Sermig

Il vangelo di Marco (10/21)

di p. Mauro Laconi, op - Mc 4,1–34: accettare il dono della salvezza (1/2).

Evangeline Joy J. Sanchez, Il seminatore1) il testo

Marco continua ad offrirci delle sezioni omogenee dedicate ad un argomento particolare, in questo caso cinque parabole.
La prima è comune ai tre vangeli sinottici, ed è la grande parabola del seminatore. Poi ce ne sono altre quattro: quella della lampada (occorre disporsi ad accogliere la lampada, altrimenti si rimane al buio), quella della misura (se non avremo con noi una buona misura quando saremo misurati andremo via con niente), quella del seme che cresce spontaneamente una volta buttato nei solchi (basta dargli tempo ed avviene il miracolo della germinazione e della crescita della pianta, sino alla fruttificazione) e finalmente la parabola del granellino di senape (un granellino piccolino, da cui però germoglia un albero). Sono queste le cinque parabole che ci racconta Marco, e di esse solo la prima è ampiamente sviluppata: ha una introduzione, viene raccontata, poi viene spiegata e, tra la parabola e la sua spiegazione, c’è la domanda dei discepoli che ne chiedono l’interpretazione. Le due parabole della lampada e della misura, molto brevi, sono introdotte con un semplice “Diceva loro”, mentre quella del seme che cresce spontaneamente e quella del granello di senape sono introdotte soltanto con “Diceva”.
Anche se ci presenta solo cinque parabole, Marco conclude con una a affermazione generalizzata: Gesù parlava soltanto in parabole e non in altro modo.


2) la parabola

Oltre alle cinque contenute nel cap. 4, non vi sono nel vangelo di Marco altre parabole, salvo poche eccezioni. Ve ne è una completamente sviluppata al cap. 12 (i vignaioli omicidi), inoltre c’è una mezza parabola nel cap. 13 (il padrone che arriva di notte ed il servo che deve essere pronto ad accoglierlo). Si rimpiange un po’ la ricchezza di parabole di Matteo, e soprattutto di Luca, che ci offre una cascata continua di parabole.

Cerezo Barredo, I vignaioli omicidiMarco (che, tra l’altro, nel suo vangelo non è così interessato, come già abbiamo visto, a trasmetterci i discorsi di Gesù) insiste sul fatto che Gesù insegnava sempre in parabole e non parlava senza parabole. Ciò significa che Gesù, oltre a raccontare parabole, usava un linguaggio parabolico, ed è infatti possibile trovare spunti parabolici un po’ dappertutto. Per esempio, nel cap. 2, quando narra la vocazione di Levi, riporta la frase “non sono i sani che hanno bisogno dei medici, ma i malati”, come pure, sempre nel cap. 2, la frase “possono forse gli amici dello sposo digiunare, quando lo sposo è con loro?”. Ciascuna delle due frasi potrebbe agevolmente essere ampliata, trasformata in un breve racconto, e divenire così una parabola vera.

Le parabole di Gesù comunicano una visione del mondo, ci presentano degli spezzoni di vita umana, perché Gesù è molto attento alla nostra realtà sulla terra.
La prima parabola è significativa: c’è il seminatore che getta il suo grano un po’ dappertutto, ed infatti una parte finisce tra le pietre, le spine, sulla terra battuta delle strade. Ecco che ci viene presentato l’ambiente della Galilea, il suo terreno.
Ma a Gesù non interessa tanto lo spettacolo della natura, quanto l’uomo, il suo lavoro, le sue reazioni, i suoi sentimenti. Qui è il lavoro del seminatore, più oltre è lo stupore di chi paragona il seme della senape, così piccolo, all’alberello che ne nasce. Gesù guarda in primo luogo alla realtà dell’uomo, e nelle parabole c’è la sua capacità di esaminare questa realtà, di catalogarla, prestando attenzione a tutti gli aspetti della vita: il lavoro, la casa, la famiglia, i campi, la preghiera. Attraverso le parabole dei sinottici si potrebbe ricostruire tutto l’ambiente in cui viveva Gesù.

Se Gesù dovesse parlare oggi, nelle sue parabole figurerebbero le fabbriche, i garages, le gru, i montacarichi, il cemento, perché Gesù le sue parabole le prendeva dal comportamento dell’uomo. E descrivendo la realtà dell’uomo, con queste scenette così vive, Gesù ci parla del regno dei Cieli. L’abilità di Gesù consiste nel comunicare richiamandosi alle cose della terra, lasciandoci così un linguaggio che si può leggere sempre, sempre moderno, perché le cose concrete con cui è scritto, i semi, la terra, le spine, le pietre, dureranno finché durerà l’uomo. Le parole invecchiano facilmente, le idee anche, ma le cose rimangono.

Per usare questo linguaggio così concreto, che rimane, bisogna amare e conoscere le cose, le attività degli uomini, la realtà dell’uomo, essere convinti che tra la realtà dell’uomo e la realtà di Dio vi è una profonda analogia.
Quindi, attraverso le sue parole, Gesù insegna a scoprire le analogie che collegano la terra al cielo. Se io so guardare in un certo modo quanto accade sulla terra, il comportamento dell’uomo, sento parlare Dio perché attraverso l’uomo, attraverso il suo comportamento, che non è sempre molto poetico e nemmeno molto positivo, Dio mi parla.
Si usa dire che le parabole rappresentano l’elemento più sicuro per arrivare al Gesù storico, alla sua persona, alla sua sensibilità, al suo modo di vedere le cose, alla sua tensione verso la realtà dell’uomo. È il cuore di Gesù che ci arriva attraverso le sue parabole, che sono quindi oggetto di grazia.




Fonte: da Progetto 1991

 

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