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Il problema dell’altro e il volontario (3/3)

La vittoria della libertà della persona - di Giuseppe Pollano - In questa ultima riflessione sul volontariato è preso in esame il terzo punto: la vittoria della libertà della persona.


Vivere come volontario non è facile. D’altronde non esiste una cosa sublime e facile, ci vuole tutta la propria volontà impegnata. Solo così la relazione, interpretata con atti di gratuità passionale e struggente, diventa poi una vittoria profondissima della libertà.Volontari lanciano palloncini colorati

Parlare di libertà e non solo di volontà è l’aspetto pregnante, più nuovo, del volontario. Prima di tutto vuol dire svincolarsi da ciò che ci trattiene e ci condiziona. La libertà più bella dell’uomo è quando si lancia a creare qualcosa, a diventare creativo. Quando la libertà diventa un progetto nel quale vivi, credi, ti consumi, non ti servono più le passioni, i desideri, gli entusiasmi, tanto meno le illusioni: tutte spinte fittizie che se ne sono andate da tempo. Continui perché il tuo progetto lo scegli, lo decidi e arrivi alla sponda beata della responsabilità. Se l’altro, con la sua presenza, mi obbliga, ebbene io mi prendo il suo carico, ne rispondo io, la mia libertà diventa responsabile ed altissima. Il volontario, proprio in quanto tale, a questo punto fa probabilmente le sue scelte più forti continuando ad avere altri doveri ed impegni socialmente e moralmente vincolanti.

Nell’assenza di qualsiasi pressione, di vincoli, di condizionamenti, il volontariato svela la sua potenza interiore di creare un modo di vivere. Naturalmente è difficile svincolarsi da tutto, c’è il rischio di agire per fattori emotivi, sentimenti di compassione e di pietà; può esserci addirittura il bisogno di una riassicurazione, di trovare qualcosa in cui realizzarsi, qualcosa di utile; può anche svilupparsi un certo modo di agire sull’altro che inconsciamente nasconde una voglia di potere, in parole povere: ti aiuto ma ti domino. Un volontario tiene in braccio un bambinoPrescindendo da queste realtà, occorre che il volontario abbia sempre chiaro il bene dell’altro, un bene che va voluto.

Ci sarà sempre una volta in cui il cuore del volontario non ha più voglia del bene dell’altro, ha magari voglia di andarsene, ma è la fedeltà volitiva e spirituale invece a farlo rimanere. Che errore commette chi pensa al volontariato come ad una bella avventura del cuore!
Tanto più presto il noviziato sgrossa il volontario svelandogli qual è la realtà, tanto meglio è, non solo per lui, ma per la gente a cui ci dedica, perché il cuore si purifica.

Questa liberazione è progressiva ed è molto aiutata dallo Spirito di Dio che porta frutto, come dice la lettera ai Galati. Il frutto dello Spirito è ciò che lo Spirito mette di suo nella tua libertà che si impegna. Diventi così portatore del germogliare della giustizia di Dio e, chi la riceve, sente il tocco di questo frutto soave che tu, fedelmente, gli porgi.

Il volontariato è interamente appeso a questo senso di responsabilità e di corresponsabilità, dove la responsabilità è l’agire per una causa: io non produco un effetto su di te, ma per te. La responsabilità è questa.
Quando si parla di politici, si dice proprio che hanno potere non sugli altri, ma per gli altri, si assumono la responsabilità del bene altrui. Se non ha fatto soltanto un calcolo di aumentare la sua dimensione personale, se è partito ben intenzionato, nessuno è nobile come lui dopo un padre e una madre, perché si prende gratuitamente il carico degli altri. Anche il volontario lavora così.

Cristo Pantocratore, Monreale (PA)Il come dedicarci agli altri nella vita cristiana diventa fortificato e potenziato dal fatto che, grazie all'economia sacramentale, il Signore dimora in me e io dimoro in lui. Nell’impianto sacramentale della dottrina cattolica, pensiamo all’eucaristia, Cristo è il compagno della nostra azione, il contemporaneo della nostra scelta, colui che con noi fa il bene.

Non lavoriamo macchinalmente, per cui, siccome gettiamo un seme di bene perché vada da qualche parte, non stiamo a fare il conto di quelli caduti sull’asfalto. Poveri noi se contassimo i semi perché tutti vadano sulla zolla!
Questo senso del saper perdere, perché si ama più di tutto, è caratteristico del volontario, il quale ha sempre ampi margini di fondo perduto; in questo senso nessuno spegne l’anima del volontario e nessuno potrà mai obbligarlo a non essere quel che è.

Questo vuol dire essere liberi: avere l’anima destinata in qualche maniera a sconfinare e a traboccare, fino a capire, a poco a poco, che la vita merita il nome di vocazione, di chiamata. Un nome alto, privilegiato, da non sporcare, una cosa così grande che è intervenuta nella mia piccola vita dapprima smorta, banale ed insignificante. Io sono stato chiamato a qualcosa di più grande.
Il volontariato, in teoria e in pratica, si salda spesso ad un concetto di vocazione. Diventa una vita nuova e non a caso al volontariato bisogna prepararsi, perché deve diventare l’ultima interpretazione della propria vita.

Una giovane ragazza aiuta un'anziana donnaQuando saremo giudicati dalla Parola fatta carne, lo saremo sulla relazione con l’altro, la gratuità dei gesti, la libertà dell’impegno. Questi sono i parametri nei quali il volontario si può riconoscere per dare un fondamento spirituale al sapere quello che è. Una giustificazione bella, esaltante, nello stesso tempo lucida, che si guarda bene dagli entusiasmi.
In conclusione una frase del vangelo degli atei, come è stato chiamato il brano di Mt 25, perché anche molti atei lo capiscono bene: ‘E il re risponderà loro (a quelli cioè che hanno saputo vivere relazioni gratuite, forti e generose con il prossimo): in verità io vi dico, tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me’.

Giuseppe Pollano
tratto da un incontro all’Arsenale della Pace
testo non rivisto dall'autore