Sermig

Riflessioni sul credo (16/16)

di Giuseppe Pollano – credo la risurrezione della carne (3/3)

UNA VERITÀ NON IMMAGINABILE

Il nostro modo corporeo attuale (futuro cadavere) non è l’unico, nel disegno di Dio (Rm 8,11)
L’esperienza fatta dai primi discepoli con Gesù risorto non fornisce dati sufficienti riguardo alla novità del corpo risorto, del come saremo. È la conferma che si deve basare la vita sullo spirito che si ha, non basta basare la vita sul corpo che si vede. L’uomo è spirito incarnato che durerà, l’anima separata dal corpo con la morte non è l’uomo perfetto, aspetta la ricomposizione. Il nostro modo di avere un corpo oggi, il futuro cadavere, non è certamente l’unico modo di essere corpo nel disegno di Dio. Se lo Spirito di colui che ha risuscitato Gesù dai morti abita in noi, logicamente allora darà anche a noi la vita, anche ai nostri corpi mortali (Rm 8,11), ci prenderà con un onnipotente soffio di vita.

Il corpo non riduce a sé il più che siamo, al contrario è lo spirito, colmo dello Spirito di Dio, che trascina in sé la corporeità. Anche questo è detto nella Scrittura. Paolo (2Cor 5,4) ammette che “non vogliamo essere spogliati (del corpo), ma rivestiti (da Cristo), affinché ciò che è mortale venga assorbito dalla vita”. È la vita che vince, mentre noi abbiamo sempre l’impressione che sia il corpo a dire l’ultima parola. Noi, credenti e partecipi di un Cristo risorto, stiamo vivendo la vita di Cristo, perché è già in noi, ci assorbe, ci trasforma. Quando si crede, si ama, si gestisce in un certo modo la propria personalità, si fanno certe scelte, si è già partecipi della natura di Dio. Siamo ancora qui, ma siamo già risorti, sentiamo che le cose passano, ma non ci spaventiamo, sentiamo che il tempo se ne va, ma che l’eterno è già in noi.

La ri-creazione del mondo, cieli nuovi e terra nuova (Ap 21,5) ha per centro Gesù uomo risorto, l’incontro con lui sarà per noi l’inizio della vita eterna (1Ts 4,16-18): la nostra condizione temporale va interpretata secondo il piano di Dio.
Il cristianesimo dipende tutto da Gesù risorto, altrimenti non esisterebbe se non come una magnifica dottrina, non sarebbe nulla se non un sogno della nostra mente. Invece c’è Gesù risorto che ha chiesto da mangiare (Lc 24,15; Gv 21,5) e che ci ha detto che se vogliamo essere trascinati nella resurrezione con lui dobbiamo mangiare il suo corpo e bere il suo sangue (cfr Gv 6,54). Contemplare Gesù risorto non è nella nostra abitudine, noi ci fermiamo spesso sul Gesù storico. Ma qualche volta abituatevi a guardare Gesù vivo nel regno, colloquiate con lui, chiedete che vi faccia comprendere questo mistero che trascende la nostra esperienza. Gesù è vivo e vero, un Gesù che ha occhi per guardare, che ha un cuore per ricambiare il vostro cuore, un Gesù vera carne. Stentiamo sempre un po’ a contemplarlo in questo modo. La gran parte dell’iconografia, traboccante di Gesù storico, si è fermata un po’ esitante nei tentativi di presentarci questa luce al di là del mondo. La preghiera però ci può arrivare, ed è bello alla fine di una giornata in cui ci siamo sentiti un po’ morire, poter dire che abbiamo incontrato uno che è molto vivo. Perciò dobbiamo a volte reinterpretare la nostra condizione in questo mondo secondo Dio, e allora diventa una verità entusiasmante, un destino straordinario.

UNA VERITÀ ENTUSIASMANTE

È vero, rimane in noi la tristezza della morte, e non c’è rimozione al mondo che possa liberarcene. Oggi viviamo un paradosso: la morte è presentissima alla nostra cultura, i mass media ci riempiono di cadaveri, e allo stesso tempo c’è un enorme processo di rimozione. È proprio vero ciò che Heidegger diceva: “Si muore, ma è molto impersonale”, muoiono tutti, meno io che guardo e rimuovo continuamente in maniera disperata questa realtà che peraltro non è eludibile. La morte come separazione temporanea di ciò che di noi può morire, il corpo, da ciò che non muore, lo spirito, ci mette in posizione di attesa, di incompletezza.

