi, buoi, pecore e asini, tutto passarono a fil di spada.
Gustave Doré, Giosuè risparmia RutGiosuè aveva detto ai due uomini che avevano esplorato la terra: «Entrate nella casa della prostituta, conducetela fuori con quanto le appartiene, come le avete giurato». Quei giovani esploratori entrarono e condussero fuori Raab, suo padre, sua madre, i suoi fratelli e quanto le apparteneva. Fecero uscire tutti quelli della sua famiglia e li posero fuori dell’accampamento d’Israele. Incendiarono poi la città e quanto vi era dentro. Destinarono però l’argento, l’oro e gli oggetti di bronzo e di ferro al tesoro del tempio del Signore. Giosuè lasciò in vita la prostituta Raab, la casa di suo padre e quanto le apparteneva. Ella è rimasta in mezzo a Israele fino ad oggi, per aver nascosto gli inviati che Giosuè aveva mandato a esplorare Gerico. (Giosuè 6,1.8-10.15-25)



Donne intriganti

L'evangelista Matteo offre alla comunità credente una rivelazione inquietante fin dalla prima pagina del suo vangelo. Per niente scontato quell'albero genealogico che ricostruisce la discendenza del Cristo, figlio di Davide, figlio di Abramo e figlio di Maria, la sposa di Giuseppe. Può capitare che, alquanto annoiati dalla monotona sequenza di nomi maschili (del padre che genera il figlio) neppure ci si accorga di alcune variazioni che invece meritano attenzione perché Matteo, contravvenendo lo schema letterario, menziona in due occasioni anche i fratelliGiacobbe generò Giuda e i suoi fratelli» (1,2); «Giosia generò Ieconia e i suoi fratelli», 1,11) e, cosa ancor più sorprendente, nomina quattro donne che non spiccano per sottomissione. Hanno a che fare con incesto, prostituzione, adulterio e per giunta sono straniere (1). Come a dire che il figlio di Davide porta in sé una fusione di "sangui": «Cristo partecipa del sangue dei cananei - scrive Lutero commentando la storia di Tamar - e questo, per dichiarare fin dal principio che non rifiuta le genti: tant'è vero che le ha accolte e si è degnato di assumerle nella sua stessa persona» (2).


Torniamo a Betlemme…
Prendiamoci cura dell’altro, come Rut con Noemi, come Gesù con noi.

In questo percorso ci soffermiamo sulla storia di Rut, la straniera che ha suscitato ammirazione in tutta Betlemme (3). In ebraico Betlemme significa «casa del pane» e non c'è dubbio che a renderla tale ha contribuito anche Rut, la bella spigolatrice moabita. Abbiamo bisogno di percorrere fino in fondo le strade che partono e fanno ritorno alla «casa del pane». Abbiamo bisogno di tornare a sognare i sogni di Dio. Abbiamo bisogno di fare una revisione della nostra identità, e delle motivazioni del nostro servizio, a partire da Betlemme.
Betlemme è un punto di riferimento per la vita ecclesiale di ogni tempo. Là incontriamo i personaggi del presepe e anche quelli che stanno per così dire sul fondale, come Rut, la straniera che condivide il destino della suocera afflitta, e così facendo, edifica la casa del re Davide e del Messia. Cominciare da Betlemme significa partire dalla povertà, dalla condizione straniera e dalle tante lacrime che impastano la storia del Dio che si fa uomo.


