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I tre doni di Dio (1/2)


La Pentecoste, che celebreremo la prossima domenica, va inquadrata nel progetto di Dio. L’opera di Dio Padre, Figlio e Spirito Santo è un’opera unica, anche se ha tre aspetti. Vediamo i primi due.

di Giuseppe Pollano

 

Lo stupendo triplice dono di Dio comincia dall’iniziativa del Padre, passa per il Figlio e si completa nello Spirito.Paola Di Giovanni, Trinità


IL PRIMO DONO: IL PADRE CI CHIAMA AD ESSERE

La passione di Dio è consegnarsi, darsi, essere dell’altro; infatti la Trinità è proprio questo. È una realtà di amore di cui anche noi abbiamo esperienza: quando si ama si desidera consegnarsi e, in qualche modo, appartenere all’altro; ebbene Dio desidera consegnarsi a qualcuno perché questo qualcuno possa possederlo. Se questo qualcuno non c’è, Dio non è imbarazzato per così poco: lo fa essere!
Il libro della Genesi nel racconto della creazione sia della scuola sacerdotale (Gen 1,26-28) che di quella jahvista (Gen 2,7-25) presenta il punto d’arrivo di tutto il primo regalo: la creazione dell’uomo. Dopo aver creato il cosmo Dio disse: “Facciamo l’uomo a nostra immagine e a nostra somiglianza”. Ecco la grande novità: in questo stupendo, brulicante cosmo compare uno che porta in sé un riflesso delle qualità di Dio, quindi la vocazione alla verità e la capacità di una relazione personale di comunione, fatta tutta d’amore. Finalmente compare in questo cosmo il gioiello: la creatura che è resa capace da Dio di verità e di comunione d’amore. Nella somiglianza con Dio sta il segreto della nostra felicità: noi non saremo mai felici finché non vivremo la verità e la comunione nell’amore.

Il disegno di Dio è molto bello: due grandi aspetti infatti si notano in questa pagina biblica così semplice, ma così profonda.

Il primo aspetto riguarda il compito dell’uomo: questo essere pensante in grado di verità, capace di produrre dalla sua intelligenza un’interminabile lavorio di comprensione del mondo, dominerà su tutto il resto di quello che Dio ha creato e che gli regala. Il racconto jahvista in particolare si sofferma sulla scelta di Dio di non fare di Adam un dominatore solitario. Adam dà il nome a tutto, che è il modo biblico di dire che prese possesso di tutto, ma poi si ritrovò solo, perché nessuno era come lui. E ritornando al racconto sacerdotale infatti troviamo “a immagine di Dio lo creò”, dove il ‘lo’, al singolare, evidenzia questa solitudine.Adamo ed Eva al museo della Creazione, Petersburg ,Kentucky, USA

Ecco allora il secondo aspetto: maschio e femmina li creò, che il racconto sacerdotale fa seguire immediatamente al ‘lo creò’. Adam non vuol dire tanto ‘l’uomo’ - è usato solo due volte nella Bibbia nel senso di un nome personale - vuol dire ‘l’umano’. Questo Adam, che è l’umano che compare, che somiglia a Dio, che è capace di verità e d’amore, conoscerà al suo interno anche la meraviglia della comunione d’amore: nasce così l’amore umano, il fenomeno più bello che ci sia sulla faccia della terra, che comincia da una reciprocità per poi diventare famiglia, figli, amicizia. Questa magnifica capacità ce la portiamo tutti dentro.

È questo il primo regalo che Dio ci fa: la coppia umana, l’umano nella sua pienezza legata da un vincolo d’amore diventa il protagonista dell’avventura umana. È un’avventura a rischio perché nelle due parole ‘immagine e somiglianza’ c’è sicuramente tutta la grandezza dell’uomo, ma al tempo stesso il suo limite: l’intelligenza per pervenire alla verità e il potere di amare somigliano solo a quelli di Dio, non sono quelli di Dio. Il nostro rischio è quello di trovare già così bello vivere, così inebriante pensare, sapere, amarsi che può venire la tentazione di pensare: “Sono capace da me di farmi felice”. Ma Dio ci viene incontro: “Non mangerai di quell’albero”. Dio sa che non possiamo vivere senza condizioni perché non siamo Dio. Ci chiede pertanto di non farci degli assoluti, di non considerarci dei e quindi tentati a dirci che abbiamo già tutto. Se cadiamo in questa tentazione, il disegno di Dio su di noi finisce: tutto si limita a questo primo dono. È proprio quello che non dobbiamo fare. Dio vuole salvarci da questa illusione di essere arrivati alla completezza, perché vuole darci di più.


