Sermig

Gli aquiloni di Varanasi

di Renata Busettini - Poesia e morte in riva al Gange. Varanasi (Benares) ci ingoia immediatamente tra i suoi vicoli. Su e giù attraverso viottoli stretti, gradini sconnessi, detriti, motociclette che si fanno strada tra mucche e passanti, vecchie nei loro sari colorati, profumi di incenso che svaniscono dietro l’angolo lasciando il posto ad odori meno piacevoli.
Cercando di orientarci attraverso sguardi incuriositi e santoni che provano ad attirare la nostra attenzione, udiamo il sopraggiungere di un suono che sembra una litania. Ci voltiamo e facciamo il nostro primo incontro con i corpi che volano su quattro teste. Poi ne arrivano altri, sospesi a mezz’aria avvolti nei loro colori rosso oro, accompagnati da questa ninna nanna monotona e ripetitiva, in volo verso la santificazione. Ci troviamo al Manikarnika Ghat. Lo spettacolo intorno a noi è irreale. Di fronte solo il Gange, il fiume sacro. All’inizio la cosa più difficile è riuscire a tenere gli occhi aperti, ci sono decine di pire che fumano.
Fiamme e cenere sembrano entrare direttamente dentro gli occhi. Le quattro teste arrivano accompagnando i loro corpi volanti. Scendono giù fino alla fine della stradina e qui, finalmente, i corpi lasciano le teste per toccare terra un ultima volta ed essere bagnati nelle acque sante del Gange. Guardo verso il cielo ed il fumo si trasforma in un aquilone. Incredibile, tutto il grigiore degli edifici e del fumo non mi aveva fatto notare che il cielo era blu e che nel blu del cielo c’erano decine di aquiloni colorati. Questo nuovo volo che non è più di morte, ma solo di vita, mi affascina. E con lo sguardo mi metto a rincorrere quell’aquilone rosso fuoco che piroetta tra il fumo. Lungo i ghat di Varanasi è difficilissimo non farsi distrarre.




 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

È un mondo quello che si incontra, è vita che nasce ogni mattina con il sorgere del sole quando il Gange è ancora freddo, quando la nebbia avvolge tutto e quando gli aquiloni sono ancora a dormire. Finalmente i miei occhi incontrano quelle mani che con abilità governano, con piccoli strattoni, l’aquilone rosso fuoco che era spuntato dal fumo della pira. Appartengono ad un bambino di circa dodici anni. I suoi occhi sono rivolti all’insù verso quel rombo di carta rosso che con maestria riesce a far salire, virare, scendere a picco e poi ritornare in alto verso il cielo. Nonostante la maestria del ragazzino all’aquilone rosso viene tagliato il filo e lasciando il suo angolo di cielo atterra vicino al fiume, circondato dai rifiuti e dallo sterco. Due occhi brillano mentre le mani di un altro ragazzino timidamente lo toccano, lo portano al petto e poi dietro le spalle. Ad ogni passo l’aquilone sembra rientrare nel vortice delle fiamme che gli avevano dato anima e vita al Manikarnika Ghat.

Foto: MAX FERRERO / SYNC

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