Sermig

Riflessioni sul credo (10/16)

di Giuseppe Pollano - credo la santa Chiesa cattolica (1/2)

Roma, Basilica di San PietroPERCHÉ CREDERE LA CHIESA?

Perché la Chiesa non è soltanto una società terrena organizzata, come uno Stato, o una azienda. Essa è umanamente pienezza di Cristo (Ef 1,23) e azione dello Spirito (1Cor 12), che solo la fede coglie.

In genere colleghiamo il fatto di credere a delle realtà invisibili che, proprio perché non appartengono alla quotidianità, sembrano alte e distanti. Una riprova: noi siamo figli di Dio, ma non risulta né alla verifica dei nostri occhi, né della nostra intelligenza. È la fede che ci fa percepire questa realtà profonda. La Chiesa invece è visibile, eppure la Chiesa è oggetto di fede prima che di evidenza.
Noi crediamo la Chiesa: è da qui che si deve iniziare per poi abbassare gli occhi e guardare la Chiesa che si vede, proprio perché la Chiesa non è soltanto, come appare ai non credenti, una società terrena tra le molte, che somiglia a uno Stato o a una grande azienda, che si organizza ed è verificabile con la nostra razionalità. È vero che la vediamo, ma guai se ci fermiamo al visibile perché, pur essendo la Chiesa anche essenzialmente una società molto visibile, essa esiste come pienezza di Gesù Cristo, come ritroviamo nella bella definizione di Ef 1,23.

La Chiesa è la pienezza e l’espansione di Gesù e, dicendo Gesù, si entra nella dimensione della fede. La Chiesa è l’azione stessa dello Spirito e, dicendo Spirito, ci ritroviamo ancora una volta al di là di quello che si vede, si sente e si prova. Non è un’osservazione teorica. Infatti la Chiesa è visibile e invisibile. Visibile nelle sue strutture, nella organizzazione, nei suoi componenti; invisibile perché noi siamo invisibilmente figli di Dio l’essere figli di Dio non è riportato sulla carta d’identità, noi siamo invisibilmente corpo di Cristo. L’invisibile è più importante e più forte del visibile. Bisogna ammettere che questo è un rovesciamento rispetto alla mentalità terrena che comincia – e spesso si ferma – da ciò che si vede.

Francesco Cairo, Santissima TrinitàLa Trinità, attraverso l’umano che siamo noi, contrassegnato da molte risorse ma anche da molti limiti, agisce dentro la storia per la salvezza della umanità. Essendo per noi istintivo guardare prima ciò che si vede, c’è un rischio: la Chiesa può essere identificata con qualche splendido personaggio che davvero attira l’ammirazione anche dei non credenti (pensiamo ad esempio a san Francesco, a Madre Teresa…), ma contemporaneamente può anche essere piena di personaggi scadenti, incoerenti, fasulli. Essere icone che rimandano a Dio è un’aspirazione non sempre realizzata. Vedere prima il visibile dell’invisibile può creare non poche difficoltà di vita spirituale. Gesù è perfettamente conscio che nessuno è senza peccato, ci ama tantissimo, si fida di noi, continuamente ci perdona: insomma, la Chiesa è quella che è, e Gesù la ama così. Questo non implica un adattamento, è semplicemente realismo, per cui ogni scandalismo è fuori luogo. Sappiamo infatti che la facilità di scandalizzarsi è volentieri assunta da chi cerca qualche pretesto per staccarsi da Dio. È importante credere al di là di ciò che si vede.

Prima credo, poi guardo. Questo sguardo all’invisibile è importante perché in effetti i fratelli e le sorelle sono amabili nell’invisibile, essendo spesso nel visibile tutt’altro che amabili. Ma è qui che comincia la fede. È facile essere cristiani in mezzo a gente virtuosa, ma è un’illusione un po’ puerile.
Per essere realisti e sereni, ricordiamo il significato di Chiesa.


Roma, Basilica di San PietroIL TERMINE CHIESA VA RICORDATO NEL SUO SIGNIFICATO DI POPOLO

Letteralmente il termine ekklesìa significa un insieme di gente convocata da qualcuno, che risulta dunque il personaggio principale della situazione.

