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Le letture della domenica

Fedeli a messadi Giuseppe Pollano – le letture della XXVI domenica del tempo ordinario anno A evidenziano tre questioni: la responsabilità personale dinanzi a Dio, il sentimento fondamentale per vivere, la conversione della personalità.


prima lettura Ez 18,25-28

Voi dite: "Non è retto il modo di agire del Signore". Ascolta dunque, casa d'Israele: Non è retta la mia condotta o piuttosto non è retta la vostra? Se il giusto si allontana dalla giustizia e commette il male e a causa di questo muore, egli muore appunto per il male che ha commesso. E se il malvagio si converte dalla sua malvagità che ha commesso e compie ciò che è retto e giusto, egli fa vivere se stesso. Ha riflettuto, si è allontanato da tutte le colpe commesse: egli certo vivrà e non morirà.

Una questione in qualche modo assillava la coscienza degli uomini di quel tempo: i figli scontano le iniquità e i peccati del padre (cfr. Ez 18,19). Ezechiele entra in questa problematica e definisce la verità di questa situazione, offrendoci un tema estremamente attuale.
Se il giusto si allontana dalla giustizia, muore; se l’ingiusto desiste dall’ingiustizia, fa vivere se stesso. La Parola ci fornisce la definizione esatta della vita: la mia vita è la mia risposta di fronte a Dio. Ciascuno di noi è chiamato a gestire la propria vita dinanzi a Dio, non può essere sostituito da nessun altro, ed è questa la grande responsabilità della vita.
Possiamo avere giorni o tempi della vita che sono tutta una risposta in cui ci sentiamo vivi e motivati davanti a Dio e giorni o periodi in cui ci sentiamo demotivati, stanchi, svogliati, tentati a lasciarci vivere. Non dobbiamo meravigliarci di tutto questo, siamo fatti così. La vita non è semplicemente una oscillazione continua, è una crescita drammatica.
Poiché siamo nati per essere responsabili e non possiamo toglierci di dosso questa dignità, essendo Dio l’unico che ci conforta e sapendo che egli non solo non ci schiaccia ma ci perdona e ci accoglie, se togliamo di mezzo Dio, nasce il tormento.
La nostra società ha tanto bisogno di uomini e donne che con coraggio siano disposti in umiltà ad essere i figli che rispondono al Padre imitando l’atteggiamento di Gesù il quale, trovandosi in un’umanità deviata, se ne è fatto carico e, dinanzi al Padre, ne ha risposto.


seconda lettura Filippesi 2,1-11

Se dunque c'è qualche consolazione in Cristo, se c'è qualche conforto, frutto della carità, se c'è qualche comunione di spirito, se ci sono sentimenti di amore e di compassione, rendete piena la mia gioia con un medesimo sentire e con la stessa carità, rimanendo unanimi e concordi. Non fate nulla per rivalità o vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso. Ciascuno non cerchi l'interesse proprio, ma anche quello degli altri.
Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù:
egli, pur essendo nella condizione di Dio,
non ritenne un privilegio
l'essere come Dio,
ma svuotò se stesso
assumendo una condizione di servo,
diventando simile agli uomini.
Dall'aspetto riconosciuto come uomo,
umiliò se stesso
facendosi obbediente fino alla morte
e a una morte di croce.
Per questo Dio lo esaltò
e gli donò il nome
che è al di sopra di ogni nome,
perché nel nome di Gesù
ogni ginocchio si pieghi
nei cieli, sulla terra e sotto terra,
e ogni lingua proclami:
"Gesù Cristo è Signore!",
a gloria di Dio Padre.


