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L'inverno islamico della primavera araba

di Samir Khalil Samir - C’è tristezza in Medio Oriente per il decorso della primavera araba. Dopo quasi due anni siamo ancora al punto di partenza, davanti a un nuovo tentativo di dittatura. Sembra proprio che la primavera araba sia spazzata via. In più vi è un viraggio sempre più chiaro verso l’islamismo. Questo è evidente al Cairo, ma anche in Tunisia, in Libia o in Siria.

La primavera araba: pane, lavoro e dignità!

La primavera araba è stata la prima ribellione contro regimi che, nati da una rivoluzione militare, sono via via scivolati verso la dittatura. I movimenti di protesta emersi in questi due anni sono un segno che fra gli arabi c’è una coscienza che dice: di non poterne più, e la forza è stata tale da rovesciare queste dittature. Era una protesta improvvisata, contro la povertà e la disoccupazione, e per più libertà e dignità. Ma questa è la parte destruens, distruttiva, riuscita, sostenuta da una volontà di cambiare questi Paesi. Adesso però viene la parte costruttiva, basandosi sulle capacità di costruire una società migliore e democratica.

Egitto, i Fratelli Musulmani e il fondamentalismo sunnita

Ma edificare un sistema democratico sembra quasi impossibile: da almeno tre generazioni non conosciamo cosa sia la democrazia. In Egitto, fino al 1952 vi è stata una monarchia debole che aveva delegato il potere alla Gran Bretagna. Vi era sì una forma di democrazia, ma dei ricchi e dei benestanti, che non affrontava la questione sociale. Il successo di Abdel Nasser è stato proprio questo: di aver fatto una rivoluzione sociale. Presto però, siamo passati a un sistema autoritario sotto Nasser, sempre più dittatoriale fino a Moubarak: più di 60 anni in cui la gente ha imparato solo ad obbedire, a non pensare ad alcun cambiamento. Talvolta il governo ha osato fare qualche riforma più o meno buona. Questo è successo in Egitto, Tunisia, Iraq, Siria. Perciò non sappiamo che cosa significa un regime democratico, e non si impara in due anni!

Il lungo cammino verso la democrazia

Il problema ora è imparare a concretizzare la democrazia nelle leggi e nelle strutture.
Ma questo non si improvvisa. Infatti, chi ha preso il potere? I più organizzati. I giovani che hanno fatto la rivoluzione non avevano alcuna esperienza di governo. Essi volevano cambiare e hanno cambiato, ma non hanno proposto alcun partito o soggetto politico. Chi aveva esperienza, ma apparteneva al vecchio regime è stato messo da parte. Rimanevano le organizzazioni emarginate dal vecchio regime, ma rimaste attive durante la dittatura, e cioè i Fratelli musulmani. E allora con trucchi, furberie, manipolazioni, i Fratelli musulmani sono riusciti a salire al potere.

Inoltre, la presenza di ben 40% di analfabeti in Egitto ha favorito gli islamisti: bastava dire che questo partito era quello basato sulla Legge divina, la sharia, e non sull’ateismo e su leggi umane, per convincerli.

Perciò è molto importante che giovani e vecchi abbiano reagito rifiutando il potere assoluto di Morsi. La gente si accorge anche che il problema non è solo Morsi, ma tutto il movimento islamista.

Il dramma attuale dell’Egitto – e del Medio Oriente – è che tutti vogliono la democrazia, ma non si sa cosa sia. Sappiamo cosa non è democrazia – come questa struttura di potere dei Fratelli musulmani – ma non sappiamo ancora definirla. Ci vorranno forse decenni per abbozzare qualche progetto sociale in positivo. Ma fin da ora possiamo impegnarci in ciò che può preparare la democrazia piena. Ad esempio, finché avremo un tasso di analfabetismo così alto (più del 40%), non ci sarà democrazia. Chi non sa leggere, non può seguire in modo pieno gli avvenimenti; dipende da chi gli dice le cose; e non ha la capacità di discernere, di valutare se una proposta è costruttiva o no.

L’uomo semplice e l’autorità religiosa

D'altra parte, l’analfabeta – e in genere l’uomo semplice – dipende dalla religione, perché in buona fede pensa che le cose di Dio sono le migliori. Gli hanno insegnato e ripetuto che gli imam sanno cosa vuole Dio; che la sharia è la migliore legislazione possibile; che il Corano è la perfezione di tutto... E allora ascolta gli imam, che gli dicono che il modello coranico è il miglior modello sociale, anche se è promosso solo dai fondamentalisti islamici. Ma non riflette che questo modello poteva essere perfetto per il VII secolo, per l’Arabia, per una società beduina, ma può non esserlo per una società moderna, industrializzata, globalizzata.

