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Essere credenti oggi (1/3)


Un ripasso sulla ricchezza della fede attraverso alcune affermazioni dell’enciclica Fides et Ratio.

di Giuseppe Pollano


<>Tanja Butler, Cristo Risorto
Nella domenica di Pasqua B II, ci viene incontro il testo di Giovanni 20,29: Perché mi hai veduto hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno. La questione che questa pagina del vangelo pone è quella della fede.
Oggi essere credenti è una vittoria spesso quotidiana, certamente è una controtestimonianza rispetto alla cultura in cui siamo immersi, quindi è utile un ripasso sulla ricchezza della fede. Lo faremo ricordando alcune affermazioni contenute nell'enciclica "La fede e la ragione", un documento che evidenzia come il credere rimanga veramente il problema di fondo di questa nostra società, perché l'uomo moderno non si muove in un orizzonte religioso, cioè in una cultura fondata sulla certezza dell'esistenza di Dio, che ritiene necessario il rapporto con lui e che tale rapporto domina eticamente l'esistenza.
Esaminiamo allora alcune affermazioni dell'enciclica che ci conducono a Gesù Cristo e che ci aiutano per discuterne con altri, poiché dobbiamo rendere ragione del perché siamo credenti.


L'uomo è colui che cerca la verità (n. 28)

È un'affermazione intuitiva: a differenza di tutti gli altri viventi, l'uomo intelligente è colui che cerca la verità. È un'affermazione anche di carattere generale: ci dice che l'uomo non è colui che qualche volta cerca una verità o che si interessa anche di verità, ma è colui che esige di sapere come stanno le cose.
Certe volte sapere come stanno le cose fa anche paura: pensiamo all'esperienza di quando andiamo in ospedale per fare delle analisi, oppure se incontriamo una persona che afferma che ci vuole bene, ma non ne abbiamo la certezza.
Il bisogno struggente e spesso doloroso di sapere come stanno le cose è perciò dentro di noi. Questa non è una affermazione religiosa, ma semplicemente umana, ma è bene partire dall'esigenza profonda di verità per iniziare e porre la questione della fede.
Vogliamo sapere come stanno le cose perché siamo simili a Dio, il quale è la verità assoluta, per cui non ci accontentiamo di sogni o di favole o di probabilità.


L'uomo può ingannare, ma non vuole essere ingannato (n. 25)

Per quanto riguarda la nostra vita, ci accorgiamo subito che abbiamo bisogno di sapere come stanno le cose semplicemente per sopravvivere e che tutto dipende dal grado dell'informazione sul mondo che possediamo. Ad esempio, se ci presentano un piatto di funghi, vogliamo sapere se sono velenosi o commestibili; per non aumentare il degrado ambientale dobbiamo preoccuparci di conoscere le indicazioni ecologiche.Enza Ferraris, Cristo Risorto
Dunque il bisogno di sapere è davvero una questione di sopravvivenza e ciò deriva dal fatto che ciascuno di noi non è l'Assoluto e perciò per vivere deve accettare mille condizioni che continuamente influiscono su di lui. È un bisogno incancellabile perché l'istinto porta a rispondere a tutte le domande che siamo capaci di porre a noi stessi o agli altri. Può essere una curiosità banale o un grande bisogno filosofico: quello che importa è che se rimane in noi qualche perché senza risposta restiamo insoddisfatti e inquieti, al punto che conoscere la verità è un diritto che sentiamo.

Non vogliamo, non sopportiamo pertanto di essere ingannati o disinformati, per non sentirci esclusi. Questa affermazione si rifà a sant'Agostino. Tutte le volte che abbiamo ingannato qualcuno, noi abbiamo fatto una cosa molto grave: l'inganno era costituito non dall'oggetto, ma dalla slealtà del rapporto. Perciò il mancare di verità è una immoralità delle più penetranti, tanto è vero che una delle frasi più offensive che si possano dire è "Tu sei un bugiardo": anche se chi si riceve questa frase lo è davvero, si sente colpito da un particolare 'bruciore'.
Il non sopportare di essere ingannati è positivo, perché ci tiene sul binario, ci rassicura che abbiamo dentro di noi un fondo di lealtà e verità che dovremmo coltivare. Sventurati noi se lasciamo che questo binario se ne vada dove vuole e diventiamo dei bugiardi cronici. L'uomo porta in sé domande a cui vuole risposte precise, ed è tra le nostre aspirazioni più nobili. Come fa piacere incontrare una persona che intuiamo essere leale, mentre non riusciamo più a dare pienissima fiducia ad una persona che ci ha ingannato anche una volta sola.
Se vogliamo essere umani e cristiani, dobbiamo preoccuparci moltissimo di essere leali e schietti.


