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Il mondo alla rovescia

di Renato Bonomo - Il nostro tempo, come mai prima d’ora, ci permette di ascoltare il grido degli ultimi. Bisogna farsene carico, primo passo per costruire un nuovo patto tra generazioni.

DOMANDE ALLA ROVESCIA
Mi capita spesso di leggere per lavoro libri di storia ed è diventata ormai un’abitudine pormi delle domande alla rovescia, quelle che ti impongono di vedere la realtà da una prospettiva diametralmente opposta, alternativa. Ad esempio: sappiamo tutto o quasi degli imperatori romani ma non conosciamo che cosa diceva la plebe di Roma. O che cosa pensava il mondo contadino sotto Carlo Magno. Nella maggior parte dei casi i libri ci raccontano molto dei potenti e dei vincitori, poco dei vinti e degli ultimi. La ragione è molto semplice: gli sconfitti e i poveri non sapendo né leggere né scrivere non hanno potuto lasciare traccia del loro passaggio. Il silenzio li avvolge.
Quante persone si sono portate dietro in questo vuoto le loro sofferenze, aspirazioni, esistenze che risultano così irrimediabilmente perdute? Bisogna essere particolarmente fortunati per trovare nelle pieghe e negli anfratti della storia alcune voci originali degli ultimi miracolosamente scampate all’oblio. È il caso della rivoluzione inglese del XVII secolo che ha rappresentato un breve ma intensissimo periodo di libertà religiosa in cui veramente tutti ebbero la possibilità di esporre pubblicamente le loro idee arrivando a immaginare un mondo completamente diverso, alla rovescia appunto. Non è poi da trascurare il caso dei cosiddetti quaderni delle lagnanze, una sorta di raccolta delle proteste, promossa da Luigi XVI negli anni immediatamente precedenti la rivoluzione francese, che ci restituisce uno straordinario affresco dell’ingiustizia perpetrata dai nobili nei confronti del Terzo Stato. Sono documenti importanti, ma non dobbiamo dimenticare che la maggioranza di queste testimonianze è comunque spuria, perché filtrata da persone che, sapendo scrivere, hanno in qualche modo modificato l’impeto e l’ispirazione originari.

VOCI SCOMODE
Oggi assistiamo a qualcosa di totalmente nuovo: gli ultimi, i poveri possono finalmente farsi sentire mediante le nuove tecnologie, a partire da semplici sms, attraverso gli scatti effettuati dal proprio cellulare fino ad arrivare ai social network come Twitter e Facebook che permettono di partecipare in tempo reale ad ogni avvenimento.
Pensiamo alle foto o ai filmati sgranati della durissima repressione in Siria, ai messaggi che hanno guidato i giovani a riempire le piazze de Il Cairo e a dare così ulteriore fuoco alle polveri della primavera araba.
Ma non è solo una questione estera, non abbiamo bisogno di andare molto lontano per udire il disagio fatto di precarietà, di mancanza di prospettive, di fragilità economica e psicologica, di solitudine degli ultimi di casa nostra. Pensiamo alla parte sana dei cosiddetti movimenti degli indignati che hanno fatto della rete la loro sede privilegiata di discussione e organizzazione. Oggi come non mai, a partire da queste voci, possiamo costruire qualcosa di nuovo fondandoci su una consapevolezza autentica delle dinamiche perverse del nostro mondo: dal lavoro che non c’è e quando c’è è precario e insicuro, a tutto ciò che ci circonda che sembra frantumarsi quando crollano le borse e i risparmi. Le nuove tecnologie ci mettono in contatto non solo con le sofferenze del più sperduto e povero contadino del pianeta ma anche con quelle provenienti dal nostro pianerottolo.
Ora che finalmente queste voci diventano udibili e questi volti diventano visibili, siamo veramente sicuri di volerli davvero sentire e vedere, farci carico della loro sofferenza? Il rischio è la sovraesposizione, l’eccessiva presenza di stimoli che alla fine generano l’effetto opposto a quello desiderato, ossia l’assuefazione, la relativizzazione che diventa dimenticanza. Il rischio è grande, ma la nostra disattenzione non può protrarsi a lungo: la fatica e la disperazione vanno accolte, altrimenti si trasformano in una rabbia che può frantumare irrimediabilmente la nostra società.

