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Il problema dell’altro e il volontario (2/3)

La gratuità del gesto di p. Giuseppe Pollano - È l'elemento costitutivo del volontariato preso in esame in questo articolo (secondo di tre).


Mano che tende un fioreDalla precedente riflessione prendiamo il concetto che il volontario accetta la relazione e rinnega l'egoismo. Il volontario non accetta qualsiasi relazione, è la gratuità del gesto che fa del volontario quello che è.


La prossimità

L'uomo è un animale che "fa gesti" e ogni gesto ha un senso ovviamente diverso. Di gesti ne compiamo a milioni e di tutti i generi. Ci sono gesti tecnici con significato univoco, come ad esempio allungare una mano, premere un interruttore ed accendere una luce. Ma altri gesti hanno moltissimi significati, come, ed è tra i più eloquenti che esistano, lo sguardo. Ricordate il Vangelo? Gesù passa oramai condannato, Pietro lo rinnega, Gesù si volta e Pietro scoppia in lacrime.
I nostri gesti possono essere spesso banali, insignificanti, ripetitivi e meccanici, ma, quanto più partono dal profondo, tanto più acquistano significato. La relazione con gli altri incomincia proprio con gesti che in apparenza sono nulla: uno sguardo, un sorriso, un modo di essere del nostro volto. Viceversa la prossimità può essere uccisa da uno sguardo gelido e da gesti che non comunicano nulla. La prossimità, ossia il nostro essere prossimi, comincia proprio quando i nostri gesti diventano gratuiti. Icona raffigurante Gesù rinnegato da PietroE per capire cosa voglia dire un gesto gratuito, possiamo confrontarlo con quelli non gratuiti.

Alcuni filosofi e sociologi distinguono due concetti: il socius, socio d'affari ad esempio, e il proximus, colui che ti è vicino gratuitamente. La nostra è una società di soci, appunto, con fittissimi rapporti: per esempio i nostri strumenti di comunicazione sociale sono stracarichi di messaggi economici.
Noi occidentali viviamo in una società ricchissima di relazioni intersoggettive che escludono tuttavia il gesto gratuito. Ne siamo così abituati che, quando ci confrontiamo con culture non occidentali, ci meravigliamo della maggiore gratuità e cordialità caratteristiche di altre società, tanto che coloro che non hanno il calcolo nel loro gesto ci sembrano degli sprovveduti.

La nostra società in effetti è una struttura funzionale, ma in senso negativo, tendenzialmente anonima: non mi importa niente di chi sei tu, di quali problemi ti porti dentro, tu devi funzionare. La teoria che definiamo strutturalismo dice appunto che tutto è una struttura e che il soggetto, come sosteneva Claude Lévi-Strauss, deve scomparire per diventare un pezzo efficiente di una struttura. E quando non funziona, ovviamente, lo si cambia. La società è come un'azienda, l'altro è un essere che io ricompenso ma che deve funzionare, la gratuità non ha senso.

Invece noi intendiamo la società come un luogo di prossimità, di relazione col prossimo, di contatti profondi e diretti, faccia a faccia. Le relazioni faccia a faccia non si pagano. Nella nostra società prevale di gran lunga non la relazione, ma il rapporto economico. L'uomo economico non è soltanto colui che ha soldi e compra, ma - ed è peggio - è colui che è comprabile: chi ha soldi lo compra. Nulla di nuovo sotto il sole, ma come è rovinosa sia la sorte dell'uomo che se ha i soldi compra, che quella di chi si vende ad un altro! Se tra me e voi ci fosse un rapporto simile, il problema sarebbe uno solo: Mano che stringe dei dollarichissà questa gente quanto mi costa, oppure chissà quanto può rendermi, dopodiché deciderò se tenervi o buttarvi dalla finestra. È spietata questa enorme semplificazione dei rapporti umani, questo riduzionismo che diventa disumano.
Il diritto internazionale proibisce il commercio di organi umani per trapianti. Però nessuno proibisce che i ricchi di un continente comprino gli organi dei poveri di un altro, felicissimi peraltro di venderli. L'essenziale sono quei quattro soldi.

C'è anche un altro mercato, quello delle coscienze, che non si vede solo perché è troppo vasto anche se non si trova in nessuna piazza del mondo. Nei suoi scritti giovanili, più aperti, ma anche più umani, Marx scrisse che il denaro, poiché possiede la proprietà di comprare tutto, uomo compreso, vale come l'ente onnipotente. Già molto tempo prima Gesù aveva detto che non si possono adorare due padroni, il denaro e Dio. Non ha detto Satana o Dio.