Il corpo in cui abbiamo vissuto la vita, in cui abbiamo servito e meritato il regno, lo vogliamo di nuovo, gli sguardi che ci siamo dati li vogliamo recuperare, il bene che ci siamo voluto lo vogliamo rivivere altrimenti non sarebbe la completezza. E questo è il disegno ontologico di Dio: nulla di quello che ci siamo scambiati nella nostra vita di bello e di buono proprio attraverso la nostra corporeità andrà perduto. Il che ci spinge a vivere sotto l’influsso di questo futuro che è già mio: non mi spreco, non uso il mio corpo in maniere troppo limitate e corrotte che non potranno essere riprodotte nel regno, che non stanno all’altezza del corpo di Cristo. Custodisco il mio corpo, lo amo, lo coltivo, perché sono già tralcio di una vite risorta. In questo modo ricupero profondamente il mio corpo abitato da Dio.

Viviamo la nostra vita qui sotto l’influsso del futuro (1Cor 15, 19-20)
Il futuro, rispetto alla vita del mondo, può sembrare una maniera di vivere riduttiva, anzi Paolo direbbe una follia, la follia della croce. Con molta franchezza egli ammette che “se abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto per questa vita, siamo da compiangere più di tutti gli uomini”. È proprio vero: se speri in uno che non è risorto, se in nome di quello hai fatto o non fatto certe scelte o certe cose, sei veramente un poveretto. Ma non è così, Cristo è risuscitato, primizia di coloro che muoiono e che resusciteranno. E allora tutto cambia.

I veri cristiani non si piangono mai addosso, amano, credono, hanno i loro momenti difficili, ma sanno benissimo che non sono da compatire, sono umilmente fieri della gloria che portano dentro e sono convinti di quello che fanno. Sono entusiasti di appartenere a un Dio-uomo risorto.

Diamo testimonianza di speranza ultraterrena che illumina la vita (1Pt 3,15), consideriamo già il nostro corpo segno e luogo di vita non carnale (Col 3,1-11)
E allora siamo anche capaci, proprio perché ci gestiamo in un altro modo, di testimoniare questa speranza che va oltre e illumina la vita (cfr 1Pt 3,15). Sempre pronti a testimoniare la speranza, perché osa l’inosabile, cioè va oltre la morte. Credo nel Signore risorto, spero in nome suo le cose che non appartengono più a questo mondo, a questo sistema. Se la gente ti vede così e ti domanda a cosa punti, a cosa ti ispiri, la risposta è ovvia: sto guardando a Colui che è vivo, che mi ha tracciato la strada. Però non si tratta di un ragionamento a tavolino, bisogna dimostrare una speranza, una libertà, una gioia diversa. E bisogna darne ragione (apologia in greco, un ragionamento serio): sono così perché, essendo risorto, posso permettermi di guardare le cose del cielo (Col 3, 1-11).

Se sei risorto guardi Cristo in Dio prima di guardare il mondo, pensi alle cose del cielo. È una economia diversa a cui, dobbiamo riconoscere, non siamo abituati, tanto siamo presi dentro all’immanenza delle cose, tutto ci chiama, tutto ci sollecita, tutto ci interessa, tutto ci incatena, ma appiattisce. Oggi la preghiera di un cristiano deve essere spinta al di là di tutta questa dimensione. Bisogna pregare guardando oltre, guardando intenzionalmente al risorto, perché abbiamo bisogno di questo “spettacolo”, altrimenti rimaniamo incantati e suggestionati dalla dimensione terrena, l’unica che esiste, direbbe Marcuse.

Credo la risurrezione della carne allora diventa non tanto una convinzione che non discutiamo, ma l’animazione, il respiro profondo, e anche la gioia di essere cristiani. È così che l’uomo si solleva anche se è diventato più rottame di tutti, più misero di tutti, quello che tutti ormai butterebbero via o che si sta per buttare via da sé. Su lui vi chinate, perché anche in lui c’è il seme della risurrezione. Gesù è risorto per tutti e vuole risorgere in tutti.

È splendida la missione di portare agli altri non soltanto la risurrezione umana di adesso (ti risollevo), ma l’annunzio che non si finirà più di risorgere. Non ci mostriamo mai pessimisti! Anche i più disincantati, i più scettici, i più disperati, i più sprezzanti, nascondono dentro il bisogno che qualcuno dica loro, in modo credibile, che la risurrezione non finisce, che il corpo diventerà una felicità, non alla maniera umana, ma divina. Su questo punto di evangelizzazione la Chiesa deve ancora crescere, proprio perché tutta la Chiesa deve sperare di più in questi orizzonti, esserne più entusiasta.

Giuseppe Pollano
tratto da un incontro all’Arsenale della Pace
testo non rivisto dall'autore