PATTO FRA GENERAZIONI
È altrettanto vero però che questa minaccia può trasformarsi in un’opportunità capace di stimolare la ricerca di nuove strade per vivere un futuro diverso. Se i nostri tempi di crisi sembrano volere mettere gli uni contro gli altri, i giovani contro gli adulti, il Nord contro il Sud, il bianco contro il nero, il diritto contro il dovere, i primi contro gli ultimi, forse è il momento di un patto tra le generazioni.
Secondo un’antica tradizione giuridica il patto può svolgere due funzioni essenziali: la prima è unire, la seconda è di assoggettare. Le diverse generazioni devono quindi pensare e costruire insieme, porsi dalla stessa parte della barricata e non l’una contro l’altra armate perché è in gioco il destino di tutti. In secondo luogo devono assoggettarsi a vicenda nel senso di costruire una relazione fondata su diritti e doveri reciproci.
In sostanza per le generazioni più anziane significa andare oltre la logica del diritto acquisito. Ciò non vuol dire negare ciò che è stato conquistato e che quindi appartiene loro, ma piuttosto la necessaria e doverosa consapevolezza che nasce dal fatto che non si può accettare di mantenere inalterato un sistema pensato dieci, venti, trenta o più anni prima.
Per le generazioni più giovani significa fare anche loro un passo indietro: riconoscere che non più tutto è dovuto. Che occorre ripartire da zero, anche dai lavori più umili, accettando sacrifici e rinunce. Anche questo è un passaggio doloroso e faticoso perché significa rimettere in discussione uno stile di vita ormai consolidato ma divenuto insostenibile.
Ogni generazione deve cominciare a fare i conti con il presente e a proiettarsi nel futuro senza poter guardare troppo al passato: questo nostro oggi non ha infatti precedenti! Nessuno può più vivere di rendita.

OLTRE LA MENTALITÀ ACQUISITA
Ci stiamo impoverendo: è un dato di fatto drammatico, che può non piacerci, magari ci ripugna, ma purtroppo inalienabile. I più giovani non potranno più contare su un patrimonio materiale come quello ereditato dai loro padri. Pensiamo ai giovani precari che oggi diventano padri: è impossibile che possano lasciare ai loro figli tutto quello che hanno ricevuto in eredità dai propri genitori. Le generazioni più anziane si devono accorgere che o condividono con i loro figli quello che hanno costruito negli anni o, per trattenere tutto, perderanno molto.
L’incombere del futuro è ormai prossimo. Se non cambiamo, i diritti acquisiti saranno un semplice ricordo.
A dire il vero, in primis, ciò a cui tutti dovremmo rinunciare non sono tanto i diritti acquisiti, quanto piuttosto la mentalità acquisita. È quella mentalità che ci impedisce di vedere oltre il nostro naso; che si rifiuta di vedere i problemi in un’ottica più ampia e globale; che dimentica gli altri; che non ci fa accettare le sfide. Molto probabilmente diventeremo più poveri materialmente ma non è detto che questo ci impedisca di scoprire nuove fonti alternative di ricchezza. Forse non lasceremo più ai nostri figli case, alloggi, beni e soldi in abbondanza ma potremo offrire loro il nostro bagaglio di esperienza che diventa valore e cultura; il racconto del nostro personale viaggio attraverso la crisi di questi anni che, pur avendoci tolto molto, non avrà intaccato la nostra dignità.


Speciale – LACRIME CON LE BRACCIA APERTE 7 / 8

Il dolore subìto e il dolore accolto, il dolore condiviso e il dolore disperato, il dolore del corpo e il dolore dell’anima. L’esperienza dell’uomo di ieri e di quello di oggi. Giovani e anziani, poveri e ricchi, forti e deboli: tante risposte, la stessa ferita, in ogni angolo del mondo. Un viaggio dentro le pieghe e le contraddizioni del più grande tabù dell’umanità, una ricerca di senso che può incontrare la speranza.