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Il problema dell’altro e il volontario (1/3)

Il primato della relazione con l'altro di p. Giuseppe Pollano - Sono tre le caratteristiche che contraddistinguono il volontariato: il primato della relazione dell'altro, la gratuità del gesto, la vittoria della libertà della persona. In questa riflessione è presa in esame la prima.


Il samaritano del vangelo è un uomo che accetta si spezzi il suo cammino programmato per chinarsi su chi trova sulla sua strada (Lc 10,29-37). È basilare domandarci qual è l'anima di questo gesto per capire l'origine che rende volontari, per capire che cosa c'è dietro il volontariato, spesso considerato un momento collaterale dell'esistenza.

Keith Haring, l'arte delle figureParlando di volontariato entriamo nel segreto di ciascuna persona, perché investe due versanti del cuore umano: per un lato tocca l'uomo e per l'altro Dio. Perciò è ricchissimo di potenzialità, svela la riscoperta sostanziale del senso di vivere, è uno di quei concetti culturalmente nuovi capaci di aprire una nuova frontiera, un orizzonte di umanità diverso di cui abbiamo bisogno, un gesto che davvero può inventare il futuro.
Tre le caratteristiche del volontario sulle quali rifletteremo. Ciascuna di esse si oppone (ed è in questo la forza del volontariato) a quella che è la logica dominante. In questo articolo prendiamo in esame la prima, il primato della relazione dell'altro.


Correnti filosofiche e laltro

Scegliere nella mia vita il primato della relazione implica che do una soluzione precisa al grande problema dell'altro. L'altro c'è, esiste, ma come interpretare chi mi è a fianco e che può interpellarmi?

Nietzche nel un suo celebre saggio Al di là del bene e del male (1886) definiva l'egoismo la parte essenziale dellanima aristocratica: l'altro, gli altri, devono essere soggetti a me e sacrificarsi per me. Ecco una teorizzazione filosofica strutturata dell'egoismo: che cosa fare di te e come sacrificarti a me. Non molto tempo prima, nel 1845, Max Stirner, teorico dell'anarchismo cui diede un fondamento filosofico ne L'unico e la sua proprietà, esaltava l'unicità della persona, la quale ha nulla al di sopra di sé. Teorizzava che l'egoista non valuta se stesso come un vaso di Dio, non riconosce per sé alcuna vocazione, pensa di avere una ragione d'essere che esclude il contribuire allo sviluppo dell'umanità, non crede pertanto di essere obbligato a portarvi il suo contributo, vive la sua vita per se stesso, senza interessarsi se all'umanità derivi una perdita o un guadagno dal suo comportamento.
Fossero rimaste nei libri queste frasi di teorici! Ma sono diventati modi comuni di intendere l'altro. Questa maniera di pensare, profondamente europea tra l'altro, non ci fa onore ed è chiaramente contrastata dalla forza della Parola.

Una confortante teoria dell'alterità si è sviluppata poi con grandi pensatori, come Martin Buber (1878-1965) ed Emmanuel Lévinas (1905-1995), esponenti di una importante corrente filosofica di radice ebraica del XX secolo. Volontaria che bacia un'aniziana donnaL'uomo diventa un io a contatto di un tu, come afferma Buber. Lévinas analizza la relazione interumana come se la prossimità con l'altro porti in sé ciò che ordina di servirlo.


La Bibbia e l'altro

Tutta la Bibbia trasuda di indignazione di fronte a tali manifestazioni del cuore umano, d'altronde né Nietzsche né Stirner hanno inventato nulla, hanno solo dato forma all'antico credo di Caino: "Sono forse io il custode di mio fratello?" (Gen 4,9).
Michea tratteggia coloro che meditano l'iniquità (Mi 2,1-2) con forti parole: "sono avidi di campi e li usurpano, di case e se le prendono. Così opprimono l'uomo e la sua casa, il proprietario e la sua eredità". Amos si scaglia contro di loro dicendo: "Poiché voi schiacciate l'indigente e gli estorcete una parte del grano, voi che avete costruito case in pietra squadrata, non le abiterete; voi che avete innalzato vigne deliziose, non ne berrete il vino" (Am 5,11) perché Dio si fa vindice del povero calpestato. Sentiamo Isaia: "nessuno ha pietà del proprio fratello. Dilania a destra, ma è ancora affamato, mangia a sinistra, ma senza saziarsi; ognuno mangia la carne del suo vicino" (Is 9,18). A proposito di chi si arricchisce alle spalle degli altri, Giacomo con ironia scrive: "Avete accumulato tesori per gli ultimi giorni!". E poi aggiunge: "il salario dei lavoratori che hanno mietuto sulle vostre terre, e che voi non avete pagato, grida, e le proteste dei mietitori sono giunte alle orecchie del Signore onnipotente. Sulla terra avete vissuto in mezzo a piaceri e delizie, e vi siete ingrassati per il giorno della strage. Avete condannato e ucciso il giusto ed egli non vi ha opposto resistenza" (Gc 5,3-6).

