Sermig

Voglia di tenerezza

di Gian Mario Ricciardi - Uno sguardo diverso sulla realtà che ci circonda.
Il nostro mondo per tanti versi impazzito ha voglia di tenerezza. Tanta. Certo non risolve i problemi, ma li attenua, li facilita, li accoglie. Tenerezza vuol dire sorriso. Quanti musi lunghi per strada, alle casse, agli sportelli, sul tram, in strada, sotto i portici, nelle piazze. È l’effetto di quel rancore che ci sta crescendo dentro in dieci anni di crisi, di fatica, di delusioni ed ora è un rancore cattivo che, prima di tutto, ingrugnisce i nostri volti.

Tenerezza vuol dire affrontare i problemi che ci sono, tanti e complessi con la serenità che aiuta: nelle malattie, nel dolore, nella solitudine, nella malinconia. Viviamo in una società sempre più veloce, ma di più senza parole, orfana dei sentimenti, senz’anima.
Non sono bei giorni e un cronista di strada come me s’imbatte, ad ogni ora, in storie brutte che mai vorrebbe raccontare. Ma no, non si può ignorare l’onda dell’egoismo che cresce.

Passeggio a volte e colgo la spudoratezza dei prezzi delle vetrine dei grandi negozi, schiaffi alla povertà; vedo un clochard 2.0: sorride. Lo saluto e mi vengono in mente le migliaia di persone che, contro ogni Trump, sopravvivono nella carovana del “sogno americano”, i cristiani uccisi e perseguitati soprattutto in Africa, i figli dell’esodo biblico rigettati dal Mediterraneo che ora si aprono un varco nel freddo sulla ritrovata “rotta dei Balcani”, oppure cercano una strada tra Gibilterra e la Spagna.

Non solo, ma come in un brutto incubo, colgo gli sguardi di migliaia di papà e mamme con i figli, accompagnati in strada da una legge, il decreto sicurezza, che trasforma in dovere l’egoismo di Stato. Gli sgomberi, magari giusti, non si possono fare così. E poi c’è chi toglie le pietre d’inciampo. Assurdo. E poi c’è chi colpisce con l’odio come a Strasburgo. Tenerezza è dire grazie ai no- stri papà e mamme, mai lasciarli soli; abbracciare i nostri ragazzi e caricarli di ottimismo, l’ottimismo della vita.

Tenerezza è fermarsi qualche ora prima d’affrontare l’anno. Nelle strade c’è ancora l’eco delle feste ma, mentre cammino, mi chiedo che mondo è il nostro con il lavoro che non c’è, le madri spesso mobbizzate perché mamme (e poi parliamo di culle vuote..), gli anziani, molti anziani soli per una lunga stagione della loro vita davanti alla tv o alla finestra di un qualsiasi quartiere di periferia, giovani obbligati alle acrobazie più incredibili per cominciare a costruirsi un futuro, ragazzi, i nostri, ai quali, di colpo è stata cancellata la speranza, uomini e donne gettati fuori dai cancelli delle fabbriche, non auto sufficienti umiliati e anche sfruttati, famiglie smembrate dal consumismo, dalle malattie e dalle separazioni.

Che mondo è il nostro? Quel bimbo nato da poco a Betlemme nella sua fragilità e debolezza, in fondo è tutti noi con le nostre strette di mano negate, gli sguardi allontanati, il cuore indurito. Ma in nome di quale giustizia sociale? Di quale “prima gli italiani?”. Ricordo gli accorati appelli di un santo papa, Paolo VI, “prima c’è l’uomo”. Ecco questa è la tenerezza di Dio.

Gian Mario Ricciardi
TODAY
Rubrica di NUOVO PROGETTO