Sermig

Dedicato a voi

di Elena Goisis - Nei giorni scorsi ha chiuso gli occhi un volontario dell’Arsenale. Aveva saltato l’appuntamento con il suo servizio settimanale. Strano, senza avvisarci. L’abbiamo cercato al telefono, poi al campanello di casa. Infine, abbiamo contattato dei vicini. Era mancato il giorno prima per un malore. Il suo corpo mentre scrivo attende che qualcuno lo reclami. Altrimenti, sarà la pietà civica a prendersi cura di lui. Era solo in casa, solo nella vita. Come un gran numero di persone. Solitudini non volute, conseguenti a un lutto, ad una separazione, al non aver trovato un’anima con la quale condividersi. Anch’io ho trascorso diversi anni in solitudine. È iniziata come una conquista: non più figlia di… ma Elena, con una vita da inventare. Più avanti, è venuta la solitudine imposta da una storia a due finita male. Anni di lacerazione, di nuova ricerca. Poco per volta, la vera me stessa ha preso forma. Guardare in faccia il vuoto mi ha aiutato a capire di cosa volevo riempirlo. Anzi, di chi. Finché l’incontro con Dio mi è esploso dentro e con esso, una nuova scelta di vita. Così è la solitudine, maledizione e benedizione insieme.

Perché l’uomo non è fatto per vivere da solo, ma ha bisogno anche di solitudine per capire chi vuole essere, per dare spazio a nuove possibilità. Penso alle tante persone sole che conosco, al mistero delle loro vite cariche di una croce impegnativa da portare. Una croce che a volte le rende più attente ad altre vite difficili. Vorrei dedicare loro tre parole: non buttatevi via! Ogni condizione, ogni età porta con sé una grazia. A volte immediata, altre volte laboriosa. Ma sempre grazia, tanto più profonda quanto più sofferta. Il mondo, gli altri, noi stessi abbiamo bisogno di queste grazie, di anime rese forti dall’aver attraversato e accettato la fatica della solitudine senza chiudersi, senza smettere di vivere.

Mini Editoriale – Rubrica di Nuovo Progetto