La verità non è data immediatamente, va ricercata (n. 33)

La verità si raggiunge attraverso una continua, lunga e spesso faticosa ricerca. Infatti l'uomo è colui che cerca la verità, non colui che sa la verità. L'uomo sa la verità solo quando l'ha trovata, ma noi tutti partiamo da uno stato di ignoranza e tutta la vita diventa una ricerca.
Tale ricerca è un lavoro serio che richiede molta attenzione, anche perché il nostro modo di percepire come stanno le cose usa strumenti diversi. Abbiamo i sensi che ci permettono una conoscenza sensitiva, ma è anche vero che questa sola conoscenza è completamente insufficiente. Non soltanto esistono le illusioni sensibili (esempio: il sole che si muove attorno alla terra), ma molte altre illusioni. Al di là delle illusioni, sappiamo per esperienza che conoscere gli altri a livello sensibile non ce li rivela, perché c'è qualcosa che rimane celato. In effetti tutti noi abbiamo la brutta capacità di ingannare gli altri, perché possiamo nascondere il profondo di noi dentro una maschera, che è il nostro essere visibili, cosicché, ad esempio, possiamo sorridere ad una persona mentre la detestiamo.

Senza conoscenza sensibile si è bloccati, però è anche decisamente dannoso limitarsi a questo tipo di conoscenza. Ecco perché Tommaso quando dice che crede solo se vede, sbaglia. Credere vuol dire affidarsi ad un altro, quindi la frase di Tommaso di per sé è assurda: dicendo che si crede se si vede è come dire di non volersi affidare ad un altro, ritenendo che siamo noi la sorgente di quello che sappiamo. Qui è presente l'istinto di non essere ingannati, cosa positiva, ma bisogna andare un po' oltre. Il materialismo, che si regola solo su quello che si vede, in fondo è un modo con cui l'uomo vuole disperatamente essere sicuro di qualche cosa.
La ricerca perciò non deve limitarsi al sensibile, deve utilizzare anche la sfera intellettuale. Andiamo a scuola precisamente per imparare a cercare con l'intelligenza che, pur essendo tributaria a ciò che vediamo, ci dice però più cose, perché va nell'invisibile, ad esempio scopre che l'universo è regolato da leggi interne che si possono esprimere con formule matematiche, senza averlo scandagliato e toccato con mano tutto.

Nella nostra cultura, legata molto al visibile, dobbiamo essere attenti a non perdere la capacità di ragionare sulle cose in modo critico ed intelligente, per non accontentarci del sentito dire. È una dote umana che Gesù stesso ha richiamato spesso, chiedendo agli altri che ragionassero, che non si fidassero delle apparenze.
Gli strumenti di ricerca che ha l'uomo sono perciò i sensi, l'intuizione ("Sono sicuro che è così!") - che è utile, però da usare con attenzione perché può essere ingannevole - e il ragionamento, che è il massimo di capacità che noi abbiamo per sapere come stanno le cose attorno a noi (pensiamo anche solo allo sviluppo delle scienze, perché l'intelligenza ha lavorato, si è creata gli strumenti adatti e ha razionalizzato le cose).Jacek Andrzej Rossakiewicz, Risurrezione


La ragione ha un suo spazio peculiare: unico limite la sua finitezza (n. 14)

L'affermazione che la ragione non arriva a tutto per l'uomo è origine di umiltà, ma anche di irritazione. D'altra parte diventa una sfida perché provoca l'alta curiosità della scienza. Per tanto che pensiamo e ragioniamo, arriviamo ad un limite e poi ci fermiamo, perfino nel capire un altro, nel capire perché ha agito in un certo modo. Anche nella vita di ogni giorno una delle cose più tristi, irritate e deluse è trovarsi di fronte ad enigmi umani, è dire: "Io non ti capisco, non riesco più a capirti". Sembra una cosa da nulla, in realtà è la dichiarazione di una sconfitta, di un limite dell'intelligenza. Questo limite ci aiuta ad essere molto attenti e a crescere.

Giuseppe Pollano
tratto da un incontro all’Arsenale della Pace
testo non rivisto dall'autore