Sermig

Riflessioni sul credo (14/16)

di Giuseppe Pollano – credo la risurrezione della carne (1/3)

Con la caduta verticale del Verbo di Dio nella nostra umanità c’è l’ascesa altrettanto verticale della nostra umanità dentro Dio stesso, la risurrezione. Dobbiamo ammettere che credo la risurrezione della carne non è un articolo di fede tra i più semplici e intuitivi e che questa verità è straordinaria, ottimistica, non ancora immaginabile, entusiasmante.

UNA VERITÀ STRAORDINARIA
I
l contesto della cultura ebraica nella sua parte predominante, specie i farisei, credeva nella risurrezione dei morti. Ma il credere a un risorto in carne ed ossa di fronte ai propri occhi non è la stessa cosa. Infatti Luca ci testimonia che quando Gesù comparve di nuovo vivo, la reazione fu sì di gioia, ma anche di stupore e di sgomento (Lc 24,37). Come è possibile? Domanda comprensibilissima, perché era un fatto nuovo, diverso, non inquadrabile nell’esperienza umana, che escludeva l’idea del corpo rivivente perché risorto. Qui le dottrine non servivano. È servita l’esperienza forte e sconvolgente che hanno fatto proprio quelli stessi che, ci ricorda Marco, quando Gesù incominciò a parlare di risurrezione, erano chiusi a questa idea, si domandavano che cosa volesse dire (Mc 9,10 – la trasfigurazione). È bello evidenziare questa misteriosità del fatto, perché nel contrasto emerge tanto più viva e forte la realtà come è: Gesù e noi con lui risorti.

La morte non conclude affatto la vita (immortalità)
I discepoli hanno imparato a poco a poco che, prima di tutto, la morte non conclude affatto la vita. Potremmo anche dire che per noi non è una grande scoperta, ma quante volte separiamo l’ambito teorico della nostra fede dal nostro sentire pratico! Infatti tante persone, di fronte alla morte, dicono: “È finita”. Solo una successiva riflessione ci ricorda che la morte è Pasqua, è passare, è cominciare ad essere vivi. Se non si è molto radicati nella fede, questo pensiero viene dopo, prima c’è quello desolante della fine, della conclusione.

La terribile morte di Gesù, il realissimo sepolcro non concludeva la vita di un uomo che era più che mai vivo. La risurrezione poteva confermare l’immortalità, ma non è solo questo. Il concetto generale di immortalità, l’intuizione insopprimibile che non si può tenere tutta la vita dentro l’esperienza terrena, appartiene a molte culture. Basti pensare alla metempsicosi o reincarnazione o migrazione delle anime, credenza che riceviamo dall’oriente, ma che apparteneva anche alla cultura greca e africana. C’è da notare, a questo proposito, che nella Bibbia è scritto che gli uomini muoiono una volta sola (Eb 9,27), dopo di che viene il giudizio. Questo conclude in maniera molto drastica e chiara la questione.

La morte non distrugge neppure la vita del corpo (risurrezione)
Di fronte a Gesù risorto, vivo, vero e corporeo, i discepoli avevano capito che la morte non solo non era una fine, ma che non era neppure la distruzione e la fine del corpo. Se le cose stavano così, e Gesù lo dimostrava, bisognava ripensare la vita dell’uomo, perché era una concezione limitata, riappropriarsi totalmente del senso della pienezza dell’esistenza umana, che non è quella di uno spirito angelico, ma di uno spirito incarnato. La vita dell’uomo, grazie a Gesù, il creatore fattosi uomo come noi, appartiene ad un altro regno, ad un altro ambito di realtà. La vita terrena è troppo poco. Anche questa è una intuizione che tormenta il cuore degli uomini e delle culture. Nietsche aveva posto come assioma che l’uomo deve essere sorpassato, non annullato. Papini nel suo libro “L’uomo finito”, che elaborò nel 1912 mentre si stava convertendo, scrisse che dentro di lui si è congelato l’uomo che credeva di essere Dio.

La vita dell’uomo, grazie a Gesù, appartiene ad un altro “regno”
Dunque la vita è ben più di quello che stiamo vivendo, la morte non distrugge il nostro corpo per sempre, apparteniamo già ad un’altra economia. Quante paure, quanti pessimismi, quante disperazioni si sciolgono se queste verità che sappiamo nella mente a poco a poco diventano la nostra concreta lettura della vita! Certo continuiamo a portare il peso di esseri esistenti in questo mondo, non è sempre un gusto e un piacere vivere, ma sapere già, di fronte a Gesù che vive di nuovo e per sempre, che io appartengo ad un altro mondo apre ampi orizzonti. Nessuno mi sottrarrà a questo regno; anche se schiacciassero il mio corpo e lo riducessero in briciole, io so che appartengo ad un mondo diverso.

Nella cultura occidentale il corpo sta diventando un idolo, l’unica cosa che ormai abbiamo. Avendo perso la dimensione della trascendenza e dunque la convinzione della nostra spiritualità profonda e della nozione di eterno da vivere, cosa ci resta se non la piccola isola che è il nostro corpo? Fatalmente diventa un idolo che però, anche se lo veneriamo, non dura più di tanto. Ed emerge la tristezza di essere solo un corpo.
Credo la risurrezione della carne è una verità straordinaria che qualche volta ci conviene riguardare, anzi ri-contemplare, per crederla profondamente e non solo riprendere quando siamo afflitti dalla morte di qualcuno che amavamo. È bello renderci conto che Gesù, appartenendo già a quel mondo, ci tende la mano. Infatti la Bibbia dice chiaro che noi non siamo credenti soltanto nella risurrezione, ma siamo con-risorti, portiamo già ora dentro di noi questo straordinario segreto.

Giuseppe Pollano
tratto da un incontro all’Arsenale della Pace
testo non rivisto dall'autore

Vedi il dossier:
Mons. Giuseppe Pollano - riflessioni inedite per la Fraternità del Sermig