Costretti a emigrare

Una grave carestia costringe Elimèlech a emigrare da Betlemme nella campagna di Moab, con la moglie Noemi («gioia/delizia mia») e i suoi due figli dai nomi quanto mai allusivi: l'uno si chiamava Maclon, che significa «malattia», l'altro Chilion, «fragilità». Essi sembrano portare nei loro nomi quel destino di fame e di morte che spinge a lasciare Betlemme. Anche il nome del capo famiglia è simbolico, giacché in ebraico Elìmèlech significa «il mio Dio è re».
La carestia è un tema ricorrente nella Bibbia e richiama la vicenda dei patriarchi, di Abramo, Isacco e dei figli di Giacobbe, costretti a scendere in Egitto a causa della fame «perché la carestia infieriva su tutta la terra» (Gen 41,57). Emigrare, abbandonare la propria terra per cercare altrove pane e futuro. Si comincia con tutta l'amarezza che comporta il lasciare la propria patria (terra nativa, terra dei propri padri e parenti), e si prosegue con la fatica del trasferimento in altra terra e cultura dove si risiede come «stranieri». Tale è stata la condizione di Abramo, che si qualifica «straniero e forestiero» (Gn 23,4) e la condizione stessa di Israele in Egitto. Il popolo di Dio ha come iscritto nel suo dna la condizione di straniero e pellegrino, e proprio per questo gli è chiesto (da Dio) apertura di cuore, accoglienza e non sfruttamento degli stranieri: «Non opprimerai il forestiero: anche voi conoscete la vita del forestiero, perché siete stati forestieri in terra d'Egitto» (Es 23,9). E più in positivo: «Amate dunque il forestiero» (Dt 10,19).
Anche il neonato Gesù e la sua famiglia hanno sperimentato la condizione dell'esule: hanno dovuto emigrare, infatti, non a causa della fame, ma della persecuzione (Mt 2,13). E proprio l'Egitto è stato per la santa Famiglia terra di accoglienza, come inizialmente lo fu per Israele (4).


Un Dio che sembra affliggere

Non basta emigrare per trovare vita e futuro. Anzi, nella campagna di Moab la famiglia di Elimèlech trova devastazione e morte. Noemi è privata del suo sostegno, muore l'uomo della sua vita, suo marito. Il colpo è duro, ma Noemi resiste. C'è una forza interiore dentro di lei, una ragione affettiva che la spinge a lottare contro il destino avverso. Deve pensare a crescere e sistemare i suoi figli. Sono loro che alimentano la sua speranza lasciando aperto il sentiero dei sogni e della vita. I figli di Noemi si sposano con due giovani donne di Moab: una si chiama Orpa («colei che volta il dorso»), l'altra Rut, che significa «amica».
Ma il destino infierisce. Non nasce alcuna vita nella famiglia di Noemi. Anzi, muoiono anche i suoi due figli. È pensabile un dolore più grande? Noemi, «la gioia» dell'uomo il cui Dio è re, si scopre del tutto svuotata e inaridita, «come terra deserta, arida, senz'acqua» (Sal 63,2). Svuotata anche di lacrime. Infatti, il lamento sulla bocca di Noemi appare soltanto in seconda battuta, quando ha già preso la decisione di far ritorno dai campi di Moab.


Marc Chagall, Noemi e le sue nuoreNoemi benedice le nuore e vuole tornare in patria

È sulla via del ritorno «nel paese di Giuda», al momento del congedo dalle due nuore, che Noemi fa udire per la prima volta la sua voce: «Andate, tornate ciascuna a casa di vostra madre; il Signore usi bontà con voi, come voi avete fatto con quelli che sono morti, e con me! Il Signore conceda a ciascuna di voi di trovare tranquillità in casa di un marito» (Rut 1,8-9).
Cosa può offrire Noemi a quelle due giovani vedove? Nulla più, se non l'augurio di bene, l'augurio di trovare da parte del Signore quell'accoglienza e bontà, che esse stesse hanno donato a lei e ai suoi morti. Noemi non ha più nulla da dare, è del tutto «svuotata». Niente più vita, né speranza. Ma le due nuore insistono, non intendono abbandonarla. E dunque insiste anche lei, con forte tono affettivo: «Tornate indietro, figlie mie! Perché dovreste venire con me? Ho forse ancora in grembo figli che potrebbero diventare vostri mariti? ... No, figlie mie; io sono molto più amareggiata di voi, poiché la mano del Signore è rivolta contro di me» (Rut 1,11-13).

