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L'eterno ritorno

di Matteo Spicuglia - Dopo la fuga, i beni non ancora restituiti. L’umiliazione dei cristiani di Mosul.

«Espulsi lasciamo la nostra città Mossul, umiliati dai detentori del nuovo islam. La lasciamo per la prima volta nella storia. Addio ai resti mortali di mio nonno Elias, addio al mio zio paterno Estefan Aziza, il primo martire della famiglia, addio al convento di San Giorgio, addio ai ponti della mia città, alle sue mura e ai suoi terreni di gioco, alla sua università e al suo centro culturale ». Lo scrittore iracheno Majed Aziza raccontava così lo strappo più lacerante della sua vita. Era il giugno del 2014, la comunità cristiana di Mossul, seconda città dell’Iraq, nell’arco di una notte si trovò di fronte alla scelta della vita: rinnegare la fede dei padri, pagare una tassa di protezione oppure scappare. Tutti scelsero l’ultima possibilità: un esodo verso Nord, alcuni a Erbil e nel Kurdistan iracheno, molti altri all’estero come rifugiati.

Iniziava così l’occupazione del Daesh, lo Stato islamico: un regime di terrore che non fece differenze, spietato con le minoranze ma anche con i musulmani che osavano pensarla differentemente. Le case degli esuli, marchiate con la lettera “N” di Nazarat (cristiani), diventarono bottino di guerra per i Mujaheddin e i signorotti locali che li appoggiavano. Un incubo finito il 9 luglio del 2017 con la città liberata dopo mesi di bombardamenti e almeno 40mila vittime sul campo. Dopo morte e sofferenza, finalmente la possibilità di un nuovo inizio. Tutto facile, si dirà. Al contrario.

Molte famiglie cristiane in quest’ultimo anno sono riuscite a tornare nei villaggi della Piana di Ninive, circa la metà secondo una stima del patriarcato caldeo. Il ritorno però è tutto in salita. C’è chi ha avuto parenti ammazzati, chi pensava di essere difeso dai vicini e ha ricevuto solo indifferenza, chi fa i conti con sentimenti contrastanti e con soprusi sottili. Per esempio, con la questione dei beni occupati nel 2014 e non ancora restituiti.

Nella Piana di Ninive sono decine le case e le proprietà cristiane espropriate e ancora occupate illegalmente: un’umiliazione che si somma alla tragedia della fuga. La tv irachena Al-Sumaria ha denunciato ogni dettaglio del fenomeno. In sostanza, truffatori e i loro complici hanno approfittato dell’assenza dei proprietari per falsificare i documenti e rendere così un rompicapo il recupero dei beni. Sarebbero coinvolte almeno 350 abitazioni, trasferite a prestanome o a proprietà fittizie.

Oltre a queste, molte altre sono tuttora occupate da capi tribù e signorotti locali che hanno usato il pretesto della fuga per impossessarsi dei beni delle minoranze. Chi prova a dire qualcosa, lo fa a proprio rischio e pericolo. Niente di nuovo sotto il sole. «Giocano alle spalle di gente povera e disperata», ha detto mons. Shlemon Warduni contattato da Asianews. it. «In molti mi raccontano in lacrime di aver perso la casa e non possono fare più nulla». Tutto questo, spiega il presule, «deve finire ed è compito del governo, delle amministrazioni centrali e locali, delle autorità intervenire per risolvere l’emergenza. Basta con corruzioni e ruberie, una rinascita dell’Iraq passa anche attraverso il corretto funzionamento delle sue istituzioni, dell’amministrazione pubblica e dei funzionari».

Parole sante, ma la verità è un’altra. La pace non inizia con la fine dell’ultima battaglia. Ha una possibilità solo se vive di giustizia, di concretezza. In Iraq, come nel resto del mondo. Scriveva ancora Majed Aziza nel 2014, lasciando la sua amata città: «Perdonateci, vecchi amici, fratelli e nobili figli della nostra città. Perdonate le nostre mancanze. Se possiamo aver mancato ai nostri doveri nei vostri confronti ciò non toglie che abbiamo vissuto insieme centinaia, anzi migliaia di anni, costruendo Mosul con il sudore della nostra fronte». Oggi forse sono altri a dover chiedere perdono.

Matteo Spicuglia
COSE CHE CAPITANO
Rubrica di NUOVO PROGETTO