Sermig

Amo, dunque vivo

di Dalmazia Colombo - Se scavo nella mia memoria, scopro d’aver sempre desiderato vivere in relazione. Ricordo la gioia provata da ragazzina nel sapere che nel piccolo paese dove vivevo sarebbe arrivata una nuova famiglia da conoscere con la quale dialogare. Non che fossi un tipo espansivo. Avrei voluto esserlo, ma “gli altri” mi intimidivano. Vinsi in parte il disagio seguendo il consiglio della mamma che vedendomi impacciata nell’affrontare le persone mi diceva: «Dimmi, tu chi sei: una persona o un lupo? E chi incontri, sarà una persona o un leone?». «Persona», rispondevo. «E allora – concludeva la mamma – da persona a persona, né la mangi, né sarai mangiata».

Non ho mai dimenticato questo consiglio, che affiora in me specialmente quando mi trovo di fronte alla necessità di lanciare il ponte della relazione, nuovo o accidentato. La massima della mamma ha persino influito sui miei sogni di aspirante missionaria facendomi desiderare – quindicenne, allo sbocciare in me della vocazione – di relazionarmi con i lebbrosi da “persona a persona, mano nella mano”.

Tante volte mi si chiede come ho fatto ad adattarmi al mondo missionario che per me si chiama Mozambico. Intendendo con questo il nuovo ambientale, culturale, storico. È una domanda che mi mette in imbarazzo: ecco, forse esagero, ma è come chiedere ad un pesce come fa a vivere nell’acqua.

Sono missionaria perché un giorno ho sentito in cuore che Gesù mi ha attratta e al mio sì ha come rinnovato dal di dentro il mio cuore, ha potenziato ogni fibra del mio essere, mi ha fatto diventare missionaria, capace di relazionarmi con il mondo intero, con ogni persona che avrei incontrato sul mio cammino. Per cui, Ho cominciato ad amare ogni persona, formandomi e lasciandomi formare alla Missione, nei tempi forti del noviziato, dello studio professionale, nella conoscenza dei popoli e del cuore umano che desidera di amare ed essere amato con manifestazioni diverse a seconda dei momenti.

Ci sono riuscita? Forse sì. Ecco, ricordo la sorpresa avuta un giorno in Mozambico trovandomi ferma con l’auto in panne in una zona che non conoscevo e sapevo non facile. Improvvisamente dall’abitato un gruppetto di persone si avvicina a noi e un uomo saluta: «Buon giorno suor Dalmazia». Prima che riuscissi a riavermi dalla sorpresa, una donna mormora: «Siamo di Etatara». Etatara era stata la mia prima missione dal 1966 al 1969. Eravamo nel 1993! Ridendo l’uomo dice: «Ero un ragazzo e mi hai tolto un dente… senza anestesia!». Però! «Con te, aggiunge una donna, è nata la mia prima figlia: sono nonna ora!», Va un po’ meglio, penso! Ma a sbalordirmi è una terza che sorridendo maliziosa mi dice: «A me, tu, nel giorno delle mie nozze hai aggiustato il velo bianco». Quante di queste sorprese nella mia vita. Come classificarle se non “ponti creati da piccole relazioni tra persona e persona” o un'altra esperienza che vorrei raccontare: forse è una tecnica dettata dal cuore, dal desiderio di avvicinare, di creare un ponte, non fosse altro che una passerella o la posa di quattro pietre per guadare un torrente percorrendo un tratto di strada insieme non come due binari del treno, ma in relazione. L’idea mi venne dal verbo “alociana”. Nella lingua Lomuè che si parla nel Mozambico del Nord significa dialogare, ma alla lettera indica il “parlare guardandosi negli occhi”.

Se mi capita di trovarmi, come l’ultima volta, seduta accanto ad una persona nel silenzio di una sala in una Casa di riposo, posso scegliere di starmene lì come un binario. Ma se oltre al buongiorno abbozzo un sorriso e poi chiedo: «Signora di dove è? Friulana? Mia madre era friulana», dal Friuli all’emigrazione, alla storia familiare… dopo 10 minuti la signora mi dice: «Grazie, tanto bene ha fatto al mio cuore». Il chiedere della provenienza, apre sempre un cammino. Saputa la provenienza, ecco che mi si materializza una domanda sul Paese e assicuro che in qualche zona del cervello c’è sempre una notizia da comunicare o da chiedere, non fosse altro: «Ma qual è la capitale?». E più si invecchia, più aumenta nella memoria e nel cuore il materiale per creare relazione.

Il vescovo anglicano mozambicano Dinis Sengulane nel 1986 – mentre in Mozambico la guerra civile lacerava il Paese ed era “proibito” parlare di dialogo fra le forze nemiche – durante la Preghiera per la Pace, ricordò che se per Cartesio valeva «Io penso dunque vivo», per la cultura africana vale «Io sono in relazione dunque vivo».

FOTO: MAX FERRERO e RENATA BUSETTINI – MILLENNIALS #2018enni Reynaldo Tejada Calderon

Dalmazia Colombo
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