Noemi chiama le nuore «figlie mie» ma senza alcun ricatto affettivo. Non intende affatto legarle ulteriormente a sé, ma piuttosto lasciarle libere di progettare il loro futuro lontano da lei che è molto «amareggiata». Incombe su di lei una tale sciagura che perfino il volto di Dio le appare diverso: lo chiama Shadday, titolo che evoca il Dio dei patriarchi nel tempo della migrazione (Gen 49,25), il volto del Dio dell'esilio (Ez 1,24 e 10,5), un Dio che l'ha resa amara e vuota, priva della sua dignità di sposa e madre, senza figli e senza futuro. Egli ha rivolto contro di lei la sua mano.

Un lamento acuto e pungente, un lamento che si fa accusa. Le tre donne piangono insieme: «Di nuovo esse scoppiarono a piangere» (Rut 1,14). Alla fine del lamento Orpa bacia la suocera e poi volge il dorso, cioè realizza il suo nome tomando a casa della madre. Non così Rut, che non vuol saperne di lasciare sola Noemi nella sua amarezza: Non insistere con me che ti abbandoni e torni indietro senza di te, perché dove andrai tu, andrò anch'io, e dove ti fermerai, mi fermerò; il tuo popolo sarà il mio popolo e il tuo Dio sarà il mio Dio. Dove morirai tu, morirò anch'io e lì sarò sepolta (Rut 1,16-17).

Com’è possibile una tale scelta? Perché questa moabita sceglie il popolo e il Dio di Noemi? Non forse per amore della stessa Noemi? Cosa ha mostrato infatti il Dio di Noemi per essere preferito ai suoi dèi? Decisamente nulla (almeno fino a questo punto della storia). La stessa Noemi si è dichiarata «amareggiata» a causa del suo Dio. Perché dunque sceglierlo? In effetti, nelle parole di Rut non è in primo piano la scelta religiosa. In primo piano è la solidarietà con la suocera afflitta, la scelta di prendersi cura di Noemi con tutto ciò che questo comporta.


Oltre la logica del dare e avere

L'afflitta Noemi è così provata e amareggiata che sembra incapace di concepire rapporti gratuiti. Poiché lei non ha più niente da «dare» le due nuore possono andarsene. Quel martellante «tornate indietro, figlie mie!», fa leva sulla lucida consapevolezza di non avere più niente da offrire. Noemi sembra concepire i rapporti all'interno di una logica di dare e avere. Non venite con me a Betlemme, perché io non ho più niente da darvi.
Questa logica riesce a persuadere Orpa, che a quel punto desiste dal suo intento, bacia la suocera e torna indietro. Non persuade però Rut, che vede le cose in altro modo, secondo un'altra logica e prospettiva. Anche se Noemi non ha più niente da darle (né marito né speranza), lei sceglie di andare e di stare con lei, di non abbandonarla, di rimanere comunque.

William Blake, Noemi e le sue nuoreLe parole utilizzate per esprimere la scelta di Rut evocano il linguaggio sponsale. Per seguire Noemi, la giovane moabita ha abbandonato suo padre e sua madre (Rut 2,11), come un uomo che prende in sposa una donna (cf. Gen 2,24). Ha scelto di unire la sua vita a quella di Noemi, l'afflitta. Non cammina con lei per avere in cambio qualcosa, ma semplicemente perché vuole fare unità con la donna amata, ovunque e comunque. Non chiede aiuto né pretende di aiutare. Lei non sa cosa accadrà seguendola nel suo paese, ma sa che non vuole abbandonare Noemi, e fa suo tutto ciò che la riguarda. Come Abramo, anche Rut esce dalla sua terra e dalla casa di suo padre. E il movente non è direttamente una chiamata divina, ma una chiamata alla solidarietà radicale, quell'amore gratuito che, di fatto, apre un nuovo cammino.