La Bibbia è piena di rivendicazioni dell'altro, soprattutto quando l'altro è un povero, un piccolo, un disgraziato. Richard Grune, SolidarietàAlla domanda: "Sono forse io il guardiano del mio fratello?" Dio risponde in modo perentorio e terribile: lo sei. Perché chi non accetta di essere guardiano del proprio fratello prima o poi, direttamente o indirettamente, ne diventa l'assassino.


Il volontariato e l'altro

L'altro è una finalità, non è né facoltativo né opzionale. Il volontario accetta l'altro come uno che esiste realmente e per il quale bisogna essere presenti, una risposta che scaturisce dal profondo del cuore umano. Ecco perché il volontariato non è una specie di hobby spirituale, non è un atteggiamento saltuario.
Se io sono me stesso in quanto c'è un altro, non posso più immaginarmi solo. Crolla a questo punto l'illusoria solitudine di Stirner, l'orgogliosissimo ma disperato tentativo di esserci da soli. Io sono me stesso se tu ci sei, se tu non ci sei io perdo la parte migliore di me. Non è neppure un pensiero nuovo. Ai tempi di Agostino, Paolino da Nola scriveva: "Tu sei la parte migliore di me". Però riferiva questo pensiero all'amicizia. Qui è più di un'amicizia. È una affinità elettiva che mi porta a te. È molto di più.

L'io e il tu sono inscindibili e diventano il noi; poi, se siamo così sciocchi da spezzare questo misterioso noi, allora emergono due io. Perché l'essere è plurale, è noi. Noi lo crediamo enunciando la verità trinitaria, il noi inscindibile di Dio: se si ama c'è l'altro che è riassorbito in una comunione d'amore.
L'intuizione di Lévinas (vedi sopra) è straordinariamente forte: tu per il solo fatto che ci sei e mi appari, mi ordini di servirti. Potessimo adottarla come nostra moralità, pensate che mondo ne verrebbe fuori!

Solo l'amore è aperto proprio al fatto che l'altro compare e ti obbliga a servirlo, solo l'amore sa reggere il carico dell'altro, se non c'è amore la comparsa altrui provoca un autentico crollo. Folla in stradaSolo l'amore spezza quell'incantesimo negativo che è la folla solitaria, come siamo di fatto: una folla di gente senza volto, anonima, che non dice niente e non deve dirci niente. Il saper sgusciare fra tutti, rientrando a casa con gli stessi pensieri con cui eravamo usciti, è qualche cosa di molto preoccupante.

Le azioni che si irradiano dal cuore del volontario sono sostenute da fili forti che il volontario sente infrangibili, spezzarli sarebbe in qualche modo distruggere il volontariato stesso. Ecco come il volontariato diventa ancora una volta il segreto di un'identità, di una personalità alternativa rispetto alla cultura dominante. Tutto si può riassumere nella grande formula di Gesù: "Tu amerai il tuo prossimo come te stesso", il cui senso profondo sta nell'amare il tuo prossimo come facente parte di te.
Non potrai dire di essere te stesso se non ami l'altro, in quanto egli ti completa e integra. Acquisti (è ancora una bella espressione di Lévinas) la capacità di non soggiornare in te stesso, di non nidificare dentro di te.
Amerai Dio con tutto il cuore e il prossimo come te stesso. Questi comandi sono simili: l'Altro è Dio (con la A maiuscola!), gli altri in Dio sono il mondo.

Giuseppe Pollano
tratto da un incontro all'Arsenale della Pace
testo non rivisto dall'autore