Sermig

Noi e gli altri

di Gian Mario Ricciardi - Quando la solidarietà sconfigge l'egoismo.
La distanza dei cuori, uno dei “mali oscuri” dell’uomo, dell’Italia, dell’Europa. Precede i “cuori induriti”, l’odio, il risentimento, la vendetta sociale. È quel sentirsi arido o ferito che, in casa, ti fa trattenere le parole, a volte i gesti o gli sguardi. E costruisce giorni e sere di silenzio. Un silenzio che trasuda incomprensione, rabbia, rancore. È lo stesso sentimento che non ti fa salutare il vicino perché sembra un bicchiere colmo di insoddisfazioni, presunte prevaricazioni o torti. È quel blocco interiore che subentra quando l’amore diventa, piano piano, odio o quel filtro falso che pervade le amicizie tradite.

È una delle gelate di slanci che la durezza della crisi ci ha portato: trattiene le mani verso gli altri o le rinserra sul portafogli a custodire gelosamente e, forse, egoisticamente ciò che è tuo. Non importa se c’è chi muore nel Mediterraneo con le braccia alzate nell’ultimo sforzo di restare a galla; né chi vaga per la tua città senza sapere in realtà dove andare, come ripararsi dal freddo, dove dormire.

È una pioggia di ghiaccio provata una ventina d’anni fa quando arrivavano i primi dai Paesi dell’est allo sfascio e bivaccavano avvolgendosi nei nylon sotto gli alberi delle colline o nei parchi. Una pioggia divenuta tempesta quando nei nostri porti sono sbarcati a centinaia di migliaia. La gestione dei nuovi arrivati ha lasciato spazio, a volte, a soprusi che, passando di bocca in social, hanno eretto “il muro invisibile” verso gli stranieri. La recessione che ha buttato fuori dai cancelli delle fabbriche uomini e donne che non servivano più ha fatto il resto. I giovani sono stati sempre più disoccupati, o in casa coi genitori, o all’estero. E i cuori, ora dopo ora, si sono induriti.

L’egoismo è cresciuto, la solidarietà è diminuita, e quel motore d’umanità che è in noi che, storicamente, ci ha fatto aprire le porte, le frontiere i porti li ha chiusi. L’Europa fredda nel suo egoismo comunitario non ha proferito parola diventando una macchina infernale di leggi, direttive, clausole di salvaguardia a salvaguardia dei poteri finanziari e dei ricchi mentre i poveri si sono ritrovati più poveri. La classe media è stata se non spazzata via certo devastata dalla crisi infinita e, giorno dopo giorno, il rancore è cresciuto fino ad intaccare quasi tutti. E non trovando sfogo s’è trasformato in cattiveria, creando un fossato sempre più alto tra i cuori.

Chi si ricorda più le parole di san Francesco? «Dove è odio, che io porti amore, dove è offesa che io porti perdono, dove è discordia che io porti unione… dove è disperazione che io porti la speranza, dove sono le tenebre che io porti la luce». Dov’è finito il tranquillo e pacato “ascolto” del cuore di cui parla san Bruno da Colonia, pilastro del monachesimo? Non c’è più. Si vive freneticamente tra auto, treni, bici, tram per rintanarsi la sera “vuoti dentro” e con una rabbia che dilaga. La distanza dei cuori si può curare.

Ma per poterlo fare deve cambiare il vento, sì quel vento che ci ha incattiviti deve diventare come il foehn che spesso spazza le nostre pianure. In casa si può ricominciare con un “ciao” o come chiede papa Francesco con “scusa, grazie, prego”; in famiglia spegnendo la tv e stando ad ascoltare gli altri; nella Italia che ha scelto l’egoismo di Stato costruendo, pazientemente, ma in continuazione solidarietà, opportunità di lavoro, incontri, abbracci consapevoli, risolvendo i problemi che certo sono complessi, difficili, e a volte sembrano insuperabili; in Europa cercando, sia pure oggi col lumicino, un po’ di calore oltre le scartoffie. La distanza dei cuori si può eliminare, superare, trasformare ma solo se ritroviamo lo slancio semplice delle prime comunità di credenti, il seme della speranza, il sorriso che viene dal profondo e può illuminare tutti, noi e gli altri, senza se e senza ma.

Gian Mario Ricciardi
TODAY
Rubrica di NUOVO PROGETTO