Spigolatrice a Betlemme

Accompagnata dalla giovane nuora, Noemi torna dunque a Betlemme. È difficile ricominciare, ma in due è meno duro, l'una sostiene l'altra. Noemi, donna avveduta, offre consigli e pianifica incontri; Rut, generosa e avvenente, rischia in prima persona. Non si aggrega con le serve, ma a costo di apparire impudente si mise a spigolare «dietro ai mietitori». Il suo comportamento non passa inosservato, ma viene interpretato benevolmente, alla luce di ciò che ormai si sapeva di lei nella città di Betlemme, come si evince dalle parole di Booz:

Mi è stato riferito quanto hai fatto per tua suocera dopo la morte di tuo marito, e come hai abbandonato tuo padre, tua madre e la tua patria per venire presso gente che prima non conoscevi. Il Signore ti ripaghi per questa tua buona azione e sia davvero piena per te la ricompensa da parte del Signore, Dio d'Israele, sotto le cui ali sei venuta a rifugiarti (Rut 2,11-12).

Booz non è ignaro della situazione. Sa bene che il tempo della mietitura non è esente da pericoli, che (allora come ora) le donne più a rischio di violenze e abusi sessuali sono quelle indifese, come le vedove e le straniere. Egli stesso si fa dunque garante e invita la giovane moabita a «non andare a spigolare in un altro campo», ma a stare nella sua proprietà, poiché ha dato ordine ai suoi servi di non molestarla. Comincia a rivelarsi la provvidenza divina tanto attesa. Le «ali» del Dio d'Israele, sotto le quali le due vedove trovano rifugio, si servono di Booz, della sua apertura di mente e di cuore, del suo discreto prendersi cura di loro.

Agli occhi di Booz, la diversa appartenenza etnica non è un ostacolo. Egli stesso figlio di una donna non israelita, Racab di Gerico, non ha preclusioni mentali. Certo non è indifferente appartenere al popolo di Israele, ma più importante è la bontà che Rut ha manifestato verso Noemi. Uno sguardo, quello di Booz, che apre una finestra anche nel modo di vedere da parte di Noemi. Finora, a questo punto della storia, infatti, è come se Noemi abbia piuttosto subito la scelta di Rut. Non è ancora riuscita a vedersi in «coppia» con la nuora. Quando arriva a Betlemme, è solo di se stessa che parla, replicando alle amiche di un tempo: «Non chiamatemi Noemi, chiamatemi Mara, perché l'Onnipotente mi ha tanto amareggiata! Piena me n'ero andata, ma il Signore mi fa tornare vuota ...» (Rut 1,20-21). Ora lo sguardo di Booz, o meglio, la percezione di quello sguardo attraverso il racconto di Rut, apre gli occhi di Noemi sulla possibilità di essere «riempita» in modo impensato e sorprendente proprio attraverso il grembo di sua nuora, che è come una figlia.


Notte di seduzione e di alleanza

Da sempre la stagione della mietitura è tempo di gioia e di amori. Ma quello che accadde nella notte sull'aia di Booz, accanto al grande mucchio di grano, è avvolto di segreta complicità femminile. «Figlia mia, non devo forse cercarti una sistemazione, perché tu sia felice?» (3,1).
Noemi comincia a parlare alla nuora in modo nuovo. Ha recepito, attraverso il racconto di lei, lo sguardo positivo di Booz, il suo interesse per la bella e buona moabita, e questo sguardo maschile le accende la mente, risveglia la sua fantasia, mette in moto energia e grinta. Fa notare che Booz è «nostro parente» (appare finalmente il «noi»), ora Noemi è davvero complice, si percepisce una con Rut, la vede come suo proprio riscatto e possibilità di futuro. Suggerisce dunque la strategia: Questa sera deve ventilare l'orzo sull'aia. Lavati, profumati, mettiti il mantello e scendi all'aia. Ma non ti far riconoscere da lui prima che egli abbia finito di mangiare e di bere. Quando si sarà coricato - e tu dovrai sapere dove si è coricato - va', scoprigli i piedi e sdraiati li. Ti dirà lui ciò che dovrai fare (Rut 3,2-4).

