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“Voi chi dite che io sia?”

La domanda che Gesù pone (Mt 16,15) segue tutto l’arco della vita cristiana: può indirizzarsi a un non credente che si affaccia alla fede, ad un cristiano convinto, al santo molto avanti nella sua strada, perché il mistero di Gesù non è esauribile. È una domanda che svela, da parte di Gesù, l’attesa di essere capito e amato.

di Giuseppe Pollano

Gesù attende che ci pronunciamo su quattro affermazioni della sua autopresentazione.

1. “Non vi chiamo più servi, ma amici” (Gv 15,15)

Gesù stabilisce con noi un rapporto affettivo e i suoi criteri per valutarci come discepoli sono di carattere affettivo: quanto mi ami? Se Gesù ha posto tutto sul piano dell’amicizia, non significa però che fondi il suo rapporto con noi e il nostro con lui sulla sentimentalità. D’altra parte il sentimento non ci accompagna nella strada dell’impegno che costa: non si dà la vita per sentimento, ci vuole qualcosa di più. Deve subentrare la scelta dello Spirito, che anima l’amore e che è la vera sorgente della nostra azione. La sentimentalità, in definitiva, è troppo debole per sostenere l’impegno di un’amicizia che, dal punto di vista di Gesù, non è solo affettiva, ma effettiva.
Gesù ci chiede di osservare i suoi comandi per amore, sempre, anche quando il nostro sentimento respingerebbe l’obbedienza. Prova ne sia l’agonia di Gesù nel Getsemani, dove chiaramente una parte della sua sensibilità è piena di orrore e di paura, ma l’amore profondo per il Padre supera il grande ostacolo e fa sì che Egli si abbandoni alla sua volontà. Non si può dire di Gesù al Getsemani che è uno schiavo abbattuto: è un uomo libero che vince dentro di sé la sua battaglia interiore, perché ama Dio più di quanto ami se stesso.

Il maggior pericolo per i cristiani è rapportarsi con Gesù in maniera un po’ marginale, cioè amandolo “anche”, e questa marginalità lascia in noi idee e azioni che non gli appartengono. L’amicizia vera non è marginale, prende la vita, la domina, la illumina tutta. Il titolo di “amici” che ci ha regalato è stupendo e alla domanda “Voi chi dite che io sia?” Gesù attende come risposta: “Tu sei mio amico, Signore”. Amicizia nel senso forte, che prende veramente la vita - ci si gioca la vita per l’amico. È un rapporto estremamente personalizzato, senza nulla di esteriore, di convenzionale, di “normativo”.
Icona etiope raffigurante la lavanda dei piedi
2. “Vi ho dato l’esempio affinché come ho fatto io, facciate anche voi” (Gv 13,15)

Gesù ha pronunciato questa frase dopo la lavanda dei piedi; è un gesto che sfiora l’incredibile, che ha scandalizzato Pietro, un gesto che vuole avere la profondità del dono. Gesù assume il ruolo di modello di comportamento. Non si può dire “Signore, amico mio” se non si cerca poi di piacergli. Ogni affetto si orna per l’altro, cerca di rendersi piacevole, vuole somigliare all’altro.

I santi avevano un solo modello: Lui, l’unico giusto. Noi, invece, ci accorgiamo di essere sottomessi anche a modelli umani offerti dalla cultura in cui siamo immersi. Imitare Gesù diventa un’ascensione impegnativa, una scoperta e una conquista continua; anzi, possiamo correre il rischio di considerare eccezione e non normalità imitare Gesù, considerare noi normali e lui uno “super”, smentendo pertanto l’insegnamento sulla vite e i tralci - che sono invece sullo stesso piano.
Il coraggio di essere somiglianti a Gesù Cristo è oggi importante, anche dentro la Chiesa. Gesù ha scelto l’ultimo posto, ma nella Chiesa si vede a volte la ricerca non dell’ultimo posto, bensì del primo. Gesù ha fatto esattamente il contrario. Lo spirito del mondo è in noi e noi manteniamo viva una certa complicità, “chiudiamo un occhio”. È quello che la filosofia chiama “finzionismo”: facciamo finta che sia giusto, mentre non lo è. Invece è molto utile abituarsi a confrontare i comportamenti di Gesù con i nostri.
La risposta che Gesù si attende è che non ci accontentiamo di teologia, della sua conoscenza scientifica; ci chiede di confrontare continuamente i suoi comportamenti con i nostri attraversi il Vangelo, che ci riserva continue sorprese.










