Sermig

La spesa e non solo

di Stefano Caredda - Empori solidali di comuni e imprese.
All'apparenza sono dei negozi o dei piccoli market, che in realtà distribuiscono gratuitamente beni di prima necessità a famiglie in povertà. Negli ultimi anni sono cresciuti in maniera esponenziale, tanto che oggi in tutta Italia ce ne sono 178, distribuiti in 19 regioni (l’unica a mancare all’appello è il Molise).

Quella degli “empori solidali” è diventata una realtà solida, un modello che ha convinto e che – seppur con alcune differenze – viene replicato ormai con la certezza di poter rispondere ad un bisogno che nella società italiana è sempre più presente. La prima esperienza risale al lontano 1997 (protagonista Genova) ma quando, nel 2008, nacquero i primi empori gestiti dalle Caritas diocesane di Roma, Prato e Pescara, quello che debuttava era niente più che un tentativo, un esperimento: trovare una modalità per aiutare quelle famiglie, scivolate sotto la soglia di povertà, per le quali non era consigliabile un loro ingresso nel circuito delle mense tradizionali rivolte ai poveri. In dieci anni, i risultati sono stati considerevoli: le famiglie che ne hanno beneficiato arrivano a 100mila, per un totale di persone che complessivamente supera quota 325mila. Dati messi nero su bianco, per la prima volta, nel rapporto curato su questa esperienza da Caritas italiana e CsvNet, il coordinamento dei Centri di Servizio per il volontariato.

Negli empori trovi sempre alimenti non deteriorabili, ma molto spesso anche alimenti freschi, ortofrutta, surgelati, prodotti per l’igiene e la cura, indumenti, giocattoli, alimenti per neonati. Nella quasi totalità dei casi la gestione è del non profit: associazioni, cooperative, enti ecclesiastici diocesani. Quasi sempre sono coinvolti i Comuni e molte sono le imprese che collaborano (più di 1.200 in tutta Italia), in un sistema che soprattutto sul piano dell’approvvigionamento vede in rete molte realtà del territorio.

L’accesso agli empori avviene in base alla verifica delle condizioni di difficoltà in cui versa il potenziale beneficiario: in pratica si controllano le condizioni economiche (soglia Isee, Irpef) e vengono svolti colloqui individuali. Una volta ammesse, le famiglie entrano in una struttura del tutto simile ad un piccolo supermercato, con scaffali dai quali si possono prendere i prodotti posizionandoli nel carrello: arrivati alla cassa, si paga con una tessera (elettronica o manuale) dalla quale vengono via via scaricati i punti che erano stati assegnati inizialmente (nella pratica i sistemi utilizzati sono vari, ma tutti simili a questo).

La maggior parte degli empori pone un limite temporale di accesso, rinnovabile per almeno una volta, e quasi tutti (86%) prestano ulteriori servizi ai beneficiari, come accoglienza e ascolto, orientamento al volontariato e alla ricerca di lavoro, terapia familiare, educazione alimentare o gestione del proprio bilancio, consulenza legale. Nati come luoghi dove fare la spesa, son diventati in 10 anni dei posti dai quali passa una fetta importante dell’aiuto e della solidarietà organizzata.

Stefano Caredda
REDATTORE SLCIALE
Rubrica di NUOVO PROGETTO