Booz aveva mangiato e bevuto con allegria quella sera. Poi, come per assaporarsi ancora la soddisfazione dell'abbondante mietitura, era andato a dormire «accanto al mucchio d'orzo». La venuta di Rut è quasi impercettibile, come un'ombra nella notte: «Essa andò pian piano, gli scoprì i piedi e si sdraiò» (3,7). Nessuna parola, nessuna azione invadente. Presenza discreta quella di Rut, ma fortemente audace e provocante.
Booz è preso da un brivido, quando a mezzanotte si sveglia e avverte che ai suoi piedi giace qualcuno (ancora non si rende conto «chi» sia). Il testo lascia intuire una relazione di intimità sessuale, che Rut gioca a suo rischio invocando il diritto di solidarietà: fa espresso riferimento infatti alla legge del levirato che prevede l'obbligo di dare una posterità al parente morto senza lasciare prole (Dt 25,5-10). Dice infatti Rut a Booz: «Stendi il lembo del tuo mantello sulla tua serva, perché tu hai il diritto di riscatto» (3,9).

Quella notte si gioca il destino di Rut e di Noemi, ma anche di Betlemme e della casa d'Israele. Notte di brivido e di alleanza. Notte che germina un patto nuziale, che fa della vedova straniera una sposa. Nel grembo della notte fiorisce il sentimento sul quale Rut potrà contare per far valere poi, alla luce del giorno, il suo diritto di riscatto. Ciò che nasce nel grembo della notte si fa chiaro, infatti, il giorno dopo alla porta della città, alla presenza di dieci testimoni fra gli anziani. A Booz non è tanto l'acquisto della «terra» che interessa, quanto il futuro di una famiglia. Parla di «acquistare Rut»; usa il verbo qanah, ma non in senso commerciale; è il medesimo verbo che in Is 11,11 descrive l'azione divina: «In quel giorno avverrà che il Signore stenderà di nuovo la sua mano per riscattare (qanah) il resto del suo popolo, superstite dall'Assiria e dall'Egitto». Booz vede le cose dal punto di vista di Dio (5).


La consegna del sandalo a Booz

Alla porta di Betlemme non si fanno soltanto parole. Booz non si alza finché il contratto non viene ratificato in modo simbolico, con la consegna del sandalo da parte del parente che aveva precedenza nel diritto di riscatto. Precisa il narratore: «Anticamente in Israele vigeva quest'usanza in relazione al diritto di riscatto o alla permuta: per convalidare un atto, uno si toglieva il sandalo e lo dava all'altro. Questa era la forma di autenticazione in Israele» (Rut 4,7). E questa usanza viene puntualmente messa in atto. Colui che aveva precedenza nel diritto di riscatto si tolse infatti il sandalo e lo diede a Booz. Gli riconosce in tal modo il diritto dello sposo. Un diritto che il Battista riconoscerà a Gesù, del quale dichiara che non è degno «di slegare il laccio del sandalo» (Gv 1,27).

Barent Fabritius, Rut e BoozMa torniamo alla storia di Rut. La gente di Betlemme si rallegra della decisione di Booz e gli anziani rappresentanti del popolo benedicono le nozze con queste parole:

Il Signore renda la donna,
che entra in casa tua, come Rachele e Lia,
le due donne che edificarono la casa d'Israele (Rut 4,11).

Rut, come le madri d'Israele! Mai elogio più grande è fatto a donna straniera nella Bibbia. Le due mogli di Giacobbe sono nominate in ordine di preferenza: Rachele (la donna del cuore benché a lungo sterile), e Lia (la moglie subito feconda). L'ingresso di Rut nella casa di Booz è dunque una presenza da accogliere come benedizione, poiché sarà lei a "costruire la casa". L'espressione è molto forte perché allude alla fondazione della dinastia davidica (2Sam 7,27). Non solo la straniera Rut è sposa benedetta, ma anche madre fondatrice della casa di Israele, destinata a perpetuare la discendenza che porta il Messia. Il racconto avrebbe potuto fermarsi qui, con l'augurio degli anziani alla porta della città. Ma il narratore sente il bisogno di aggiungere anche il punto di vista femminile, ovvero ciò che gli uomini non vedono.