Paolo invita ad avere gli stessi sentimenti che furono di Cristo Gesù. Paolo poi descrive in una scala discendente il cammino del Verbo di Dio: rimanendo Dio si incarna entrando nel limite della natura umana. La discesa nell’abisso dell’annientamento, la cosiddetta kenosi di Gesù Cristo, è la sua maniera di sentirsi uomo. Non c’è da meravigliarsi se questa scelta di Cristo abbia a lungo scandalizzato e continui a scandalizzare gli uomini, perché in effetti non sembra umanamente la scelta migliore, né tanto meno adatta a un Dio.
Gesù cammina dentro un percorso d’amore che fa diventare la sua carità verso il Padre sempre di più l’unica forza che lo tiene in piedi e lo fa vivere. Gesù ama il Padre anche per tutti gli uomini: c'è uno sconfinato debito d’amore, c'è come un vuoto nel cuore del Padre, e quel vuoto siamo noi quando siamo distanti. Il Figlio percepisce nella sua umanità questa situazione e risponde con un impegno che passa attraverso un amore che non cerca se stesso. Gesù sceglie la via dell’umiltà, che da un punto di vista umano è proprio una sconfitta.
È importante cogliere il mistero dell’umiliazione del Verbo di Dio che si è incarnato per non lasciarci suggestionare dalla gara alla stima e dall’ambizione, amareggiare dalle umiliazioni sul lavoro, in famiglia, dove possiamo essere messi da parte. Tutto fa parte di un piano di Dio. I capelli del nostro capo sono contati e se il Padre permette che facciamo delle esperienze simili a quelle di Gesù Cristo non scoraggiamoci, perché ci sta regalando un’esperienza di suo Figlio. Coloro che si umiliano ricevono grazia da Dio, che invece resiste ai superbi.


terza lettura Matteo 21,28-32

“Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: "Figlio, oggi va' a lavorare nella vigna". Ed egli rispose: "Non ne ho voglia". Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: "Sì, signore". Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?". Risposero: "Il primo". E Gesù disse loro: "In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli.

Il senso della parabola dei due figli che vanno a lavorare nella vigna è molto bello, ci apre una possibilità di conversione e ci dice anche che il sì a Dio può essere un processo graduale. Non dobbiamo spaventarci dei nostri sì superficiali e fragili dovuti alla nostra debolezza e neanche dei no che abbiamo detto al Padre. Guai se questo aver detto no a Dio ci scoraggiasse! Pentitosi ci andò è la frase chiave della parabola. Si apre la grande possibilità di continuare a voltarsi verso Dio, perché il nostro cammino non è rettilineo, ma rappresenta il dramma della fedeltà. Ciò che conta è accettare la profondità di questo cammino, cioè la reazione seria alla Parola di Dio.
Il primo figlio che risponde sì e poi non va a lavorare nella vigna è sicuramente superficiale e bugiardo. Quante volte può essere successo a noi, ma dobbiamo impegnarci a dare una risposta seria. Andare a lavorare nella vigna è comunque una fatica. Ma è proprio dalla fatica e dalla sofferenza che nasce una risposta seria alla Parola di Dio.
Il no che diventa sì è una buona parte della nostra storia. Abbiamo passi che sono facili da fare verso Dio, ma anche tanti altri che sono difficili: purificazioni forti, scelte generose, perdoni difficili, distacchi cruenti, cose che non si fanno in cinque minuti. Storia di un no che diventa un ni e poi un : ognuno di noi ha dentro di sé questa storia, si tratta di vedere qual è, da quanto tempo dura e quanto tempo vogliamo che duri ancora.

La nostra è una cultura dell'incerto e dell’indecisione, che deriva dalla mancanza di un grande amore, che non sia un’illusione. Un grande amore infatti non ha rivali: dice o no e non ni.
Il ni oggi è molto nascosto, spesso ci ritiriamo dentro un’apparente neutralità, in una specie di indifferenza. L’indifferenza è una nebbia che copre una sponda molto solida, è una copertura, non è mai l’ultima cosa.
È bello se con la nostra presenza e la nostra testimonianza aiutiamo la gente alla chiarezza di sé, non facendoci accusatori, ma facendoci testimoni. Testimoniamo allora che l’indifferenza è una posizione penultima, provvisoria; testimoniamo che stiamo vivendo un bel sì, che ci porta alla contentezza. Basta questo per segnare l’inizio di tante conversioni. Nella nostra cultura ovattata ci vogliono quindi dei testimoni incisivi, tanti sì coerenti, briosi e lieti, per comunicare che dire sì a Dio è una cosa bella e gioiosa. È questo che ci vuole oggi: non basta più la dura fedeltà di chi non sorride mai, ci vuole un’altra maniera non meno forte, ma lieta.

Giuseppe Pollano
tratto da un incontro all’Arsenale della Pace
testo non rivisto dall'autore