Sermig

La nuova tecnologia

di Giorgio Ceragioli – Alla ricerca di nuovi equilibri tecnologici. L’importanza per il Terzo Mondo della cibernetica e la concreta possibilità di usarla per il suo sviluppo.

In un mondo profondamente tecnologizzato, riproponiamo delle riflessioni sulla tecnologia abbinata alla speranza. Una rubrica di Progetto scritta trent’anni fa da Ceragioli, ingegnere e tecnologo che ha messo il suo sapere e le sue competenze a servizio dello sviluppo economico e sociale delle persone e dei Paesi più poveri. Per chi la tecnologia, per che cosa? Non solo per il piacere del nuovo, ma per sostenere la vita e dare speranza.

Domenica, in uno dei tanti piccoli centri del Burundi. Siamo in visita al vescovo, un africano molto simpatico, che ha studiato in Italia e parla in napoletano. In una delle piccole stanzette della curia, ecco la sorpresa: un calcolatore con video e macchina stampante, nel quale vengono immagazzinate tutte le notizie utili della diocesi. Il tecnico preme qualche bottone e ne esce, fresca fresca, la contabilità aggiornata di una delle tante parrocchie. Lunedì mattina, dopo aver passato la sera al lume di candela perché il generatore di corrente della missione in cui siamo alloggiati viene staccato e dopo esserci arrangiati con i servizi igienici, perché da settimane non arriva l’acqua per un guasto alla pompa, verso le 8 incrociamo i molti ragazzini che vanno a scuola. Hanno in mano un quaderno e un pacchetto: in quest’ultimo sono contenuti gli escrementi, che portano a scuola in ossequio ad una campagna nazionale per la raccolta di fertilizzanti.
Un mese dopo in Nigeria, alle tre di notte, entriamo in Lagos, la capitale, dall’aeroporto internazionale. Siamo su un’autostrada, con luci gialle al sodio, e percorriamo una serie di svincoli e snodi che possono far invidia a molte città europee. Il giorno seguente discutiamo con il direttore di un istituto di ricerca statale il principale problema edilizio della Nigeria: il miglioramento dell’edilizia rurale che interessa circa l’80% degli abitanti del più popoloso stato africano.
La prima e più importante soluzione è il miglioramento dei muri in terra e fango con cui è fatta la maggior parte di queste case, se si vuole – come si vuole – che ogni nigeriano abbia una casa migliore. D’altronde due anni prima, in Somalia, a Mogadiscio, la capitale, era consueto incrociare carretti con l’asinello, che portavano in città il fieno per nutrire gli animali, tenuti nella maggioranza delle casette (o baracche, o capanne), racchiuse nel perimetro urbano; ed era altrettanto consueto incontrare poliomielitici striscianti, con sandali alle mani, perché la vaccinazione di massa non c’era, data l’impossibilità – per mancanza di energia elettrica – di conservare i vaccini in celle frigorifere, inesistenti nella maggior parte del Paese. Ma a Mogadiscio stessa arriva il ponte telefonico o il telex con cui si può comunicare direttamente da casa con l’Italia; si pensa di impiantare la televisione; arriva il Tupolev sovietico o il DC 10 dell’Alitalia con i suoi 265 passeggeri.

Questa è la situazione, il problema, la speranza della tecnologia nel Terzo Mondo
. Pensare ad un Terzo Mondo che costruisce con muri in terra, senza pensare di migliorarli anche con l’uso di sottoprodotti del petrolio è un’utopia di una povertà non scelta e che è troppo spesso miseria drammatica. Ma pensare ad un Terzo Mondo che possa fare a meno dei muri di terra e si getti solo sugli aerei a reazione o sulle raffinerie è un’altra utopia di una ricchezza inesistente e non divisibile equamente. È una cultura tecnologica diversa, già presente e in continua formazione ed ebollizione, nei Paesi in via di sviluppo: la cultura della compresenza che riesce ad accettare e ad amalgamare mondi distanti millenni: la tecnologia dell’età della pietra e quella dell’era atomica. È una grande sfida alle capacità degli uomini di sopportare e rendere utili enormi tensioni spirituali, culturali, morali, di conoscenza tecnica. Ma è anche una grande speranza.
La speranza di unificare tutte le potenzialità per un’umanità nuova. Umanità che può diventare segno di confronto con quella occidentale e marxista, in un rapporto nuovo tra le cose e gli uomini, tra la tecnologia e lo sviluppo. È la situazione estrema in cui si può capire che cos’è una tecnologia appropriata e come questa possa essere ben diversa da una semplice tecnica industriale o da una pura tecnica tradizionale, e come ci può essere bisogno dell’una e dell’altra e, soprattutto, del metterle insieme, del cercare con costanza e determinazione nuovi equilibri tecnologici, nuovi strumenti per rispondere alle esigenze degli uomini.
All’interno di questa prospettiva scientifica e umana, entusiasmante per lo sforzo di ricerca che chiede, pare emergere l’importanza per il Terzo Mondo della cibernetica e la concreta possibilità di usarla per il suo sviluppo. Le strade sono poche, le ferrovie spesso inesistenti, le industrie decollano con difficoltà, ma troviamo il calcolatore nella diocesi dispersa sulle colline del Burundi, il telex che trasmette le prenotazioni aeree a Roma o a New-York; il satellite che collega telefonicamente Biella a Bujumbura. Si direbbe che la cibernetica abbia sfondato i secoli molto più rapidamente dell’industria di tipo classico, quella della rivoluzione industriale dell’800. Mentre questa non è ancora arrivata in moltissime città e villaggi, se non marginalmente, i transistor trasmettono la loro musica nelle bidonville più povere di Calcutta o Madras; la tv zairese può portare le immagini di tutto il mondo alle sorgenti del Congo; le video-cassette con gli ultimi film europei sono più usate dai tecnici dell’Agip e dai missionari in Africa di quanto lo facciano i rispettivi colleghi nelle case e nelle canoniche di Roma o Bologna; la si può trovare venduta da ragazzi scalzi che corrono a piedi dietro le macchine sugli svincoli autostradali di Yagas o in una capanna in fango dell’interno. È una contraddizione che colpisce e sgomenta: ma è una contraddizione che non può essere elusa, o demonizzata. La realtà è questa, e su questa realtà si muove la “nuova tecnologia”.

foto: Giovanni Rossatti
dalla rubrica di Progetto 1981 LA SPERANZA TECNOLOGICA (7/10)