Sermig

In cammino verso la Pasqua (3/7)

Solo l’amore vince il disamore - di Giuseppe Pollano - Le letture del martedì della IV settimana di quaresima ci animano per pregare il Padre, per diventare supplica dinanzi all’onnipotenza di Dio, per prenderci in carico Gesù e continuare la sua opera nel mondo.


Ez 47,1-9.12

Ted Larson, EzekielMi condusse poi all'ingresso del tempio e vidi che sotto la soglia del tempio usciva acqua verso oriente, poiché la facciata del tempio era verso oriente. Quell'acqua scendeva sotto il lato destro del tempio, dalla parte meridionale dell'altare. Mi condusse fuori dalla porta settentrionale e mi fece girare all'esterno, fino alla porta esterna rivolta a oriente, e vidi che l'acqua scaturiva dal lato destro. Quell'uomo avanzò verso oriente e con una cordicella in mano misurò mille cubiti, poi mi fece attraversare quell'acqua: mi giungeva alla caviglia. Misurò altri mille cubiti, poi mi fece attraversare quell'acqua: mi giungeva al ginocchio. Misurò altri mille cubiti, poi mi fece attraversare l'acqua: mi giungeva ai fianchi. Ne misurò altri mille: era un torrente che non potevo attraversare, perché le acque erano cresciute; erano acque navigabili, un torrente che non si poteva passare a guado. Allora egli mi disse: "Hai visto, figlio dell'uomo?".
Poi mi fece ritornare sulla sponda del torrente; voltandomi, vidi che sulla sponda del torrente vi era una grandissima quantità di alberi da una parte e dall'altra. Mi disse: "Queste acque scorrono verso la regione orientale, scendono nell'Araba ed entrano nel mare: sfociate nel mare, ne risanano le acque. Ogni essere vivente che si muove dovunque arriva il torrente, vivrà: il pesce vi sarà abbondantissimo, perché dove giungono quelle acque, risanano, e là dove giungerà il torrente tutto rivivrà.
Lungo il torrente, su una riva e sull'altra, crescerà ogni sorta di alberi da frutto, le cui foglie non appassiranno: i loro frutti non cesseranno e ogni mese matureranno, perché le loro acque sgorgano dal santuario. I loro frutti serviranno come cibo e le foglie come medicina”
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C’è un grande mare, ma le sue acque sono malate, in quel mare non si vive o non si vive bene. Ecco un simbolo trasparente di quella che è la storia umana, che cerca da sempre di risanarsi e non ci riesce mai. Sicché saremmo autorizzati, come spesso hanno fatto gli uomini più sensibili ma che non conoscevano Gesù, a disperarci di questa condizione malata e inguaribile. La pagina di Ezechiele invece dà speranza, perché è vero che c’è un mare dalle acque malate, ma è ancor più vero che è risanato dal fiume che ha la sorgente nel tempio - il luogo dove Dio incontra gli uomini, l’incarnazione del Verbo di Dio - da cui esce un sottile filo d’acqua che diventa poi un immenso fiume la cui potenza è proprio quella di risanare le acque del mare.
Merdis Bethel, Il fiume della vita L’altare della celebrazione eucaristica ridiventa il tempio da cui sgorga un fiume di grazia, perché con facilità di gesti – ma quanto mistero! – viene offerto di nuovo al Padre suo Figlio che gli nasce nel cuore. Ed, ecco, la grazia viene.
Questa grazia va capita in modo particolare. Qual è la malattia della storia? È il disamore, è il non sapere amare tanto quanto sarebbe sufficiente perché la condizione umana diventi finalmente buona. Questa tremenda malattia la portiamo tutti in cuore.
Non è che noi non sappiamo amare almeno un poco, ma questo poco non basta per salvare una storia, perché quell’amore che risana il mondo non può uscire dal nostro cuore. Il nostro disamore ci fa soffrire, il nostro disamore rende tutto difficile. È cominciato quando Caino ha versato il sangue di Abele e quel sangue continua a gridare dalla terra; è continuato quando tutti i più violenti, i più potenti, i più intelligenti hanno messo sotto i piedi i più fragili, i più deboli, i più ignoranti, e continuano a farlo; è continuato ancora quando, invece di risolvere le questioni guardandosi negli occhi, abbiamo impugnato le armi e ci siamo uccisi.
Questa è la condizione contemporanea anche nel piccolo, tra noi, perché il disamore vince sempre quando le nostre differenze – siamo tutti diversi – cominciano a diventare diversità sospettose e poi divisione che genera ostilità, la quale a sua volta genera malevolenza e morte. Malati di disamore noi abbiamo bisogno di amore, l’unica medicina. E l’amore è Dio, per cui questo dono deve scendere da Dio, da soli non ci salveremo mai.
I nostri cuori desiderano immensamente che questo amore scenda, che questa grazia raggiunga nuovi cuori, tocchi coscienze, risvegli dei destini interiori, converta. Dio è disposto a donare questa grazia.
Alla grande domanda che egli continua a porre a tutto il mondo “Voi chi dite che io sia?” (Mt 16,15; Mc 8,29; Lc 9,20) con passione rispondiamo apertamente “Tu sei l’unico salvatore di cui abbiamo un disperato bisogno”.
Pertanto dinanzi alla nostra storia malatissima supplichiamo con le parole dell’Apocalisse: Vieni, vieni, Signore, se non vieni tu, non capiterà nulla di nuovo. Signore vieni, diventa un fiume che travolge, risana le acque. E noi possiamo intervenire nei piani di Dio con la nostra filiale fiducia. E lui viene.
Ma allora Gesù ci pone l’altra domanda: “E voi, se io vengo, che cosa ne farete di me?”. Che Dio venga non c’è dubbio, ma che noi spesso lo lasciamo venire invano, non ne assumiamo la forza, l’incarico, la missione, è altrettanto vero. Se vogliamo vivere sempre meglio questo venire di Cristo non potremo dimenticarci che se Gesù viene, viene attraverso la Chiesa, attraverso ciascuno di noi, e non in altro modo.


