Sermig

A caro prezzo

di Francesca Fabi - Si fa presto a dire libertà di stampa. Nel mondo, i giornalisti continuano a morire. La storia di chi ha perso tutto per difendere un sogno.

La vita di Alizée è cambiata all’improvviso per un’intervista non gradita. Poco più che trentenne, giornalista per passione nel vortice politico del Camerun. Il prezzo da pagare è stato altissimo: la casa saccheggiata, le minacce alla famiglia, la fuga in Europa per salvare la pelle. Oggi Alizée vive nel Nord Italia, sta rimettendo insieme i pezzi della sua vita come rifugiata. Il giornalismo le ha dato e le ha tolto tutto, ma non la dignità. “Scrivere è sempre stato il mio sogno, – dice – ho faticato per realizzarlo, tutti dobbiamo lottare per una libertà di stampa vera e piena”.

Alizée, tu lavoravi in una radio scomoda…

Più che scomoda, direi imparziale. Parlavamo di politica in modo equilibrato, ma sembrava che questa scelta desse fastidio al governo in carica. A partire dal 2008, abbiamo avuto sempre problemi. Tutto è coinciso con la proposta di riforma della Costituzione per consentire un mandato illimitato al candidato presidente. La gente è scesa in piazza, noi abbiamo denunciato alcune storture del potere. Da lì sono nati i nostri problemi.

Cosa è successo?

Da quel momento, sia l’editore che noi giornalisti, abbiamo cominciato a ricevere minacce di morte
. Credevano che volessimo destabilizzare il Paese, dando un punto di vista diverso su quello che faceva il Governo. Ci controllavano. Anche i miei figli hanno subito minacce. Una volta, hanno cercato addirittura di rapirli all’uscita della scuola. Io ho denunciato tutto e per un po’ di tempo siamo stati tranquilli.

Fino a quando?

Fino al 2010, quando abbiamo protestato per l’arresto di tre giornalisti
: un collega morì in cella a Yaoundé. Personalmente, sono scesa in piazza per denunciare l’accaduto, ci ho messo la faccia. Il punto di non ritorno, tuttavia, è stato qualche mese dopo. Con l’intervista che ha cambiato tutto.

Chi avevi intervistato?

Era uno degli ex leader degli studenti universitari
, riparato all'estero. Avevamo parlato di corruzione, della povertà della popolazione, chiamato in causa le responsabilità dirette del Governo e la possibile via di uscita delle opposizioni. Quell’intervista fece discutere. Mi accusarono di aver incitato alla rivolta. Nulla fu più come prima.

Perché?

La mia vita e quella della mia famiglia diventarono un incubo
. Le minacce di morte erano continue a tal punto che decisi di smettere di scrivere. Ho dovuto cambiare casa e scuola ai miei figli. Mia mamma poi non stava bene di salute. Non mi sarei mai perdonata se le avessero fatto qualcosa! Eppure, non è servito. Una notte, degli sconosciuti sono piombati a casa mia, l’hanno saccheggiata portando via tutto il mio archivio: otto anni di lavoro.

Tu eri in casa?

No, c’era la mia famiglia, che è stata minacciata con le armi e poi torturata
. I miei vicini erano terrorizzati. Nessuno voleva parlare. L’obiettivo ero io. Fortunatamente, mio padre aveva un amico nell’esercito che mi ha aiutato a scappare in Italia. I miei figli e la mia famiglia sono ancora in Camerun.

Pensi a loro?

Sempre, oggi penso alla loro sicurezza
. Poi, vedrò come continuare la mia lotta. Non posso stare a guardare con le braccia incrociate. Il Governo dice che nel Paese esiste la libertà di stampa, ma i giornalisti vengono uccisi, muoiono nelle celle, perché hanno investigato sulla corruzione. Non credo che questa sia libertà di stampa. Non è possibile essere minacciati se intervisti un esponente dell’opposizione. Noi facciamo solo il nostro lavoro e dobbiamo ascoltare tutti. Nient’altro.

La risposta alla repressione è continuare a farlo.

Speciale - Dentro le notizie - 4/9

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foto: Maurizio Turinetto