Sermig

Non scoraggiarsi

Suor Marie Claire Naidu, Il bacio di Giudadi Giuseppe Pollano – Il vangelo secondo Giovanni (13,27-30) presenta Giuda che decide di tradire Gesù e quindi di uscire da quel mondo che Gesù aveva tentato di costruire con lui: il mondo dell’amore, il mondo di quell’amicizia profonda che ti fa vivere. Giuda pertanto esce dalla chiamata di Gesù e dalla propria vocazione. Il gesto di Giuda è possibile per ogni cristiano, tutti possono uscire da Gesù, dalla propria vocazione.
Il culmine del dramma profondo di Giuda è il perché di questo uscire da Gesù, e qui compare il ritratto di come l’avidità distrugga un uomo. Giuda certo è quello che Gesù chiamò, ma è anche molto cambiato, ha perso l’identità che Gesù aveva voluto donargli, i valori di fondo a cui riferirsi.

Adesso a Giuda che cosa rimane, cosa ha in mente, cosa vuole? L’orizzonte è il compenso che gli daranno i sinedriti, 30 denari. Di fronte a chi è Gesù, a come lo ha conosciuto, a tutto ciò che da Gesù ha ricevuto, all’amore che sta ancora ricevendo, si riduce ad aggrapparsi a 30 denari.
Non si tratta soltanto di Giuda. Sono tanti gli uomini e le donne che distruggono o hanno distrutto o stanno distruggendo il loro rapporto essenziale con Gesù. E rimangono con ancoraggi fragilissimi per vivere: l’importanza, il denaro e tante cose di basso profilo. Un’identità fatta di piccole e passeggere cose che diventano la vita.

Il modello di Giuda ci istruisce, soprattutto in quest’epoca in cui l’avere è esaltato come la suprema fortuna della vita. È un inganno diabolico. In questo tipo di cultura, dove il cuore ormai inaridito di Giuda può essere emblema di molti che, proprio come lui, un giorno hanno lasciato Dio e lo hanno venduto per qualche altra cosa, è necessario che emerga, possente e vincente, la carità di Dio, perché l’amore vince sempre. Gesù si è lasciato crocifiggere dopo il tradimento di Giuda, ma non si è lasciato vincere dal tradimento. Giuda è uscito da Gesù, ma Gesù in quel momento non l’ha affatto condannato per l’eterno, aveva ancora da dirgli al Getsemani “amico, è con un bacio che mi consegni?” (Lc 22,48; Mt 26,50). Il cuore di Gesù non era cambiato. E non cambia.

Può sembrare scoraggiante la scena di Giuda che tradisce, di Pietro che rinnegherà e la solitudine del Signore che sembra proprio uno sconfitto. Ma Dio vince sempre lo scoraggiamento umano, come ci ricorda il dialogo tra Dio e il Servo (Is 49,1-6). Ti ho plasmato dal seno materno, dice Dio a ciascuno di noi, fidati di me, so cosa fare di te. Quando la fatica di essere buoni, di essere giusti, di testimoniare, quando la delusione ci fa dire “invano ho faticato, per nulla e invano ho consumato le mie forze”, Dio ci dice che non è così, che “io ti renderò luce delle nazioni perché porti la mia salvezza fino all’estremità della terra”, sì, proprio te che ti ritieni un nulla.
Questa parola di Isaia è stata la storia perfetta di Gesù; a noi tocca, in questa Pasqua, rinnovarci in una scelta che non finisce mai. L’esperienza infatti ci insegna che più l’amore cresce più tutto ciò che ho e sono diventa un dono, come se non sapessi più tenere nelle mie tasche le mie cose, come se dovessi trasformarle in testimonianza d’amore, perché Dio va testimoniato. Dunque anche in questa settimana santa possiamo crescere nell'amore.

Chi vuole sbarazzarsi dell’amore, escludere Gesù dalla propria vita, si dispone a sbarazzarsi dell’uomo in quanto uomo. Oggi si danno dell’uomo definizioni atroci: l’uomo di scarto, l’uomo da buttare nella discarica perché l’uomo di cui non sai più cosa fare diventa un’immondizia, e queste ed altre analoghe definizioni sono scritte sui libri. La Chiesa, più che mai, sente l’incarico e la missione profonda di vivere Dio amore nel mondo, sapendo benissimo che se non lo fa lei non lo fa nessuno.

La pagina di Giuda diventa per noi stimolo per una scelta. Se Giuda avesse amato, se avesse capito l’amore, tutto sarebbe cambiato. Tocca a noi, adesso, amare di più, staccare il cuore da ciò che lo restringe, lasciare che si allarghi, trovare l’occasione, oggi, domani, dopodomani, di avere attenzione al cuore degli altri. Ed è per questo che siamo preziosissimi e indispensabili a Dio, perché Dio non manderà i suoi angeli, ci siamo noi che siamo i suoi figli e quindi dobbiamo prendere le cose molto sul serio, vivere ogni momento attraverso l'amore.

Lo stai già facendo? Sì. Lo puoi fare meglio? Sì. Puoi attirare un altro a farlo con te? Sì. Ecco come dilaga l’amore. Tutto questo si ottiene pregando. Bisogna riaffermare l’importanza della preghiera di fronte all’attivismo e all’incombente secolarismo di molte cristiani impegnati nel lavoro caritativo. È un bel paradosso. Ma certo! Se anche il povero fratello mi diventa una scheda a cui corrispondono tot euro, è come essere in un ufficio, non c’è più nessuna attenzione del cuore. È la preghiera che non ci fa diventare così. E preghiamo aggrappandoci anche molto a Maria, quella del magnificat, quella meravigliosa espansione dei cuori che la rende la figura che incanta la Chiesa, questa Maria umile che porta aiuto, che si accorge a Cana di ciò che c’è bisogno, che ci affascina proprio tutti.
Chiediamo che la carità ci qualifichi sempre di più come gente che vuol bene al prossimo più che a se stessa. Meritarsi questa definizione da Dio è il miglior premio pasquale e oltre pasquale che possiamo guadagnarci.

Giuseppe Pollano
tratto da un incontro all’Arsenale della Pace
testo non rivisto dall'autore