IL SECONDO DONO: IL FIGLIO CI SALVA E CI REDIME
Col 1,13-20 è un cantico al secondo dono di Dio. Dio vede che l’uomo, sua creatura, ha esagerato e si è ubriacato di se stesso. Sceglie allora da Dio invisibile di farsi Dio visibile: Gesù Cristo. C’è una grande differenza tra noi e Gesù Cristo: noi infatti siamo fatti a immagine e somiglianza, mentre Gesù Cristo è l’umanità di Dio che si rende visibile. La differenza è immensa. Quando Paolo dice “Noi abbiamo il pensiero di Cristo”, intende la maniera di ragionare di Cristo.John Collier, L'albero della vita


Gesù è venuto in questo mondo, ha visto le cose come stavano e ha reagito con la predicazione del vangelo, cioè con una serie di insegnamenti completamente nuovi che riflettono il pensiero di Dio sull’uomo. Tutto il vangelo è la contro-cultura che Dio, fattosi uomo, ci ha regalato. È stato il modo per salvare la nostra intelligenza: “Volete la verità? Non inventatela più da voi. L’unica verità è la mia. Volete la felicità? Non andate a cercarla in tutte le maniere possibili e immaginabili. C’è un amore profondo che io vi do”. Con il secondo grande regalo, l’incarnazione e la redenzione, entra in scena la seconda Persona che ci rivela delle verità sull’uomo che ancora non conoscevamo. “Io sono la via, la verità, la vita” (Gv 14,6). Ma non è tutto: si è fatto nostro per amore, entrando nel nostro peccato, non peccando, ma caricandosi i nostri peccati che lo inchioderanno sulla croce.

Il secondo dono di Dio non elimina il primo, tutt’altro, lo assume e lo completa, rendendolo ricco di verità e di felicità. L’uomo può ritrovare la verità e la felicità dell’amore profondo se si lascia prendere dentro l’umanità di Cristo. Noi abbiamo ricevuto, senza nessun merito da parte nostra, questo dono per grazia di Dio, non abbiamo deciso né di nascere, né di essere cristiani; ringraziamo Dio per averci creati e fatti cristiani. Siamo battezzati e abbiamo quindi il potere di vivere nella verità, di sperare nei beni che Gesù ci ha promesso e, cosa meravigliosa, siamo stati abilitati a essere forti e a essere capaci di soffrire per difendere questo dono, per essere fedeli alla verità.

Dunque abbiamo in noi questa dote stupenda che fa sì che la prima maniera di essere uomini non ci condiziona, non ci schiaccia, non ci obbliga ad essere atterriti dalla morte, a essere vendicativi, a essere sensuali, a essere avari. Sentiamo queste inclinazioni, ma sentiamo anche che siamo salvati; abbiamo forse paura, ma siamo capaci di sperare; ci sentiamo avari, vendicativi, sensuali, egoisti, ma siamo capaci di superarci, ci accorgiamo che ci vive dentro un altro, Gesù, ed è per questo che ci teniamo in comunione con lui. Siamo già nuovi, siamo già salvi, capiamo cioè che tutto è stato fatto attraverso Cristo e in vista di lui.Ron DiCianni, Il figiuol prodigo

Noi sappiamo benissimo che la pienezza della nostra gioia sta in lui e non in noi. Tutto l’umano di prima è ricuperato, perché con lui tutto ciò che avviene (dominare il mondo, adoperare le cose, fare cultura, intrecciare relazioni umane) è salvato dalle deviazioni e viene fuori un’umanità ripulita, un’umanità vera. La vita cristiana fa anche nascere delle responsabilità e delle decisioni. Per evitare la forza negativa che sentiamo in noi ci aggrappiamo a Cristo; per questo decidiamo di confessare i nostri peccati, di vivere in stato continuo di conversione, di ammettere umilmente che siamo peccatori, ma soprattutto di ricevere continuamente la grazia che ci riconcilia. Per questo decidiamo che Cristo è il nostro cibo e la nostra bevanda. Potremmo chiederci perché non tutti i cristiani hanno deciso questo. Ci accorgiamo di essere soltanto al secondo dono, non ancora al terzo.

C’è una fase cristiana in cui noi siamo incerti, in cui, non avendo ancora la pienezza della carità, siamo addirittura capaci, in nome dello stesso Cristo, di non considerarci fratelli, figli di uno stesso Padre. Ci vuole allora un terzo dono, quello che completa l’opera di Dio.


Giuseppe Pollano
tratto da un incontro all’Arsenale della Pace
testo non rivisto dall'autore