Vetrata raffigurante lo Spirito Santo, Cappella Madonna dell'Arco, Casa Generalizia della Congregazione delle Suore Domenicane, Sant'Antastasia (NA)

3. “Questo vi ho detto, perché la mia gioia sia in voi” (Gv 15,11)

Mentre Gesù si avvicina al dramma della sua passione vuole amici gioiosi. Quanti credenti vediamo particolarmente lieti? Qualcosa evidentemente non gira bene: la sua proposta ci sembra utopica o troppo elitaria.
Per molte ragioni e da troppo tempo si sono isolate e separate l’idea di gioia da un lato e l’idea di discepolato di Gesù dall’altra. La nostra civiltà sicuramente è diventata molto accidiosa nei riguardi di Dio, ha trovato che Dio è pesante, è annoiante, è faticoso, ha imparato a rattristarsi riguardo a Dio. Come mai? La risposta è che ci siamo abituati a gratificarci con tutte le soddisfazioni possibili, nessuna esclusa. Ma in Luca (6, 24-25) Gesù ammonisce: “Guai a chi è sazio”, cioè a chi se la gode, non chiede altro e non ha bisogno che Dio lo consoli.
Abbiamo perso la capacità di assaporare l’esperienza cristiana, la preghiera, l’amore, la carità, il servizio e, quando lo facciamo, ci sembra di avere fatto una cosa particolarmente eccezionale.
Per non vedere Gesù come un soffocatore della gioia occorre verificare luoghi, tempi, circostanze della nostra vita nei quali l’essere cristiani dà gioia, soprattutto nella vita quotidiana. È importante verificare anche il negativo: quando cioè si provano soddisfazioni e gioie perché si è escluso Gesù.
È un test molto prezioso verificare quanto del proprio cristianesimo è lietezza, quanto realizza la promessa di Gesù: “Sì, Signore, la tua gioia è in me e sto benissimo, non ci perdo niente, anzi ci guadagno e riesco perfino a trasmettere gioia agli altri” è una risposta all’attesa di Gesù.








Venne Gesù, a porte chiuse, si fermò in mezzo a loro e disse: "Pace a Voi" (Gv 20,26)

4. “Vi lascio la pace, vi do la mia pace” (Gv 14,27)

La pace che ci può venire dalla vita materiale non è quella promessa da Gesù. Quella di Gesù ha un’altra sorgente, deriva dal fatto che Dio è presente in me, qualunque cosa accada io sono con Dio; non sempre vedo il piano di Dio, ma so che Dio regge tutto e mi conduce per strade dove non passerei da solo.
Questa è la vera speranza: le difficoltà della vita non ci sgomentano più, non ci mettono più di fronte a quei perché angosciosi, terribili, che poi possono sfociare nell’amarezza, nella rivolta verso Dio, addirittura nel processo a Dio.
Quando mettiamo in questione Dio, rovesciamo la verità. Non dobbiamo insegnare noi a Dio a fare il salvatore, né il Padre, né il Dio provvidente; dobbiamo fidarci come bambini, e basta. Allora è chiaro che se Dio è presente ed è reggente, siccome dimora in me, io sono tranquillo, partecipo, piango con chi piange, rido con chi ride, ma, al di là di tutto, vivo questo segreto di pace. Questa pace resta presenza attiva in qualsiasi stato di vita; Gesù Cristo è veramente pace in noi e in altri grazie a noi.

La pace si verifica in un modo solo: non basta essere tranquilli, dobbiamo avere abbastanza pace in noi da poterla dare agli altri. Quando ci si accorge che uno è ricco? Tu ti accorgi della pace che hai perché la dai, perché senti il bisogno di darla agli altri, perché senti che operare la pace è il meglio che puoi fare, perché, quando ti accorgi che gli altri non hanno pace, ti fanno pena e tu, che hai la pace, vai e la porti. Sarebbe troppo il rischio di egoismo - e non è questo che Gesù desidera - se noi ci accontentassimo della pace per noi.

Operatore di pace non significa “pacifico”, almeno nel senso italiano corrente della parola, poiché quando dici “è un uomo pacifico, non farebbe male a una mosca!”, non ne fai un ritratto meraviglioso. La questione è questa: se invece di una mosca ci fosse una persona, si continuerebbe a non farle male o si cercherebbe anche di farle del bene, cioè portarle il dono della pace, come ha fatto Gesù Cristo?
Gesù attende che diventiamo dei veri pacificatori.
Giuseppe Pollano
tratto da un incontro all’Arsenale della Pace
testo non rivisto dall'autore



Vedi anche:
Voi chi dite che io sia. Sondaggio su Gesù di Nazareth 

Vedi il dossier:
Mons. Giuseppe Pollano - riflessioni inedite per la Fraternità del Sermig