La voce delle donne

Cosa dicono le donne di Betlemme nella parte conclusiva del racconto? Esse vedono Noemi come un tutt'uno con Rut e il bambino, per cui benedicono Dio che non ha fatto mancare a Noemi un «riscattatore/redentore" (go'el). Le loro parole suonano come risposta al desolato lamento di lei che al suo ritorno a Betlemme diceva: «Non chiamatemi Noemi, chiamatemi Mara, perché l'Onnipotente mi ha tanto amareggiata!» (Rut 1,20).

Esse che allora avevano accolto in silenzio il suo lamento, ora cantano il rovesciamento della situazione. Quel Dio che sembra affliggere, in definitiva «consola», trasforma le acque amare in dolci acque di vita. E questo rovesciamento accade, perché da parte di Rut c'è stato amore e concretissimo prendersi cura di Noemi, non l'ha mai abbandonata e le ha partorito un figlio speciale: «Egli sarà il tuo consolatore e il sostegno della tua vecchiaia, perché lo ha partorito tua nuora, che ti ama e che vale per te più di sette figli» (4,15).

Non potevano dire qualcosa di più profondo e toccante le donne di Betlemme. Esse vedono l'amore di Rut per Noemi, un amore così forte che vale più di sette figli. Linguaggio iperbolico che dice tutta l'ammirazione per questa donna che ha riempito di vita il grembo svuotato di Noemi. Ma anche Noemi, dal canto suo, ha fatto unità con Rut.

«E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero l'ultima delle città di Giuda: da te infatti uscirà un capo che sarà il pastore del mio popolo, Israele» (Mt 2,5-6). Il Cristo che viene è il pastore che continua la storia di Davide e di Rut. Egli ci rende capaci di prenderci cura gli uni degli altri, lasciandoci consolare e donando a nostra volta consolazione, come scrive Paolo ai Corinti:

Benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione! Egli ci consola in ogni nostra tribolazione, perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in ogni genere di afflizione con la consolazione con cui noi stessi siamo consolati da Dio (2Cor 1,3-4).

Oggi urge qualificare in senso cristiano il volontariato, per sottrarre gli ultimi del mondo all’isolamento, in cui troppo spesso vengono a trovarsi. Come tra Rut e Noemi, è necessario stabilire un patto tra le generazioni, che diventi un’occasione di sincera solidarietà, e aiuti gli uni e gli altri a superare la tentazione di abbattersi, di chiudersi, di ribellarsi a Dio.


NOTE
(1) Questo testo prende ampiamente spunto da E. Bosetti, Sandali e bisaccia. Percorsi biblici del "prendersi cura", Cittadella Editrice, Assisi 2010, p. 21-32; cf. Id., Donne della Bibbia: bellezza intrighi fede passione, Cittadella Editrice, Assisi 2009; in particolare "Le donne della genealogia di Gesù", p. 77‑81.
(2) M. LUTERO, In Genesin enarrationes, WA 44,314.
(3) Nella tradizione ebraica, il libro, o meglio il "rotolo" (megillah) di Rut, deve la sua rilevanza soprattutto all'uso liturgico: viene letto infatti per la festa di Shavuot (Pentecoste) che nell'antico Israele era la festa conclusiva della mietitura del grano. Per un approfondimento cf. A. Niccacci ‑ M. Pazzini, Il rotolo di Rut. Analisi del testo ebraico, SBF, Gerusalemme 2001; C. D'ANGELO, Il libro di Rut. La forza delle donne, EDB, Bologna 2004.
(4) Cf. P. KASWALDER ‑ E. BOSETTI, Sulle orme di Mosè. Nuova guida biblica e archeologica. EDB, Bologna 2000; in particolare: "L'Egitto, terra d'accoglienza", p. 19-21.
(5) Cf. D'ANGELO, Il libro di Rut, p. 110-123.


