Sermig

Riflessioni natalizie (3/4)

di Giuseppe Pollano - Dio ritorna tramite noi.

Gioco di luce in una mano che crea l'effetto di una stella cometaNon viviamo in una società teologica o che in qualche modo si ispira a Dio, ma in una civiltà tecnologica nella quale l’uomo si appoggia su se stesso. In questa storia che sembra ormai profana e dissacrata, Dio invece vuole essere presente. Vivendo in una società come la nostra, continuamente tentati dall’idea che Dio sia lontano o che ci lasci a noi stessi, potremmo anche noi cristiani dar poca importanza al Natale, farlo cioè diventare una festa spirituale intima tra noi, quasi che l’intervento di Dio nella storia sia praticamente impossibile. I credenti infatti possono avere una fede privata, credere e celebrare per sé l’incarnazione e difettare di una fede storica, in un Dio che vuole e può intervenire nella storia. Questo pensiero negativo, molto diffuso, può influenzarci. L'avvento richiama la nostra responsabilità di aprirci ad una fede incarnata nella storia, cioè a vivere la verità che Dio vuole tornare, tramite noi, in una storia che lo ha dimenticato.


La risposta cristiana di fronte allo scetticismo e all’autosufficienza
Vivere il Natale allora significa guardare Dio e dirgli che non limiteremo il Natale al nostro incontro con lui a livello personale o comunitario, ma gli chiederemo di riprendere nelle tue mani la storia, anche se mille volte gli ripetiamo le parole di Acaz: non chiederò un segno al Signore, non lo voglio tentare (cfr Is 7,10-17). La speranza è incoraggiata dal fatto che, nonostante tutto, Dio continua con insistenza a volerci dare un segno. Non sarà la nostra incredulità a fermarlo o il nostro scetticismo ad impedirgli di salvarci. A questo riguardo è significativa la parola di Isaia sul fatto che questi atteggiamenti reiterati diventano insopportabili. Cosa vuol dire stancare Dio? Non avere fede: Dio ti offre tutto e tu rifiuti tutto, ad ogni modo Dio ti darà il tutto che voleva darti.


Taddeo Gaddi, Madonna del partoLa grande profezia
In questo contrasto tra il cuore freddo dell’uomo che ha già rinunciato all’aiuto di Dio e il cuore ardente di Dio che non ha affatto rinunciato ad aiutare l’uomo, nasce la grande profezia: il dono di Dio sarà un bambino, nato da una vergine (Isaia si riferisce storicamente alla sposa di Acaz che dovrà avere un discendente degno). La Chiesa ha subito colto la messianicità di questa profezia e l’ha inquadrata nella figura regale di Maria, la giovane donna che proprio perché ha concepito per opera dello Spirito Santo ha potuto attuare nel suo grembo l’incarnazione del Verbo, donandoci tutto ciò che Dio poteva donare: l’unigenito. Come è confortante questo! Dio continua ad amarci anche se gli giriamo le spalle. L’economia della salvezza inizia proprio nella decisione del Signore di darci un segno che, però, gli uomini possono liberamente accettare o no.

In questo Natale quelli che sono sulla linea di Isaia dovranno aprire il cuore perché ne sgorghi una immensa gratitudine e una fortissima preghiera che in qualche modo supplisca alla preghiera di quelli che non ci sono. Dunque un Natale forte nel quale noi riconosciamo il dono che, in una storia che ha dimenticato Dio, Dio vuole tornare.
Diamo perciò alla nostra fede una dimensione storica e alla nostra preghiera una dimensione di supplenza totale. D’altra parte quando il Verbo è venuto non c’era Gerusalemme attorno a lui, c’erano Maria, Giuseppe e pochi pastori, eppure bastarono.


La nostra responsabilità
Questo Dio, in Isaia per la prima volta chiamato Emanuele – Dio con noi, nome che sarà ripreso da Matteo – è un Dio che viene per assumersi la nostra piccola storia privata e collettiva, che vuole veramente farsi anima della nostra speranza, ragione della nostra gioia, sostegno della nostra fatica. Dunque un Dio con noi. Da questo nasce la nostra responsabilità. Il Dio con noi ci chiede di farlo essere con tutti tramite noi. E allora in questa storia lontana da Dio, Dio decide di venire non in maniera privata e misteriosa, attraverso comete o miracoli, ma attraverso i suoi figli: il Natale autentico si trasmetterà attraverso noi suoi credenti, si compirà nella misura in cui noi renderemo presente il Signore nella situazione umana in cui Dio ci mette.


