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Il vangelo di Marco (12/21)

di p. Mauro Laconi, op - Mc 4, 35–6,7: la fede fa miracoli e salva (1/2).

Pippo Madè, La resurrezione della figlia di Giairo1) il testo

Il brano di vangelo in esame è dedicato ai miracoli di Gesù. Sono, anche qui, cinque episodi, ognuno dei quali è narrato con molta cura e grande vivacità: cinque scene dedicate a miracoli, non tutti riusciti però: il quinto miracolo Gesù non è riuscito a farlo. Può darsi che questo sia uno dei messaggi più significativi di queste pagine: c’è un miracolo che Gesù non è riuscito a fare; forse anche per me.
Passiamo brevemente in rassegna gli episodi.
Gesù è sulla barca con i discepoli, sopraggiunge con la tempesta la paura, la tempesta è calmata. Gesù sbarca sulla riva ed incontra un ossesso, schiavo di satana, e lo libera. Una donna ammalata si avvicina a Gesù, gli tocca il mantello, e rimane immediatamente guarita. Una bimba di dodici anni muore, la casa risuona di pianti, grida e nenie funebri, entra Gesù e la resuscita. Gesù quando si è recato a Nazareth aveva in mente un miracolo, ma quel miracolo non ha potuto farlo.
Nel vangelo di Marco i gesti di Gesù prendono il posto dei discorsi, e ci dicono molte cose, perché Gesù parla anche con il suo comportamento. Non sono quindi una serie di racconti slegati, ma un frammento omogeneo di vangelo, ed è fondamentale per noi capire cosa questo frammento ha da dirci.


2) i miracoli di Gesù


Sembra che Marco prenda gusto a raccontare i miracoli di Gesù, e lascia, di primo acchito, un po’ l’impressione che Gesù sia andato in giro tempestando la gente di gesti prodigiosi. Il che non è vero: anche nel racconto di Marco i miracoli sono abbastanza pochi, tredici in tutto, non calcolando i gesti che sono più che miracoli: la moltiplicazione dei pani, Gesù che cammina sulle acque. Con questi ci avviciniamo ai venti e in Matteo e Luca siamo più o meno sulla stessa cifra. Quindi i vangeli non pullulano di miracoli, anche se questi ci sono, e rappresentano sicuramente un elemento storico e la documentazione ad essi relativa è talmente rilevante che è impossibile metterla in discussione.
Ciò non significa tuttavia che gli evangelisti, nel raccontarli, non si siano presa delle libertà: gli evangelisti non sono dei cronisti, ma dei pastori, che raccontando i fatti della vita di Gesù vogliono educare i lettori, e possono quindi anche concedersi qualche libertà sottolineando alcuni accenni, sorvolando su altre cose.
Se si esamina la Bibbia, ivi compreso il Nuovo Testamento, si può constatare come i miracoli siano davvero un avvenimento eccezionale. Al di fuori della vita di Gesù troviamo ben pochi miracoli: qualche miracolo degli apostoli nel Nuovo Testamento, mentre nell’Antico, a parte i ricordi distanti del passaggio del Mar Rosso, della manna, ecc., troviamo un piccolo ciclo di racconti riguardanti Elia ed Eliseo. Si può concludere che il miracolo è un atteggiamento caratteristico della persona di Gesù, qualcosa di tipico che riguarda lui personalmente.


Alfredo Bortoluzzi, Risurrezione3) la finalità del miracolo

Ci si può chiedere perché Gesù ha compiuto dei miracoli. Perché si credesse in lui? Questa è una ipotesi da escludere perché, almeno per quanto riguarda Marco, i miracoli non hanno convinto nessuno. Gesù stesso non ha tentato di convincere nessuno attraverso i miracoli: egli la fede l’ha pretesa prima del miracolo. Se non c’è la fede Gesù il miracolo non lo fa, il che vuol dire che Gesù non intende ottenere la fede a colpi di miracolo. Non è il miracolo che genera la fede ma, al contrario, è la fede che genera il miracolo.
Gesù poi non opera miracoli per cambiare il mondo e, di fatto, non l’ha cambiato. Ha guarito alcuni malati, ma quanti ve n’erano in Palestina? Ha resuscitato una bambina morta, ma su quante? In fondo quindi i miracoli di Gesù hanno lasciato il mondo come prima. E allora perché ha fatto dei miracoli? Marco tenta di rispondere a questo interrogativo col modo stesso con cui distribuisce i miracoli nel vangelo: ve ne è prima tutta una serie, che poi s’affievolisce, per cessare del tutto quando Gesù arriva a Gerusalemme per il suo supremo sacrificio.
Marco vuol farci capire che il grande miracolo di Gesù è la sua morte in croce e la sua risurrezione. Gli altri miracoli servono a istradarci a capire quel grande miracolo. I miracoli di Gesù agiscono nel profondo del cuore, non nell’esteriorità della storia che va avanti come prima, perché Dio non fa violenza alla libertà degli uomini.

