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Noi e il cammino quaresimale di Gesù

di Giuseppe Pollano - Nel tempo quaresimale accompagnamo Gesù nel cammino verso Gerusalemme, verso la croce.

Il cristianesimo non è una religione che in qualche modo ci mette in rapporto con un dio, ma è uno strettissimo rapporto con Gesù Cristo vivo e vero, al punto che egli ci consegna tutta la sua storia perché anche noi la viviamo con lui a beneficio di tutti.
La Chiesa cerca di appropriarsi della storia di Cristo e si sforza di accettarla tutta, anche in quelle parti che hanno comportato un elevatissimo costo, accettato da Cristo perché c’era in gioco tutta l’umanità da salvare. La quaresima significherà allora capire il cuore di Cristo in quello che anche per lui, prima della croce, è stato il momento più drammatico e forte.


Giotto di Bondone, Ingresso a GerusalemmeRivivere il cammino di Gesù

Gesù si sta avviando a Gerusalemme per quella che sarà la sua Pasqua, ossia la croce e la resurrezione: “Mentre erano sulla strada per salire a Gerusalemme, Gesù camminava davanti a loro ed essi erano sgomenti; coloro che seguivano erano impauriti” (Marco 10,32), perché Gesù aveva loro detto che quella sarebbe stata una Pasqua rischiosa e difficile, anzi una Pasqua decisiva. E l’aveva descritta in termini decisamente tragici: derisione, sputi, flagellazione, uccisione e risurrezione.
Ciò che sbalordisce i suoi seguaci è il vederlo andare avanti camminando con forza e con lo slancio di un trascinatore. Ed essi non comprendono, sono spaventati, perché Gesù sta rischiando. Con tutto ciò, però, lo seguono. Può anche darsi, ma i vangeli non ce lo dicono, che qualcuno si sia lasciato distanziare a poco a poco e poi se ne sia tornato a casa. Ad ogni modo, qualcuno l’ha seguito.
Gesù, ad un certo punto, rompe la sua vita in Galilea di predicatore, taumaturgo, operatore di miracoli e prende la decisione di andare a Gerusalemme.
Se consideriamo i sentimenti di Gesù, che possiamo conoscere tramite i vangeli e la preghiera, dobbiamo dire che sta accadendo un cambiamento decisivo.


Il doloroso stupore

Il primo sentimento che, a poco a poco, ha invaso il cuore di Cristo potrebbe essere definito una specie di stupore doloroso. Sono tre anni che Gesù dice la verità e dona tutto, e ciò che ha prodotto il maggiore effetto è stata la sua capacità di donare in modo totalmente gratuito, senza alcuna misura, e quindi in modo a noi inspiegabile. Tutti coloro che andavano da lui, i vangeli lo testimoniano, sono guariti e ogni genere di beneficio scaturiva da quest’uomo in apparenza uguale agli altri.
Un fenomeno, un evento sbalorditivo quello di un uomo che arriva e comincia a elargire benefici a non finire, affiancando il suo dare con il suo dire. Infatti coloro che lo ascoltano fanno presto ad accorgersi che egli svela un’interpretazione nuova dell’uomo. Tutto il vangelo è uno sconvolgimento radicale non solo di alcune norme dei farisei, ma di tutto ciò che gli uomini hanno pensato fino a quel momento: vengono sconvolti i parametri della ricchezza, del successo, della felicità...
Gesù ha dato moltissimo e poi ha detto delle cose come lampi di luce, si può dire che le ha dette dando, per far capire bene che anche le sue parole erano un dono. Stava regalando verità. Ma, come l’esperienza insegna anche a noi, è difficile regalare la verità agli altri; spesso non la vogliono affatto sentire. D’altra parte, noi stessi facciamo l’esperienza di come sia difficile lasciarci regalare una parola che ci illumina, che ci induce ad essere migliori, che capiamo essere giusta e che, in qualche modo, ci ferisce.

Le conclusioni di Gesù diventano sempre più malinconiche. Matura in lui un senso amaro e molto pesante di delusione, poiché è un uomo come noi. Si rende conto che tutto ciò che ha fatto, non ha ottenuto quasi nessun risultato. Certo ha ottenuto un successo prodigioso, non c’è dubbio, è il successo che ottiene un guaritore, ma il dono della verità ha trovato a poco a poco sempre maggiore resistenza e durezza. Proprio quelli che erano i più adatti a capire, a cui Gesù rivolgeva con grandissima cordialità, i capi, i maestri, le guide, a poco a poco avevano assunto un atteggiamento sempre più lontano ed egli percepiva l’abisso.
Il doloroso stupore che il dono di Dio dovesse trovare tanta indifferenza e tanta ostilità, qualche volta Gesù l’aveva anche manifestato. Quando tornò a Nazareth, il vangelo lo nota, Gesù si stupì della poca fede dei suoi concittadini e non potette fare molti miracoli (Mt 13,54-58 e paralleli). Una volta chiese come mai non credevano ancora, domanda appassionata rivolta ai suoi discepoli quando erano sulla barca e si stavano preoccupando di cosa avrebbero mangiato a pranzo, dato che avevano fame. Ed egli richiamò il miracolo della moltiplicazione. Un’altra volta si lasciò sfuggire un’altra frase molto significativa: “O generazione incredula e perversa! Fino a quando sarò con voi? Fino a quando dovrò sopportarvi?”, che è il sopportare dell’amore, ma è comunque un sopportare.

