Sermig

Riflessioni sul credo (15/16)

di Giuseppe Pollano – credo la risurrezione della carne (2/3)

UNA VERITÀ OTTIMISTICA

Proprio perché lo spirito non è prigioniero dentro la carne, “credo la risurrezione della carne” è una verità profondamente ottimistica. Che il corpo fosse un carcere da cui ci si doveva liberare, perché in ogni caso la materia è una imperfezione senza rimedio, era la tipica concezione di un filone della cultura greca (Plotone, Plotino): morire era una specie di liberazione dalla continua limitatezza delle cose. Plotino, come scrive il suo biografo, si vergognava di avere un corpo, aspirava ad andare oltre la materia. Bellissima aspirazione, che però non coincide con la nostra piena aspirazione umana. Il corpo non è affatto un carcere. Il corpo ci limita, ci fa soffrire, ne siamo provati, ma questo corpo è un dono di Dio e ha il sigillo della sua immortalità nel nome di Cristo. Oggi c’è un grande sciupio che l’uomo fa del proprio corpo: è vero che è un idolo, ma quando questo idolo ti delude, che ne fai? Lo butti via, si direbbe che molti usano il proprio corpo per distruggersi.

Gesù, il risorto, vivo (Lc 24,41-43) e diverso (Gv 20,19; Lc 24,51)
Il corpo non è un carcere. Gesù torna vivissimo di una lieta vitalità, con una evidenza tutta umana, ci tiene a farci capire che non appartiene ad un irraggiungibile empireo. Ricordiamo simpaticamente Lc 24,41: di fronte ai discepoli attoniti, sbigottiti, con voce cordiale Gesù ha chiesto da mangiare. Un Gesù amichevole, capace di adattarsi a noi, che non possiamo non pensare che uno è vivo se ci chiede da mangiare! Questo realismo così concreto e umile è bellissimo. Ma nello stesso tempo Gesù non è soltanto un uomo vivo perché mangia di nuovo. Giovanni fa notare, non casualmente, che appare a porte chiuse perché i discepoli avevano paura dei giudei, svelando in questo modo la sua nuova dimensione, che supera la nostra esperienza: Gesù è già un altro, è come saremo noi. Una nuova dimensione, reale e non fantascientifica, ribadita da Luca, al termine del suo vangelo, quando i discepoli vedono Gesù salire al cielo: è lì con loro, parla, e poi si stacca benedicendoli. Come devono essere state impresse fortissimamente queste icone di Gesù! L’entusiasmo che pervase poi gli apostoli era basato su queste visioni molto di più che su quanto Gesù aveva detto e fatto prima. Di conseguenza rilessero tutto alla luce di questa esperienza, altrimenti non avrebbero fatto quello che hanno fatto.
Quindi Gesù vivo con evidenza, ma anche così diverso. Questo suo essere nuovo ci fa capire allora che ne sappiamo ancora poco di noi.

Il suo essere nuovo ci svela la nostra limitata conoscenza su noi stessi (Mt 22,29)
Quando posero a Gesù la questione sulla risurrezione, rispose con una frase semplicissima: non conoscete la potenza di Dio (Mt 22,29). Noi siamo frutto della potenza di Dio che ci ha creati, ma non conosciamo tutto ciò che con la sua potenza Dio ha nascosto in noi. C’è molta più potenza in noi di quanto noi crediamo, ma non è tutta a nostra disposizione. Ad un certo punto Dio risveglierà questa potenza e ci accorgeremo di chi siamo. La frase bergsoniana “diventa quello che sei” è superata da Dio, che ci farà essere quello che siamo, ma in un modo che noi non immaginiamo neppure: quello che siamo è come ci ha fatti lui. Dio è un creatore meraviglioso, noi conosciamo solo una parte del suo progetto, siamo ancora in stato di incompiutezza e perciò di attesa.

Abbiamo perciò una conoscenza limitata di noi. D’altra parte il miracolo – pensiamo alla risurrezione di Gesù – non è già una manifestazione che c’è ancora del possibile, che altre cose possono accadere al di là delle nostre leggi tutte esatte e legittime, delle nostre previsioni? Certo, l’esplosione della Pasqua, il Gesù che torna vivo, è chiaramente un richiamo dell’onnipotenza di Dio, e noi siamo dentro a questo progetto. Quando ci sentiamo accasciati, finiti, quando ci vien da dire se è questa la vita, ricordiamo che la potenza di Dio è celata in noi, e questo suscita una enorme speranza. Lo scoraggiamento metafisico che giudica la vita sbagliata, finita, non attiene a noi, non ci riguarda. Possiamo avere i nostri momenti di dolore, è inevitabile e può anche essere meritorio, ma questa situazione non è quel nichilismo spietato che fonda la propria causa sul nulla.

Egli testimonia la volontà amorosa di Dio (Sap 2,23; cfr GS 18)
Gesù ci svela quanto Dio ci ha amato. Se gli domandassimo perché ci ha fatti capace di risorgere, riceveremmo come semplicissima risposta: perché vi ho amati. Dio amandoci ci procura tutto, non soltanto quel po’ di bene che possiamo portare in noi. Dice la Sapienza che Dio ha creato l’uomo per l’immortalità. Dio è il Dio dei viventi, come dirà Gesù, quindi ci ha creati perché vivessimo sempre. Anche questo guarisce molte delle nostre melanconie e fatiche, essendo sovente troppo oppressi dalla nostra esperienza attuale.

Amare qualcuno è come dire che ci deve essere sempre, non deve morire: questo è il disegno di Dio.

Egli mostra come il corpo si veste di “immortalità incorruttibile” (1Cor 15,45-52)
Gesù ci mostra dunque un corpo che si veste di immortalità, che è incorruttibile, come conferma Paolo con una espressione molto forte nella prima lettera ai Corinti. A queste affermazioni la scienza reagisce non solo in modo scettico, ma anche ironico. La scienza sa, ma non sa tutto. Il corpo non si riduce a un mucchietto di elementi chimici, non torna ad essere materia, il corpo può rivestirsi di immortalità incorruttibile, verità che noi non avremmo il diritto di affermare se non fosse che Gesù è risorto ed è vivo. È un realismo ingenuo quello che giudica tutto da quel poco che sa, invece Gesù ci dimostra che la realtà è molto più ampia di quella conoscibile con la scienza. Gesù è stato molto buono a comparirci risorto, altrimenti non avremmo mai potuto credere più di tanto.

Giuseppe Pollano
tratto da un incontro all’Arsenale della Pace
testo non rivisto dall'autore

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Mons. Giuseppe Pollano - riflessioni inedite per la Fraternità del Sermig