Il termine Chiesa significava dal punto di vista civile semplicemente un insieme di gente convocata da qualcuno. Questo ci aiuta a capire che il più importante per la Chiesa è il “Qualcuno” che ci riunisce, infatti la Chiesa è un popolo convocato da Dio. Nella storia umana, piena di piccoli capi, leader, dittatori è bellissimo che questo Dio grande, il santo dei santi, ci chiami, ci raccolga e ci avvicini al suo cuore come suo popolo misterioso. È importante ricordare allora, come dice la Lumen Gentium, che “A Dio piacque santificare e salvare gli uomini non individualmente e senza legame fra di loro ma costituendo di loro un Popolo” (LG 9). Come esseri umani noi abbiamo una doppia tendenza, l’apertura agli altri, quindi la socialità, ma anche una forte tendenza individualistica che, almeno nell’occidente, è stata notevolmente accentuata. La Chiesa esiste attraverso il pieno impegno personale, non nell’individualismo. Individuo e persona non sono sinonimi. Persona vuol dire la mia identità, il sono io che è contemporaneamente aperto a te; invece l’individuo è chi si raccoglie in sé. I cristiani sono chiamati a dare tutto della propria persona – le capacità, le doti... – e mai chiudersi nell’individualismo.

La Chiesa non ha preghiere proprie che siano al singolare, preghiamo Padre nostro, non Padre mio, la liturgia insiste molto su questo aspetto. Noi siamo un popolo nel quale si entra, come dice Gesù a Nicodemo, "nascendo dall'alto" (Gv 3,3-5), appunto perché lo Spirito viene in noi; siamo un popolo che in realtà è corpo di Cristo, capo e corpo, perché è inconcepibile un corpo senza il capo o il capo senza un corpo. L’esemplificazione della vite e i tralci (Gv 15,1-17) parla chiaro. Noi siamo il vissuto di Gesù che, attraverso tutte le nostre varietà e capacità, si allarga nel modo. Gesù ha assolutamente bisogno di noi (i tralci) e per noi è bello essere il corpo del nostro Signore: ci metti la tua intelligenza, la tua capacità, la tua forza, la tua sofferenza, la tua vita, la tua morte, e tutto serve, perché Gesù ha vissuto tutto. In ogni momento della tua vita hai la possibilità di ritrovarti in Gesù.

Popolo dunque che è fatto da Dio salvando tutte le nostre precise identità e diversità, perché lo Spirito è capace di fare ciò che noi non siamo capaci, cioè rispettare le nostre diversità e farci sentire che siamo uno. Dunque siamo un popolo che, grazie ai sacramenti, continuamente riceve grazia e Spirito. Noi siamo santi. Questo termine ci fa un po’ esitare perché non ci sentiamo santi. Attenzione, è un errore. Non devi sentirti santo, tu sei santo oggettivamente perché in te abita lo Spirito Santo di Dio. Se lo ricordassimo con convinzione avremmo anche per noi stessi più rispetto e dignità, percepiremmo che il peccato non è solo una trasgressione, è una specie di dissacrazione perché perdiamo una qualità preziosissima che è la santità, e allora faremmo di tutto per non perderla.

Noi siamo santi, anche se, come dice la dottrina, di santità ancora imperfetta. Il Vaticano II, in un’epoca fortemente dissacrata, ha solennemente richiamato la universale vocazione alla santità nella Chiesa (LG 39-42): prima di essere chiamato a leggere i documenti e a studiare, sei chiamato a santificarti, perché appartieni a Dio, perché appartieni allo Spirito Santo più che a te stesso, e lo Spirito è protagonista, ti prende, ti trasforma. Questo rende valido l’essere cristiani, anche perché il lavoro dello Spirito non finisce mai, agisce su di te (2Cor 3, 18) di gloria in gloria per farti assomigliare a Gesù Cristo. L’azione dello Spirito lentamente ti trasforma in colui che tu guardi, che è il Signore.

 
Giuseppe Pollano
tratto da un incontro all’Arsenale della Pace
testo non rivisto dall'autore