La scelta tra visione pessimistica e ottimistica dell’uomo
Quando si parla di essere con gli altri, di pace, di solidarietà, di giustizia, si interviene in una questione che da molto tempo i filosofi e i sociologi affrontano: pace, solidarietà... sono vocazione dell’uomo o soltanto mezzi o tentativi di tenere a freno l’uomo, che non sarà mai capace di pace, di solidarietà...?
Ci troviamo di fronte a due interpretazioni dell’uomo, una ottimistica e l’altra pessimistica. Il filone culturale di quella pessimistica può raccogliere tutti coloro che si riconoscono nella frase di Hobbes, mutuata da Plauto: l’uomo per l’uomo è un lupo feroce. Per frenare e arginare questa malvagità si creano delle strutture che cercano di tenere insieme la vita sociale: leggi, istituzioni, ma anche filosofie, modi di essere, e quindi anche l’essere per gli altri, la solidarietà, la pace. Ma l’uomo così come è, prima o poi salterà fuori: guerre, stragi, genocidi saranno sempre fatalmente inevitabili. È una tesi disperante.

La tesi opposta è che l’uomo è tendenzialmente portato all’altro. Ci sono forze contrastanti, difficoltà, fallimenti, ma l’uomo è fatto per la pace, per la solidarietà... Posto nella condizione di vivere questi valori, messo culturalmente e socialmente nella condizione di poterli esercitare, a poco a poco potranno sparire le conflittualità feroci. È dunque possibile storicamente che, ad esempio, scompaiano le guerre. Non è utopia, è una tesi ottimistica sull’uomo.

Chi crede che la solidarietà sia un orizzonte valido ci si butta, spende davvero la sua esistenza perché il Dio che viene possa fortificare questa capacità e rendere tutti, a poco a poco, più vicini ad un’esistenza di pace, di fraternità, dove la regola è il volto dell’altro, la persona che incontri, a cui sei aperto, a cui porti vita, pace, speranza, fiducia. Si sostiene che intessendo questa rete di rapporti positivi e belli, che vanno dalla famiglia alla società, si possa a poco a poco cambiare il volto del mondo.

Jacopo Della Quercia, Creazione di AdamoLa Bibbia parla chiaro. Quando sentiamo che nella creazione Dio ha lanciato il suo grido di esultanza perché vide che l’uomo “era cosa molto buona” rispetto al buono di tutte le altre cose che aveva create (Gen 1,31), allora dobbiamo essere fermi nella fede e convinti che siamo cosa buona. Forse guastati e malati, ma non cosa cattiva. La tesi della cattiveria intrinseca dell’uomo è demoniaca, totalmente scoraggiante, molto diffusa, sicché noi stessi cristiani non abbiamo quell’energia profonda che ci verrebbe dal credere che siamo buoni e che la bontà va riscoperta e rieducata.
La conferma che l’uomo è molto buono è che Dio si è fatto uomo. Assumendo una sua umanità, ha continuato la sua creazione.


La trasformazione natalizia che Dio ci affida
Il Dio con noi, se vogliamo che Natale sia Natale, si traduce nel portare attorno a noi la profonda convinzione che ci farà incontrare qualcuno, ce lo farà guardare con più ottimismo, ci farà continuare la creazione in quel molto buono che all’apparenza sembra cattivo, sporco, intoccabile. D’altra parte, quando Dio si è incarnato, ha incontrato la povera gente che aveva bisogno di essere guarita, gente completamente recuperabile nonostante si fosse imbruttita in molti modi dopo essere stata creata “molto buona”. Infatti il Natale è la festa della recuperabilità di tutti gli uomini.

Dio viene dentro la nostra storia profana per farla diventare sacra, anzi santa. E viene attraverso noi per incontrare il bene nascosto in tutti, per guarire, per ricondurre alla luce, alla pace, alla gioia. Insomma, ci passa le consegne. Dovunque andiamo, se abbiamo questa fede, il Dio con noi diventa il Dio con quello a cui ci avviciniamo, a cui porgiamo l’amicizia.

Proviamo allora a pensare in questo modo, a risollevarci, ad avere il cuore pronto, a dire con gioia al Signore: “Sei venuto a recuperare tutti e ti darò una mano. Vuoi la mia speranza? Eccola! Vuoi il mio cuore? C’è tutto!”. Il Padre rinnova il segno, regala l’Unigenito, e aspetta che il suo dono quest’anno noi lo aspettiamo di più, lo apprezziamo meglio, ne restiamo insomma più estasiati, come estasiata fu Maria quando guardò il suo piccolo e incominciò a capire.


Giuseppe Pollano
tratto da un incontro all’Arsenale della Pace
testo non rivisto dall'autore