Gv 5,1-3.5-16

La guarigione del paraliticoDopo questi fatti, ricorreva una festa dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. A Gerusalemme, presso la porta delle Pecore, vi è una piscina, chiamata in ebraico Betzatà, con cinque portici, sotto i quali giaceva un grande numero di infermi, ciechi, zoppi e paralitici.
Si trovava lì un uomo che da trentotto anni era malato. Gesù, vedendolo giacere e sapendo che da molto tempo era così, gli disse: "Vuoi guarire?". Gli rispose il malato: "Signore, non ho nessuno che mi immerga nella piscina quando l'acqua si agita. Mentre infatti sto per andarvi, un altro scende prima di me". Gesù gli disse: "Àlzati, prendi la tua barella e cammina". E all'istante quell'uomo guarì: prese la sua barella e cominciò a camminare.
Quel giorno però era un sabato. Dissero dunque i Giudei all'uomo che era stato guarito: "È sabato e non ti è lecito portare la tua barella". Ma egli rispose loro: "Colui che mi ha guarito mi ha detto: 'Prendi la tua barella e cammina' ". Gli domandarono allora: "Chi è l'uomo che ti ha detto: 'Prendi e cammina'?". Ma colui che era stato guarito non sapeva chi fosse; Gesù infatti si era allontanato perché vi era folla in quel luogo. Poco dopo Gesù lo trovò nel tempio e gli disse: "Ecco: sei guarito! Non peccare più, perché non ti accada qualcosa di peggio". Quell'uomo se ne andò e riferì ai Giudei che era stato Gesù a guarirlo. Per questo i Giudei perseguitavano Gesù, perché faceva tali cose di sabato.