Genealogia di Gesù Cristo secondo Matteo (Mt 1,1-17)
Genealogia di Gesù Cristo figlio di Davide, figlio di Abramo. Abramo generò Isacco, Isacco generò Giacobbe, Giacobbe generò Giuda e i suoi fratelli, Giuda generò Fares e Zara da Tamar, Fares generò Esrom, Esrom generò Aram, Aram generò Aminadàb, Aminadàb generò Naassòn, Naassòn generò Salmon, Salmon generò Booz da Racab, Booz generò Obed da Rut, Obed generò Iesse, Iesse generò il re Davide.
Davide generò Salomone da quella che era stata la moglie di Uria, Salomone generò Roboamo, Roboamo generò Abia, Abia generò Asaf, Asaf generò Giòsafat, Giòsafat generò Ioram, Ioram generò Ozia, Ozia generò Ioatàm, Ioatàm generò Acaz, Acaz generò Ezechia, Ezechia generò Manasse, Manasse generò Amos, Amos generò Giosia, Giosia generò Ieconia e i suoi fratelli, al tempo della deportazione in Babilonia.
Dopo la deportazione in Babilonia, Ieconia generò Salatièl, Salatièl generò Zorobabele, Zorobabele generò Abiùd, Abiùd generò Eliachìm, Eliachìm generò Azor, Azor generò Sadoc, Sadoc generò Achim, Achim generò Eliùd, Eliùd generò Eleazar, Eleazar generò Mattan, Mattan generò Giacobbe, Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù, chiamato Cristo.
In tal modo, tutte le generazioni da Abramo a Davide sono quattordici, da Davide fino alla deportazione in Babilonia quattordici, dalla deportazione in Babilonia a Cristo quattordici.

Genealogia di Gesù Cristo secondo Luca (Lc 3,23-38)
Gesù, quando cominciò il suo ministero, aveva circa trent’anni ed era figlio, come si riteneva, di Giuseppe, figlio di Eli, figlio di Mattat, figlio di Levi, figlio di Melchi, figlio di Innai, figlio di Giuseppe, figlio di Mattatia, figlio di Amos, figlio di Naum, figlio di Esli, figlio di Naggai, figlio di Maat, figlio di Mattatia, figlio di Semein, figlio di Iosec, figlio di Ioda, figlio di Ioanàn, figlio di Resa, figlio di Zorobabele, figlio di Salatièl, figlio di Neri, 28figlio di Melchi, figlio di Addi, figlio di Cosam, figlio di Elmadàm, figlio di Er, figlio di Gesù, figlio di Elièzer, figlio di Iorim, figlio di Mattat, figlio di Levi, figlio di Simeone, figlio di Giuda, figlio di Giuseppe, figlio di Ionam, figlio di Eliachìm, figlio di Melea, figlio di Menna, figlio di Mattatà, figlio di Natam, figlio di Davide, figlio di Iesse, figlio di Obed, figlio di Booz, figlio di Sala, figlio di Naassòn, figlio di Aminadàb, figlio di Admin, figlio di Arni, figlio di Esrom, figlio di Fares, figlio di Giuda, figlio di Giacobbe, figlio di Isacco, figlio di Abramo, figlio di Tare, figlio di Nacor, figlio di Seruc, figlio di Ragàu, figlio di Falek, figlio di Eber, figlio di Sala, figlio di Cainam, figlio di Arfacsàd, figlio di Sem, figlio di Noè, figlio di Lamec, figlio di Matusalemme, figlio di Enoc, figlio di Iaret, figlio di Maleleèl, figlio di Cainam, figlio di Enos, figlio di Set, figlio di Adamo, figlio di Dio.