Il denaro non è una persona, è un simbolo, quello della mia forza e della mia potenza. Naturalmente l'uomo ha il diritto di essere retribuito, ci mancherebbe altro. La questione non sta qui. Purtroppo oggi retribuire, se ci pensiamo bene, non significa fare giustizia, cioè dare all'altro ciò di cui l'altro ha diritto, ma semplicemente comprare, tanto è vero che si cerca di pagare il meno che si può, trattando la persona come una merce.


La gratuità

C'è un equivoco nel rapporto sociale: alcuni parlano di giustizia e pensano ai diritti di ogni soggetto, altri parlano di compravendita e pensano ai propri interessi. L'uomo è un senza volto, ma quanto è mortificante che sia così, quanto è umiliante!

Al contrario la gratuità pensa davvero a dare all'altro ciò di cui l'altro ha diritto. Ma alla grande domanda di che cosa sia giusto che io ti dia, solo Dio dà la risposta: "Ti do secondo l'amore che tu sei in grado di assorbire". Perché finché a un uomo non diamo l'amore, non gli abbiamo dato praticamente nulla. Questa verità deve tornare ad essere quella che ci domina, e la gratuità si trova proprio su questa strada. Quando Giovanni Paolo II venne a Torino al Cottolengo disse proprio che amare un uomo significa dirgli: "Voglio che tu ci sia", con tutto ciò che ne segue. Il mio amore giunge a te e a te si ferma, non pretende di rimbalzare riportandomi indietro una piccola gratificazione.

Date senza speranza di ricevere: questo è il grande consiglio, anzi il comando, dato ai primi discepoli da colui che ci ha amati a fondo perduto quando li ha mandati in giro per il mondo a fare del bene. Keith Haring, Solidarietà"Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date" (cfr Mt 10,8).
Il volontario, incarnando proprio questo comando di Gesù, innanzitutto si crea una forte personalità e parallelamente pone le premesse di un'antropologia fondata su valori nuovi. Per questo motivo chi si china sull'altro e lo solleva può diventare un simbolo culturale, originando una nuovo modo di vivere la propria vita.

Gesù aveva detto a colui che l'aveva invitato: "Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici né i tuoi fratelli né i tuoi parenti né i ricchi vicini, perché a loro volta non ti invitino anch'essi e tu abbia il contraccambio" (Lc 14,12). Dal punto di vista del mondo il dare senza ricevere è senza dubbio una follia, invece è un altro dei casi in cui si deve applicare il detto di Paolo che la follia di Dio è molto più saggia della saggezza degli uomini (cfr 1 Cor 2,14).

Il gesto gratuito allora non è soltanto una specie di cultura alternativa, è una teofania di Dio nella storia, una ricomparsa sua e del suo stile. Si dice che l'essenzialità dell'amare e dell'essere amati è il segreto della storia. È vero, ma non sotto l'aspetto sentimentale, bensì nel senso forte della vigorosa azione fra me e te: non cederò mai finché non vedrò che tu sarai quello che puoi essere; accetto questa sfida e la pongo come cammino della mia vita. Questo è cristianesimo purissimo, ma è anche un discorso che fa vibrare il cuore e che ogni orecchio aperto può ascoltare.

C'è gente che ama, ma lo fa in modo così invadente ed egoistico che è una sventura per coloro che ama, vuole tutto e non dà nulla. Quando tu ami senza provocare amore, quando cioè il tuo amore non ne produce uno reciproco e non fai di te stesso un uomo amato, il tuo amore è impotente.
In una delle più belle espressioni della sua prima enciclica, Redemptor hominis, Giovanni Paolo II scrisse che: "L'uomo non può vivere senza amore. Egli rimane per se stesso un essere incomprensibile, la sua vita è priva di senso, se non gli viene rivelato l'amore, se non si incontra con l'amore, se non lo sperimenta e non lo fa proprio, se non vi partecipa vivamente" (n. 10).

Dare un bicchiere d'acqua a chi ti è o a chi ti fai prossimo, al di là del valore intrinseco di ciò che dai, comunica questo unico e grande messaggio: "Tu sei degno d'amore". È il dono più grande che si possa fare ad un uomo. Per questo il volontario si china soprattutto sugli ultimi. Ed è qui che mette in campo la sua forza spirituale, tutta la sua energia. Non impegna solo la sua volontà, ma anche la sua libertà. È il tema che approfondiremo nella prossima riflessione.

Giuseppe Pollano
tratto da un incontro all'Arsenale della Pace
testo non rivisto dall'autore