Occorre dire che la letteratura dell’epoca in cui si scrivevano i vangeli narrava frequentemente dei fatti miracolosi, sia la letteratura ellenistica, sia quella giudaica. Stando a quei racconti, vi sarebbe stata molta gente che operava miracoli (anche se storicamente ciò è tutt’altro che dimostrabile) e quei racconti erano così diffusi che forse i miracoli di Gesù facevano meno impressione di quanto noi oggi immagineremmo. Per certo, vi è una grande differenza tra i miracoli di Gesù e quelli narrati dalla letteratura del tempo, in quanto i miracoli di Gesù non sono mai dei gesti di potenza, ma sempre dei gesti di compassione.
Di fronte ai miracoli appariscenti e stupefacenti di quella letteratura (montagne che crollano, la terra che si spacca e inghiotte chissà che cosa), i miracoli di Gesù appaiono gesti molto umili. Egli allunga la mano, tocca un orecchio malato e il sordo sente. Compie appena un gesto, dice una parola. Gesù si trova di fronte a delle persone che hanno bisogno di lui, che suscitano la sua commozione, ed egli compie dei gesti di bontà, dei gesti di amore. Sotto il miracolo, c’è l’invito a commuoversi di fronte ad una creatura che ha bisogno. Gesù è sempre accorso, là dove c’era bisogno di lui, anche se questi gesti d’amore rimangono eccezionali.
Se i miracoli avvenissero con troppa frequenza l’uomo perderebbe la sua libertà, la storia si trasformerebbe in qualcosa di miracolistico contrario ai canoni dell’esistenza dell’uomo. In ogni caso, Gesù ha scelto di compiere questi gesti prodigiosi di bontà, ed ha lasciato il senso profondo che dovunque una persona si commuove di fronte ad un’altra, lì c’è un miracolo.


Guarigione dell'emorroissa, Decorazione musiva parietale di S.Apollinare Nuovo, Ravenna4) la gente e i miracoli

I miracoli sono stati talmente limitati nel tempo e nello spazio da toccare direttamente poca gente. Ma come hanno reagito i contemporanei di Gesù? I farisei dicevano che Gesù, per operare miracoli, si serviva di Belzebù, il principe dei demoni.
Oggi, in una visione moderna, chi non volesse credere potrebbe dire “un giorno la scienza spiegherà anche questo”. In fondo, di fronte a un miracolo, se uno non vuole credere in Gesù, può trovare mille motivi per farlo, perché il miracolo non mi obbliga a credere, ma solo mi può essere d’aiuto, lasciando perfettamente libera la mia decisione.
C’è un altro aspetto importante: Gesù opera i miracoli, ma non è molto incoraggiato a farli. Vediamo nel quinto episodio, quello di Nazareth, che la gente non ha voluto i miracoli di Gesù, chiedendosi scetticamente cosa sono i prodigi compiuti dalle sue mani. In quell’ambiente così ostile, Gesù non poteva compiere miracoli.
Anche nel quarto episodio, la risurrezione della bambina, i genitori credono, ma la gente gli ride dietro. Gesù ha dovuto cacciare tutta quella gente che non credeva alla sua capacità di distruggere la morte, capacità per cui può dire che la morte non c’è, e la bambina è soltanto addormentata.
Anche nel secondo episodio, quello dell’indemoniato geraseno, l’atteggiamento della gente non è di incoraggiamento. Gesù opera il miracolo di sua iniziativa, e la gente lo prega di andarsene dal loro territorio. Quindi non è che la gente supplicasse Gesù di fare miracoli, ma, al contrario, lo scoraggiava. Ma quando Gesù riusciva ad ottenere quel prerequisito, quello sì veramente miracoloso, della fede, allora compiva il miracolo.




Fonte: da Progetto 1991

 

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