Purtroppo gli egiziani seguono in modo pedissequo gli imam e la loro interpretazione di Dio. Se uno osa domandare: “Ma perché pregare? Perché pregare cinque volte al giorno?”, tutti dicono: “É Dio che lo vuole!”. E così tutti tacciono. Per cambiare questa sudditanza dagli imam occorrono lunghi anni di educazione. Il sistema educativo è basato sulla memorizzazione, non solo del Corano e di alcuni detti di Muhammad o delle poesie preislamiche incomprensibili oggi, ma anche della storia e persino delle scienze e della matematica. Chi va oggi a scuola impara le cose a memoria, ma non impara a ragionare in modo personale, a riflettere. Ci vorrà tempo.

Il test essenziale: la sfida sociale

Un altro elemento importante sarà proprio il confronto fra la proposta islamista e la situazione sociale. Ora i Fratelli musulmani cominciano a governare e devono poter dimostrare che sanno governare bene, che il tasso di disoccupazione diminuisce, che l’economia migliora. Se questo non avviene, la gente ripenserà alla verità delle loro promesse. Gli islamisti hanno sempre detto che l’islam ci obbliga alla giustizia, che i ricchi devono aiutare i poveri.

Il loro motto è: “L’islam è la soluzione (Al-Islâm huwa l-hall)”. A qualunque domanda rispondo: “L’islam è la soluzione!”. Il momento del confronto è arrivato: se nel concreto questo non cambia nulla, allora quei proclami si manifesteranno come un’ideologia vuota. E anche questa sarà una tappa che porta alla democrazia.

Il presidente Morsi ha fatto una specie di colpo di Stato: ha avocato a sé tutti i poteri: esecutivo, legislativo e giudiziario. Già il 21 novembre scorso, Mohamed al-Baradei, Premio Nobel, ex capo dell’Associazione Internazionale dell’Energia Atomica e fondatore del nuovo partito egiziano al-Dostour, ha dichiarato: “Mohamed Morsi ha oggi usurpato tutti i poteri dello Stato e si è di fatto autoproclamato nuovo faraone”. Poi ha approvato la Costituente (mancante di tanti elementi sociali, fra cui cristiani e liberali), varato un referendum zoppo sulla Costituzione... Ma ha creato una reazione enorme: è l’inizio della democrazia!

La funzione dell’esercito

Nel caso della rivoluzione egiziana stupisce molto che l’esercito – che doveva essere la forza secolarizzante all’interno della società – stia tacendo davanti a questa ondata islamica. Viene il sospetto che questo scivolamento verso l’islamismo radicale vada bene anche all’esercito; agli Stati Uniti, che sono grandi sostenitori economici dell’esercito; al Qatar e all’imam Qaradawi, il quale all’inizio era contrario alla primavera araba, ma ora che tutti i governi nati da essa sono islamisti, li appoggia. Per comprendere, dobbiamo dire che in Egitto l’esercito va con chi ha il potere e sostiene i militari.

Se i Fratelli musulmani garantiscono che manterranno i privilegi da loro acquisiti, l’esercito in cambio accetterà di sostenere il nuovo potere. I militari non sono ideologici, ma sono pratici. Ora essi si rendono conto che il governo è islamista e lo accettano. È un po’ diverso dall’esercito turco, vero strumento del secolarismo di Ataturk. Il carattere egiziano è meno schematico, più facile all’accordo, più ondivago. Va anche detto che l’islamismo egiziano non è terroristico. Ogni volta che vi è un atto terrorista, Morsi lo condanna; poi ha fatto un figurone mediando fra Hamas e Israele su Gaza. E per questo l’esercito e la popolazione se la prendono con più calma.

La mia impressione è che il mondo arabo – e forse tutto il mondo musulmano – dovrà passare da una dittatura militare a una dittatura di forte potere islamico perché la gente è religiosa, musulmana e ha ancora stima per questo ideale nella società. La nuova tappa sarà la pratica e la realtà che permetterà alla popolazione di giudicare. Per ora il giudizio è teorico e va a favore dell’islamismo. Ma se nel tempo si manifesta che tale islamismo non migliora la situazione del popolo, allora gli ideali di cui si ammantano gli islamisti apparirebbero come una falsità. Da qui ci si può aspettare una reazione del popolo e si potrebbe giungere una sana laicità per la società araba. Alla fine, chi garantisce pane e lavoro vincerà.

Per gentile concessione di Asianews

Samir Khalil Samir

Nasce a Il Cairo nel 1938. Nel 1955 entra nell’ordine dei gesuiti in Francia. Dal 1986 vive a Beirut dove insegna Storia della Cultura Araba e Islamologia all’università Saint Joseph e dove ha fondato e dirige il Cedrac (Centre de documentation et de recherches arabes chrétiennes).

Islamologo, ha pubblicato più di 40 libri e 500 articoli relativi all’Oriente cristiano, all’islam, ai problemi relativi all’integrazione e alla convivenza tra cristiani e musulmani.

Da ricordare del 2002 il libro-intervista a Samir di Giorgio Paolucci e Camille Eid, Cento domande sull’islam, edito da Marietti e il recente è Islam e Occidente. Le sfide della coabitazione, Lindau 2011.

Speciale - La rivoluzione incompiuta - 2/5

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