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Riflessioni sul credo (12/16)

di Giuseppe Pollano - credo la remissione dei peccati (1/2)

Olindo Malvisi, RiconciliazioneIl peccato è una realtà oggettiva e ha degli effetti deleteri sulla storia umana. Il senso del peccato oggi è diminuito molto, per cui “credo la remissione dei peccati” diventa particolarmente significativo. È dunque interessante rinnovare la fede in questo preciso aspetto della rivelazione di Gesù.


MA CHE COSA È IL PECCATO?

La rottura o l’indebolimento, liberi e consapevoli, della comunione con Dio

Quando diciamo credo la remissione dei peccati dobbiamo subito domandarci, ammettendo una certa ignoranza, cosa è il peccato. Non è detto che tutti i cristiani sappiano dare al termine peccato una definizione sufficientemente precisa.
In realtà l’idea e l’importanza del peccato sono direttamente proporzionali all’idea e all’importanza che diamo a Dio stesso, perché il peccato è la rottura – o almeno l’indebolimento – della comunione con Dio. Se ci tengo, mi preoccupo che non accadano rottura o indebolimento, ma se non credo perché dovrei preoccuparmene? In un clima di poco amore nei riguardi di Dio, si spiega perché la realtà del peccato, sebbene rimanga oggettivamente grave, per i vari soggetti può diventare una cosa molto leggera. Per cui, di fatto, rottura e indebolimento sono problema di fondo, il dramma centrale, per chi pone in Dio il bene assoluto.

La confessioneSe amo Dio con tutto il cuore sopra ogni cosa, è evidente che indebolire questo amore mi ferisce il cuore, non lo voglio fare. In questo caso, poiché Dio è il bene assoluto, rompere il rapporto con lui diventa il male assoluto. È evidente che di mali nella vita ne possono accadere molti, ma nessuno è grave come questo; se non lo è, è chiaro che molte altre cose si mettono tra me e l’amore di Dio. Se amo molte cose più di Gesù, ci vorrà poco perché la rottura accada anche perché, soprattutto oggi, noi non ci poniamo di fronte a Gesù in un atteggiamento legalistico, è l’amore che ci tiene legati a lui. Se nella vita incontro dunque tante altre realtà che vanno sotto il titolo biblico di tutto ciò che è “buono, bello e desiderabile” (Gen 3,6) attorno a me, e queste cose sorpassano Gesù perché mi piacciono di più, perché le voglio di più, allora è evidente che la rottura e l’indebolimento è facile.

Ci sono due opposti nel rapporto vita-peccato: l’adagio dei santi “morire ma non peccare” e l’adagio dei peccatori “peccare ma non morire”, un atteggiamento molto realistico nel tanto o nel poco. Nel 250 d.C. si era ancora in un tempo di persecuzione, però relativamente calmo, perché da molti decenni ormai i cristiani non erano più chiamati a morire per la fede; salì a far l’imperatore Decio il quale, più per ragioni politiche che religiose, pensò che bisognava ricuperare i cristiani e scatenò una serie di persecuzioni il cui scopo non era il martirio ma l’apostasia, affinché i cristiani smettessero di essere cristiani. L’effetto fu notevole perché molti cristiani, non più tesi a Cristo, di fronte all’ipotesi martirio o morte, cedettero e nacque nella Chiesa la questione dei lapsi, dei caduti. Prima di questi periodi apostatare alla fede era considerato un peccato imperdonabile. Una linea dura, perché si aveva una altissima stima di che cosa era un cristiano, e sembrava inconcepibile che dopo aver conosciuto Cristo gli si voltasse le spalle. Questo evento fu una vera crisi, perché molti si pentirono, trovando il modo di scamparla, magari comprando da magistrati corrotti la dichiarazione che avevano fatto sacrifici o offerto incenso agli dei. Alla linea intransigente di Novassiano, che poi si staccò dalla Chiesa, il papa Cipriano, più saggio, oppose l’idea che bisognava perdonare i cristiani che avevano manifestato debolezza.
E se capitasse oggi a noi di dover scegliere tra lasciare la fede compiendo gesti profanatori e sacrileghi o morire? Morire e non peccare o peccare e non morire? C’è da notare che anche al di fuori di questi casi estremi, il peccato offre sempre questa alternativa, perché ci sono situazioni in cui non debbo morire fisicamente, ma a un mio egoismo, a un mio orgoglio, a una mia passione


