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Missione: che cosa è? (2/2)

Padre David Cabral, Andate il tutto il mondodi Giuseppe Pollano – Nella precedente riflessione abbiamo colto che la missione scaturisce dal dinamismo della Trinità e sgorga nella Chiesa. La missione è il lavoro quotidiano della Chiesa e perciò d'ogni membro del popolo di Dio: per noi cristiani il mondo non è spettacolo o storia terrena, ma impegno per Dio. La missione è dunque la manifestazione della nostra generosità verso il prossimo, perché soltanto così lo facciamo partecipe del supremo dono da noi già ricevuto, che è Dio.


3.- noi tralci mandati a impegnarci per Dio

Corpo di Cristo, tralci, partecipiamo a questo incarico missionario e non come una cosa in più, perché è la vita stessa. La dignità cristiana nasce proprio dalla consapevolezza che io sto vivendo perché ti arrivi quell’altissimo messaggio di Dio attraverso la mia testimonianza e il mio impegno.
"Come il Padre ha mandato me, così anch'io mando voi" (Gv 20,21): un mandato da sentire nel cuore. Qualche volta ci verrebbe da dire che non siamo adeguati, ma Gesù ci dice di fidarci, perché è lui la nostra forza. La Chiesa è stata fatta da missionari che erano tutti gente come noi. Non spaventiamoci mai, fidiamoci di Dio. Quando non sappiamo cosa dire parla lui, non preoccupiamoci (cfr Mt 10,19 2 paralleli). Non bisogna aver paura di non essere capaci, di non saper come superare qualche ostacolo. Come il Padre ha mandato Gesù, egli oggi manda noi. Sentirsi mandati così ci rincuora, ci anima, ci motiva proprio nella giornata qualunque che viviamo.

"Quello che ascoltate all'orecchio predicatelo sui tetti" (Mt 10,27). Non si tratta di diventare propagandisti insistenti e noiosi, si tratta di rivelare ancora una volta col cuore e con i modi quello che Dio ha rivelato a noi. Avete pace? Datela. Avete una convinzione di verità? Siate generosi, non abbiate paura, regalate a qualcuno quello che nel segreto Dio vi comunica. Ci sarà sempre il modo e il Signore ve lo farà capire, vi ispirerà, vi darà una piccola spinta interiore e voi farete quel gesto, direte quella parola.
Questo è il lavoro quotidiano e ordinario della Chiesa come popolo di Dio, quello che non fa chiasso, che non è il grande e bel gesto. Se la Chiesa non fa questo piccolo lavoro quotidiano diventa immediatamente una fannullona.

Oggi la tendenza teologica di identificare molto il concetto di Chiesa e di missione è tornato a galla. Se noi Chiesa facciamo delle cose ma senza questa spinta, è tutto fumo, per Gesù il nostro fare vale poco più di niente. Ogni membro del popolo di Dio sa che il suo qualcosa da fare prima di tutto è la missione. Ognuno di noi ha il suo dovere e dobbiamo farlo, ma il nostro lavoro è soprattutto che quella magnifica spinta dalle profondità di Dio possa passare anche attraverso di noi.
Gesù aspetta, Gesù ha bisogno di noi, Gesù è troppo poco testimoniato. Non basta che sia detto, parlato, gridato, stampato, il che va bene, ma sono i viventi che testimoniano la vita. Bisogna essere dei vivi per testimoniare la vita, vivi di Dio. Gesù non è venuto al mondo per dare uno sguardo e poi tornarsene al Padre perché le cose andavano troppo male. Si è impegnato a vincere il male con l’amore. Quindi non dobbiamo mai guardare alla storia come ad uno spettacolo che ci rattrista un po’. Lasciamoci piuttosto rattristare dal peccato, ma non per guardarlo per poi deplorare e magari criticare e condannare, il che è ancora peggio. La storia per noi è l’impegno di mettere un po’ di Dio nel mondo, siamo qui per questo.

Capiamo in questo contesto il ti ringrazio perché mi hai fatto cristiano che siamo soliti pregare. Mi hai fatto un cristiano non per poter essere chissà chi e chissà dove, ma un cristiano che ha saputo perseverare, perché anche se sono battezzato potrei essere chissà chi e chissà dove. Dunque ti ringrazio che mi hai fatto cristiano, per cui prendo sul serio questo mandato che mi ribolle dentro, mi spinge, mi fa vivere, mi identifica. Ci credo e lo voglio vivere, non guardo il prezzo, mi piace e, appunto, ti ringrazio. E allora la vita diventa un impegno e ciascuno di noi arriva a Dio avendo fecondato quel po’ di terra, di storia, che gli era stata assegnata in qualche modo. Arriveremo molto ricchi assai più di quando siamo entrati nella vita, perché attraverso la missione attorno a noi abbiamo amato un po’, fatto guarire da mali spirituali.


