Sermig

Il vangelo di Marco (3/21)

di p. Mauro Laconi, op - Mc 1,1-13: il prologo (2/2).

Otto Dix, Il battesimo di Gesù4) il battesimo di Gesù

Gesù viene da lontano. Da Giovanni accorreva la popolazione della Giudea, gli abitanti di Gerusalemme; soltanto Gesù giunge dalla Galilea, e arriva solo, per farsi battezzare.
Il battesimo di Gesù è trattato in modo diverso nei vari vangeli. Marco afferma con molta decisione, e senza reticenze, il battesimo di Gesù, ma il battesimo, l’immersione nell’acqua per la purificazione dai peccati, è un paradosso imbarazzante, se riferito a Gesù. Luca sfuma quindi la scena, Matteo si sofferma esplicitamente sull’aspetto paradossale di questo battesimo, Giovanni dimentica il racconto del battesimo.

Il versetto 5 racconta come avveniva il battesimo di chi si recava da Giovanni: nel fiume Giordano, confessando i loro peccati”. Confessare i peccati fa parte essenziale del battesimo. Il battesimo presuppone il peccato, come la lavatura dei panni ne presuppone la sporcizia. Se qualcuno non avesse confessato i suoi peccati, Giovanni non l’avrebbe battezzato.
Ma quali peccati ha confessato Gesù? Ecco allora che il battesimo di Gesù è uno scandalo per i cristiani, perché è una cosa indegna del Cristo. Gesù si comporta come un peccatore, come tutti gli altri, come un peccatore tra i peccatori. Paolo dice: “Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo trattò da peccato in nostro favore, perché noi potessimo diventare per mezzo di lui giustizia di Dio” (2Cor 5,21). Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo ha preso e lo ha fatto peccato: Gesù è diventato peccato per noi, perché noi potessimo avere la sua giustizia.
È un linguaggio aggressivo, forte e vivace, che oggi i teologi non ardirebbero usare. È il linguaggio di Isaia, nel quarto canto profetico del Servo di Jahvé (Is 53,11-12): “Il giusto mio servo giustificherà molti, egli si addosserà la loro iniquità … è stato annoverato tra gli empi, mentre egli portava il peccato di molti”.

Gesù, nel vangelo di Giovanni, è l’Agnello di Dio, colui che toglie (prende su di sé) il peccato del mondo. Così intende Marco: Gesù si addossa i peccati del mondo, di tutto il mondo. Gesù non ha commesso nessun peccato, e li confessa tutti, tutti quelli commessi dall’inizio della storia del mondo alla fine della storia, perché Gesù è solidale con questa storia di peccato. Il peccato dovrà essere distrutto e, a tal fine, Gesù sarà distrutto, essendosi preso i peccati del mondo. Gesù è solidale con il mondo e con tutti gli uomini.

Bill McCracken, Il battesimo di GesùC’è poi l’altro aspetto, misterioso e trascendente: uscendo dall’acqua Gesù vide aprirsi i cieli e lo Spirito scendere. Gesù li vide, gli altri non hanno visto nulla.
Perché lo Spirito Santo ha preso la forma di una colomba, così come sarà dipinto in tutta la iconografia cristiana? Marco non dice che lo Spirito ha preso la forma di una colomba, ma che è disceso e si è posato su Gesù, così come una colomba discende dal cielo e si posa. È invece Luca che dirà che lo Spirito Santo scende su di lui “in apparenza corporea, come di colomba”.
Si sente una voce dai cieli: “Tu sei il Figlio mio prediletto, in te mi sono compiaciuto”. Il mistero di questa scena è una teofania: Dio si manifesta.
Vi è una teofania in tutte le tappe fondamentali della storia umana: quando questa è iniziata nel giardino dell’Eden; all’inizio della storia di Israele sul Sinai; all’inizio della storia di Gesù e alla conclusione della storia umana. Dio prende possesso della storia, e Gesù è immerso in questa storia.

