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I ragazzi della via Pal

Di Gian Mario Ricciardi - Cronache di frontiera. Ho visto, nel verde, di fronte casa, gli eredi dei ragazzi di via Pal. Hanno cominciato a trovarsi alle prime luci della prima­vera. Sono una decina, si convocano con Whatsapp, si dividono in gruppi e giocano ai banditi come noi, 50 anni fa. Che tenerezza! C'è la banda Ga­ribaldi, quella del Re, quella di Robin Hood. Mi sembra, improvvisamente, d'essere tornato sul greto del torren­tello dove, anche noi, calzoni corti e bretelle, disegnavamo il nostro mondo e sognavamo il nostro futuro. Lo fanno quasi ogni giorno, prima o dopo i compiti. Come noi. Corrono, urlano, s'arrabbiano, con la serietà dei grandi. Sono così innocenti che a starli a guardare mentre volano da una riva ad un albero, verificano le posizioni, decidono le uscite c'è da commuoversi. Una boccata d'ossi­geno per chi, come me ha macinato cronaca nera per una vita.

Quanto sono lontani il bullismo, la droga, le cattiverie, il branco.

Che il buon Dio ce li conservi così. Ma diciamolo sottovoce. Potrebbero sentirci.

Poi penso a certe strade di Barriera Milano, Mirafiori Sud, San Salvario. Vedo, spesso, l’erba alta, le buche nelle strade, le luci che s’accendo­no ad intermittenza. Fatico a trova­re piazze dove si possa giocare e parlare, pochi gli oratori con le por­te aperte e le chiese troppo spesso sono chiuse. Sì, finalmente, è tutta una rinascita di oratori che con il co­raggio, la fantasia di bravi sacerdo­ti, di mamme e papà gioiosi stanno organizzando una rete che, lenta­mente, ci restituirà i cortili, i giochi, la passione della gioventù. Ma biso­gna sostenerli. I cattolici stanno dise­gnando un nuovo Rinascimento per i ragazzi, le amministrazioni si stanno muovendo, rinverdiscono i cinema parrocchiali, le biblioteche di quartie­re. Era ora!

I ragazzi della via Pal torneranno. Devono tornare perché l’entusiasmo dei ragazzi non può finire nei sotto­scala o in un prato nel quale, come cantava Celentano, non c’è neppure un prete per chiacchierare.

Ma la strada è ancora lunga. Ci sono gli anziani che alle 9 del mat­tino hanno già finito le loro giornate e rientrano in casa con la baguet­te sotto il braccio o il sacchetto del pane per stare poi dietro la finestra per ore sperando di vedere passare qualcuno o davanti alla televisione. I ragazzi vivono nei nostri paesi e città esattamente come se si trovassero tra le strade belle ma grigie di Bru­xelles, ciondolano negli spazi verdi quasi sempre trascurati. E ti sembra di attraversare il nulla.

La colpa è di tutti e di nessuno. Di tutti perché nessuno s’è occupato delle banlieux prima che a Parigi si incendiassero, pochi ne hanno cura­to il decoro, lo sviluppo, la crescita. Ancor meno le hanno riempite di luo­ghi di incontro. Anzi, a volte, capita che proprio gli edifici delle scuole dei tempi del boom demografico siano aggrediti dalle ortiche e dall’abban­dono, rifugi per drogati o branchi di violenti. Nessuno ha acceso il faro sulle periferie prima di papa France­sco.

Certo, la colpa è di tutti, anzi di nes­suno. Ma se qualcuno avesse, anni fa, pensato seriamente a come met­tere insieme culture, stili di vita e religioni diverse, creando botteghe solidali, social market, condivisione, i ragazzi della via Pal non sarebbe­ro mai scomparsi. Perché quando si cancellano le sedi dei partiti o dei sindacati (scuole di formazione di­scutibili fino a che si vuole, ma pa­lestre di confronto), si chiudono o si aprono a scatti gli oratori, succede che la rabbia, il livore, il risentimento seminino indifferenza. E l’indifferen­za ti uccide dentro.

Gian Mario Ricciardi

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