4.- noi, portatori dell’amore ricevuto da Dio

Quando si dice il missionario ancora oggi si pensa ovviamente agli istituti missionari ai confini della Chiesa. Questa mentalità era nata dalla consapevolezza che, in qualche modo, qui ormai il vangelo era predicato e vissuto, cioè che la Chiesa era istituita. Automaticamente si era creato uno stacco di valutazione tra i missionari e i non missionari, come nel medio evo si era creato un distacco, anche questo errato, tra i monaci – veri cristiani – e la povera gente cristiana che faceva quello che poteva. I missionari ci sono, ma sono soltanto un aspetto geografico, storico, localizzato, di quello che siamo noi tutti.
Oggi la nostra società è completamente terra di missione.

“Ciò che volete gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro” (Lc 6,31). In genere si applica questo detto di Gesù alle cose materiali, ed è giusto, ma la prima cosa che noi dobbiamo desiderare è Gesù. Tutte le volte che qualcuno ci dà un po’ di Gesù, siamo contenti, perché è il primo bene, risponde al nostro desiderio.
Guardiamoci attorno. Non senti come sale da tanta gente il bisogno di essere aiutata, anche se non lo dice? Non sanno più niente di Gesù e del senso della vita, molti non l’hanno mai conosciuto, altri sono battezzati e altri in parte non lo sono più. È una povertà estrema, che diventa poi squallore di vita quando non c’è più onestà, non c’è più sincerità, non c’è più fedeltà all’amore, non c’è più niente, c’è solo più un arrangiarsi. Non senti questo? Il Cristo te lo fa sentire e allora quello che tu desideri per te – cioè lui – trova la maniera di darlo agli altri.
Il bisogno di Gesù rimane sempre vivo. Scavando nel profondo si trovano molti vuoti, molte tristezze, molte disperazioni e molta domanda. E la domanda ha una sola risposta: il Signore che ti ama.
Perciò mai lasciarsi spaventare, partire decisi. Andiamo, Signore! Andiamo è il verbo del cristiano che incomincia la sua giornata. Non dice mai: vado. Signore, andiamo dove andresti tu, ti porto e tu mi porti. Andiamo a trovare, a cercare qualcuno. Questo è vivere, è manifestazione della nostra generosità verso il prossimo.

C’è stato tempo fa un periodo in cui si parlava di pre-evangelizzazione, concetto coniato e poi diventato obsoleto. Voleva dire che non è il caso di parlare subito di Gesù, di Dio, ma di iniziare con le opere buone. Gesù infatti ha detto: “Vuoi guarire?”. Ma ha anche detto: “Ti sono perdonati i tuoi peccati”. È contemporanea l’azione del vangelo: non si può parlare di Dio in astratto e poi lasciare che uno abbia fame. Ma, nello stesso tempo che tu sfami, porti una evangelizzazione esplicita, semplice, buona. In genere i missionari arrivavano in mezzo alle miserie, alla fame, alle malattie, e allora un dispensario, un medico, una scuola… E poi la croce. Mai rifugiarsi solo in una benevolenza e beneficenza, estremamente utili, e poi fermarsi lì. L’amore per gli altri comporta l’evangelizzazione, dare un po’ di Gesù, perché soltanto così li si fa partecipi di Dio.

La missione è quotidiana. La prima missione è portare sempre la bontà, portare sempre il proprio cuore. È così che si può arrivare al cuore degli altri, anche quando il cuore degli altri sembra un cuore di pietra. La bontà, se insiste, scioglie sempre il cuore degli altri: una goccia di bontà oggi, una domani, una dopodomani. È così che si scava la pietra. Questa è la missione.
Siamo di fronte ad una questione pratica. Oggi è molto diffusa la mentalità del mercato, cioè la gente va immediatamente a quello che soddisfa, immediatamente a quello che serve: non è più questione di fare tanti ragionamenti. Il problema dunque è questo: non tutto ciò che oggettivamente è ammirevole di fatto è ammirato. Noi abbiamo la chiamata a testimoniare che la bellezza del cristianesimo sia davvero ammirabile in noi; in altre parole, abbiamo il dovere di essere simpatici.
È richiesta una testimonianza capace di creare gesti gradevoli agli altri. Paolo dice “vi siete convertiti a Dio allontanandovi dagli idoli”: non è tanto il fatto di convertirsi a Dio che interessa alla gente, ma quei gesti belli, gradevoli e nuovi di allontanarci dagli idoli.
Oggi il cristianesimo si propaga un po’ per contagio, è uno stile della cultura di oggi, e quindi deve avere in sé una bellezza e una freschezza un po’ contagiosa per poterlo trasmettere: non c’è cristiano che non lasci dietro di sé “il buon profumo di Gesù Cristo”, come lo chiamava Paolo.

Il concetto di missione è grande. Si deve sempre partire dall’eternità profonda di Dio che si precipita su di noi, che viene, che è Figlio, che fa tutto, che grida, che è sangue sulla croce, che è Spirito di fuoco. E poi prende noi che siamo piccoli e ci fa diventare gente che è capace di amare.
Sapersi cristiani e sapersi in missione è un’unica cosa. Chiediamo a Gesù che imprima bene questa idea nel cuore, non passerà giornata che non si abbia la gioia di dire: oggi, Signore, abbiamo incontrato qualcuno.

Giuseppe Pollano
tratto da un incontro all’Arsenale della Pace
testo non rivisto dall'autore