Poiché Gesù è il nostro modello, si possono annotare alcune cose molto belle.
Gesù si è trovato vicino alla piscina di Betzatà. Gerusalemme è grande, questo era un piccolo angolo, però un piccolo angolo segnato da una caratteristica umana tutta particolare: lì si radunavano in gran numero storpi, ciechi, zoppi e malati e lui si è lasciato attirare da questa isola di umanità sofferente.
Il Signore, prima di tutto, ci chiede e ci insegna di saper trovare quei luoghi dove storpi, ciechi, infermi e zoppi ce ne sono ancora e sono lì perché fan parte di un gruppo diverso da tutti gli altri, una specie di ghetto del dolore. Vado con il Signore prima di tutto, poi guardo, cerco di vedere, apro il cuore al dolore degli altri. Vado non con la malinconia, ma con il cuore aperto, faccio come Gesù che ha notato che c’era tra quei malati uno il cui cuore era particolarmente malato, perché viveva con una attesa mai soddisfatta: sono anni che aspetto. Gesù, intuendo quel cuore, ha preso l’iniziativa di un colloquio bellissimo, due parole: “Vuoi guarire?”. Queste sono tra le parole più belle, più toccanti, più umane che Gesù abbia detto, intanto perché sono nate proprio da lui, poi perché fanno pensare che quando eravamo peccatori, Dio ha mandato suo Figlio di sua iniziativa (1Gv 4,10), Dio ci ha amati per primo (1Gv 4,19). Gesù va dove ci sono i miseri e pone la sua domanda che implica il desiderio di vedere quell’uomo, guarito, alzarsi e camminare.
Questa è la storia di Dio tra noi, ma è una storia che egli passa a ciascuno di noi. Interroghiamoci: quando è stata l’ultima volta che abbiamo detto a qualcuno vuoi guarire, che ci siamo mossi verso la povertà, che siamo intervenuti senza che nessuno ce lo chiedesse? Tutti allora dobbiamo dare un’occhiata alle nostre giornate chiedendoci semmai rischiassimo i due peccati profondi del mondo nei confronti di chi aspetta di essere guarito.
Il primo peccato è il pessimismo irriducibile, il pensare che non c’è niente da fare perché il mondo è un lazzaretto, un ospedale, i disgraziati ci saranno sempre. Se qualche volta ci accorgiamo che cediamo a questo senso di sconforto, di resa come se fossimo degli sconfitti, dobbiamo reagire con l’azione dello Spirito e svegliare il cuore, perché questo pessimismo è un peccato contro la speranza e la carità di Dio.
E vigiliamo anche per non cadere nell’altro peccato, che è ancora peggiore, quella forma di vittimismo egoistico, che commenta la sofferenza altrui così:  Mario D'alessandro, Indifferenza loro soffrono, che ci posso fare? Io cercherò di non soffrire. Quanti cuori, anche cristiani, si rifugiano in questa cinica ed egoistica lettura! Ipocrita, sei proprio sicuro che non puoi muoverti, sgranchirti nel tuo egoismo e andare anche tu a chiedere a qualcuno se vuole guarire? Sei proprio sicuro che non puoi prendere del tuo e darlo a chi non ne ha? Ma come fai a essere diventato così finto di fronte a te stesso? Questo male diffuso contagia anche noi, ma non vogliamo lasciarci contagiare perché se non siamo noi a ripetere il gesto di Cristo, chi lo ripete?
Il cristiano è impegnato in maniera totale. Vogliamo in qualche modo che il Signore possa dire che di ciascuno di noi può fidarsi, perché quando incontreremo chi soffre e gli chiederemo se vuole guarire, gli porteremo salvezza fisica, psicologica, morale, cioè tutto il dono di Dio. Questo è essere in sintonia con il Signore.
Chi sono per voi? Sei la nostra speranza, Signore, abbiamo un immenso bisogno di te e lo crediamo a nome di tutti. Però sei anche il nostro maestro e noi ti promettiamo che saremo sempre di più tuoi discepoli.
Questa è la civiltà dell’amore. È una speranza certa, perché crediamo in Gesù che ci salva, ci impegniamo a salvare con lui, riconfermiamo che di fronte alla tragica malattia del disamore, l’amore vince e noi collaboreremo a questa vittoria.
Siamo al culmine della storia umana dove l’amore e il disamore si affrontano faccia a faccia. Dobbiamo scegliere, ma è bello vivere in un tempo così dove tutto ci sfida, dove lasciamo che il nostro cuore rimanga come invaso dal dolore degli altri, ma non sommerso, soltanto colmato, perché l’amore risponde.

Giuseppe Pollano
tratto da un incontro all’Arsenale della Pace
testo non rivisto dall'autore