Gesù vive con l’amarezza che il suo lungo lavoro sia stato quasi un fallimento, non perché si è affaticato per niente, ma perché è preoccupato per questa gente a cui è venuto a dare una salvezza che, a quanto pare, non riscuote interesse. Finché dà le cose che la gente percepisce come buone, tutto va bene; ma quando comincia a rivelare il male che è in ognuno, allora tutti diventano subito sordi e ostili.


Il chiaro discernimento

Gesù capisce che la sua fatica dell’essere in mezzo agli altri a predicare e a far miracoli non può salvare il mondo. Alla sordità e all’ostilità non reagisce come forse chiunque altro avrebbe reagito, abbandonando tutto e tutti. Egli, l’Amore, è venuto a prenderci come siamo, pur avendo imparato, provato e sofferto che tipi siamo noi. “Pur essendo Figlio, imparò l'obbedienza da ciò che patì” (Ebrei 5, 8), imparò dalla delusione che tipi siamo noi.
Questa conoscenza di noi gli ha semplicemente aumentato la pietà nel cuore. Ha sentito che eravamo molto più bisognosi di pietà di quanto non sembrasse. Allora ecco si fa in lui un discernimento, una chiarezza: bisogna cambiare metodo. Noi non sappiamo quali siano state le misteriose parole che il suo cuore ha pronunciato in questi momenti di chiarificazione, ma potremmo immaginare che abbia concluso, nella luce dello Spirito, che per questa povera gente che siamo noi c’è una sola cosa da fare: bisogna morire, non basta fare miracoli, predicare, annunziare e promettere la misericordia!

Antonio Ciseri, Il trasporto di Cristo al sepolcroQuesta constatazione conclusiva sarà sicuramente maturata nelle sue lunghe preghiere, nel colloquio col Padre, nel sentire l’appello del Padre verso noi. E, allora, la croce. Una decisione che evidentemente tronca tutto un modo di fare.
Inizia così una nuova fase: Gesù non farà più miracoli, Gesù non aprirà più bocca. Si immerge sempre di più ormai in un silenzio che diventerà globale sulla croce, tolte le poche frasi dell’ultima misericordia che, più propriamente, non sono però predicazione: “Padre perdona, non sanno quello che fanno”.
Gesù entra dunque in questa nuova fase con la scelta di essere un uomo silenzioso e che non fa più quei gesti di benevolenza che tanto piacciono alla gente, di quelli di cui tutti dicono: “ancora!”. Una fase più misteriosa, non accettata dai discepoli che, per primi, non lo vogliono capire. Infatti quando cominciò a dire apertamente che doveva morire e poi sarebbe risorto, molto onestamente gli evangelisti fanno notare che i discepoli avevano paura di informarsi meglio sul significato di risorgere, non osavano interrogarlo su quelle tremende parole: “Il Figlio dell’uomo sarà ucciso”.
A pensarci bene, forse anche noi avremmo avuto paura di continuare con Gesù il discorso. I discepoli vogliono bene a Gesù, non vogliono neanche pensare che possa venire ucciso, tant’è vero che Pietro glielo dice in modo chiaro. Ma il Signore percepisce che lentamente i discepoli si stanno allontanando: lo seguono ancora con coraggio, ma dentro di loro, senza volerlo, prendono le distanze, si preparano inconsciamente a rinnegarlo e a fuggire. Ma non dobbiamo dimenticare che non erano ancora redenti: erano poveri uomini. Solo Maria c’è: lei è al di là di questi problemi, lo segue come un’ombra, comprendendo dolorosamente che è giusto che i misteri di suo figlio arrivino a certi culmini. Lei lo conosce, suo figlio! Dunque soffre, ma cammina più che mai fedele, l’unica!


Carlo Sismonda, Gesù vince la morteL'appassionata decisione

Il discernimento porta Gesù all’appassionata decisione di morire. Gesù sa che andare a morire è una questione che o si sceglie con tutta la passione del cuore o non si sceglie. La vera vita cristiana richiede sempre a tutti dei momenti di eroismo. L’esperienza insegna che se uno si accosta a questi momenti con una mezza decisione la sorte è quella di Pietro che rinnega: non c’è scampo!
La decisione appassionata gli fa sudar sangue al momento di dire “sì”. Dice il sì, ma è quasi schiacciato dalla sua decisione. Però è proprio qui che Gesù produce quella volontà eroica che poi darà ai suoi santi, che siamo anche noi, che saranno capaci di fare la stessa cosa. Una decisione appassionata che non torna indietro e che lo conduce alla croce.


Giuseppe Pollano
tratto da un incontro all’Arsenale della Pace
testo non rivisto dall'autore