Giovanni 'pirografo', La confessioneLA “COMUNIONE” CON DIO NON È IDEALE O LEGALE, MA AMOREVOLE. ESSA È PRODOTTA DAL DESIDERIO DI ESSERE E VIVERE INSIEME

L’aspetto più impressionante del rapporto di Dio con noi è il continuo perdono


Non è facile poter far diventare la nostra vita la remissione dei peccati! Eppure dobbiamo farlo, pena il diventare un popolo di Dio intiepidito che, alla prima difficoltà a vivere da cristiano, lascia perdere, in altre parole: pecca.
La comunione con Dio non è legale, ma è amorevole, è prodotta dal desiderio di essere insieme. Si fa allora una scoperta bellissima: la remissione dei peccati non è tanto desiderata da noi, ma da Dio! È Dio che patisce se ci perde, perché ci ama infinitamente “di amore eterno” (Ger 31,3) e non sopporta quindi la lontananza, la rottura e neanche l’indebolimento del nostro amore per lui: vorrebbe che lo amassimo sempre di più. Per cui la remissione dei peccati non è tanto una nostra richiesta, è un dono che offre Dio: è lui che ci tiene alla riconciliazione, tanto è vero, come ci insegna la teologia, che quando un peccatore ha rotto con Dio e torna alla confessione, lo fa non perché ha avuto una buona ispirazione, ma riceve da Dio la grazia di risorgere. Noi infatti, col peccato, siamo morti, e un morto non si muove, per cui non siamo noi a prendere l’iniziativa, anche se la libertà ci aiuta. In realtà è sempre Dio che mi dà la grazia, mi richiama, mi chiede di tornare perché lui sta male senza di me. È una storia di amore.

Troppo spesso riconciliarci non è messo in relazione con la nostalgia di Dio per noi; una confessione per metterci la coscienza in pace e per tante altre ragioni anche valide, non fa cogliere questo mistero di tenerezza di Dio. Lui non vuole perderci e per poterci rimettere i peccati ha fatto tutto, si è spinto fino a “dare la vita” (Gv 15,13). Per Dio rimetterci i peccati significa riconciliaci con sé. Il suo è un perdono continuo, non limitato a un cero numero di volte, il confessore non è un freddo distributore di tagliandi ma è sempre espressione dell’amore di Dio che ti aspetta, ti vuole, sempre. Probabilmente, insieme all’eucaristia, la remissione dei peccati è l’aspetto più impressionante del cristianesimo. Io so che peccherò perché sono peccatore, ma so anche che Dio nel suo continuo amore non mi dirà mai che con me ha chiuso. Perdonare sempre è il consiglio di Gesù al discepolo, ma prima di tutto lo fa lui.
Allora credo la remissione dei peccati diventa una formula che commuove, perché credo che Dio tanto mi ama che, pur essendo Dio e avendo ed essendo tutto, è come se non potesse fare a meno di me e continuerà a cercarmi finché vivo; perché credo che è lui che mi riconcilia con sé, e questo mi dà di Dio una immagine verissima e conquistatrice, perché è il Dio del vangelo.

Il sacramento della penitenza o riconciliazione esiste nella Chiesa precisamente per attualizzare tale offerta di Dio, esprime quindi l’amore di Dio per me, tanto che il trascurare questo sacramento, il confessarmi sempre di meno, è un grave segno di raffreddamento dell’amore di Dio in me, perché lì c’è Dio che mi desidera, mi perdona, mi dice sempre: torna! E io no, non capisco più questo amore, non mi tocca più, e di conseguenza mi abituo a rimanere a distanza.
Confessarsi di meno non significa mai confessarsi meglio, è un’illusione, perché siamo deboli e abbiamo bisogno della grazia di Dio. Trascurare il “voglio rimettere i tuoi peccati, vieni!” è un segno preoccupante, mentre invece approfittarne è un segno di fervore. Non è un caso che tutti i santi di ogni epoca abbiano sempre ampiamente approfittato della remissione dei peccati offerta da Dio; si confessavano molto di frequente e la gente comune si chiedeva cosa mai avessero da confessare. Domanda comprensibile, ma evidentemente nella delicatezza della coscienza il bisogno di confessarsi per amare di più li spingeva. D’altra parte, tutte le volte che amiamo davvero qualcuno, ci comportiamo allo stesso modo: non siamo mai contenti di quello che abbiamo dato e ricevuto, vogliamo crescere.

 
Giuseppe Pollano
tratto da un incontro all’Arsenale della Pace
testo non rivisto dall'autore