Vi è anche un’altra idea in questo prologo così misterioso. Nell’Antico Testamento la vicenda dei profeti inizia sempre con una visione divina: il profeta vede Dio, sente la voce di Dio e poi va a parlare al popolo. Il profeta è colui che ha ascoltato Dio nel silenzio, e poi ne riferisce le parole, potendo quindi affermare “Dio dice così”. È evidente il parallelismo nel caso di Gesù: egli comincia la sua storia tacendo, ascoltando la voce di suo Padre.
È anche una visione trinitaria: c’è il Figlio, il Padre che parla e lo Spirito Santo che scende su di lui. È la formula trinitaria del battesimo: nel nome del Padre che parla, dello Spirito che scende e del Figlio che lo riceve.

Vi sono molte formule trinitarie nel Nuovo Testamento. In Paolo (2Cor 13,13) troviamo la formula usata per il saluto all’assemblea nella celebrazione eucaristica: “La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio (Padre) e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi”. Si tratta di una formula non statica, ma dinamica, perché il Nuovo Testamento non si interessa a dirci cosa è Dio in se stesso, ma cosa Dio è per me: il figlio è colui che mi riempie di grazia, il Padre colui che mi dona il suo amore, lo Spirito colui che mi dona la sua comunione.
Un’altra formula la si ritrova in Pietro (1Pt 1,2), che scrive ai fratelli dell’Asia minore, eletti “secondo la prescienza di Dio Padre, mediante la santificazione dello Spirito, per obbedire a Gesù Cristo e per essere aspersi del suo sangue”. Anche qui non si parla di Dio in modo statico, ma si risponde alla domanda: cosa è Dio per me, cosa fa per me, cosa pensa di me? Dio Padre mi conosce e mi elegge, lo Spirito mi santifica, il Figlio mi asperge col suo sangue.
In Matteo troviamo la formula battesimale (28,19): “ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del figlio e dello Spirito Santo”. Anche questa è una formula dinamica, che significa: immergendoli non nell’acqua, ma nel mistero di Dio, del Padre che parla, del figlio qui presente, e dello Spirito santo che ti trascina.

Marco ha iniziato il suo vangelo: il divino irrompe nel mondo: i cieli, che prima erano chiusi, si sono aperti e Dio scende perché vi possa essere il nuovo battesimo, immersione nel mondo trinitario. Gesù è il battezzatore, che mi immerge nel mistero del Padre, perché ne possa ascoltare la voce, e dello Spirito, che mi trascina, mi sospinge dal di dentro. Descrivendo il battesimo di Gesù, Marco intende far percorrere, o ripercorrere, il senso del battesimo a chi lo leggerà.


Monica Salvo, La tentazione5) la tentazione nel deserto

La tentazione nel deserto in Matteo e Luca è molto estesa, e vi si parla di tre tentazioni. Marco è invece estremamente sintetico.
È lo Spirito che sospinge (spinge fortemente) Gesù nel deserto, dove gli angeli lo servono e satana lo tenta. Si parla pure delle fiere, che stanno con Gesù, e questo accenno alle fiere pacifiche evoca il giardino dell’Eden, e ci mostra la tentazione di Gesù come un parallelo della tentazione di Adamo: entrambe una prova di Dio, dopo che Dio ha parlato. Adamo soccombe per tutti, Gesù resiste per tutti. Le fiere che convivono con Gesù sono anche l’annuncio che i tempi si sono compiuti, e si sono avverate le profezie che parlano dell’avvento del regno di Dio come il tempo in cui le fiere diverranno mansuete.

Matteo e Luca dicono che Gesù ha veduto satana, ma Marco non lo dice: in Marco c’è lo scontro con satana, non l’incontro. Marco non parla né di digiuno, che nella tradizione biblica è forza spirituale, né di vittoria: Gesù è debole della debolezza dell’uomo, ricco della debolezza di tutti gli uomini. Lo scontro con satana continua per tutto il vangelo – dove passa Gesù c’è la guarigione, dove c’è satana c’è il male, anche fisico – e la vittoria di Gesù, nonostante l’apparente vittoria di satana, si avrà solo alla conclusione tragica della sua vita.
In Matteo e Luca, satana se ne va e arrivano gli angeli; in Marco c’è la coesistenza e Gesù è in mezzo a uno scontro, è come schiacciato in questo scontro evangelico e satanico. Anche questo è un messaggio: vivere nel battesimo vuole dire accettare costantemente lo scontro, se ti dai pace non vivi il tuo battesimo.
La vita del cristiano è una lotta decisa e continua.

Fonte: da Progetto 1991

 

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