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PADRE NOSTRO/2: Preghiera: respiro dell'anima

Pregare in un clima di familiarità con Dio ci innamora della sua presenza e della sua grandezza. Una presenza che ci accompagna come un respiro costante nelle nostre giornate, nella nostra vita e ci fa dire : “Signore, desidero fare la tua volontà, perché so che tu mi vuoi bene e vuoi il mio bene. Fammi lavorare per Te, Padre”.

di mons. Giuseppe Pollano

Continuiamo la riflessione sulla preghiera che Gesù ci ha insegnata
, il “Padre nostro”. La volta scorsa si è detto quanto Gesù abbia trasformato il rapporto tra l’uomo e Dio: lo ha fatto diventare una totale familiarità, ha voluto creare tra noi e il Padre l’atmosfera di casa.
Ci sono vari tipi di familiarità, e alla domanda su come siamo familiari di Dio, ecco la risposta di Paolo: voi avete in voi lo Spirito che rende figli, e per mezzo di lui gridiamo “abbà”. Niente di meno ci è stato dato! “Abbà” non era certamente il termine con cui i pii ebrei si rivolgevano a Dio, era il termine con cui i piccoli si rivolgevano al “babbo”. Noi ci rivolgiamo nello spirito di Gesù al Padre, e possiamo dirgli abbà con tenerezza, perché siamo i suoi piccoli figli. Il Padre non ci considera adulti eccezionali che sanno fare tutto da sé, ma piccole creature su cui china la sua tenerezza infinita. Fa riscontro a questa verità ciò che Gesù ha detto: “Se non sarete come piccoli, non capirete il Regno di Dio”.
La familiarità con Dio dunque è la più alta che ci può essere data, siamo figli al pari di Gesù, e come il Padre concentra sul Figlio il suo grandissimo amore, adesso anche noi siamo amatissimi nel Figlio. Già solo questa consapevolezza ci aiuterebbe molto a metterci nel giusto rapporto con Dio quando preghiamo. Abbà: questo nome dovrebbe veramente, in qualche maniera, ponteggiare la nostra vita.

Questo sentirsi così vicini a Dio provoca alcuni semplici ma importanti atteggiamenti di preghiera.
Mi trovo a casa, sono con Dio mio Padre, è un clima semplice, che faccio? Non comincio né con delle parole, come dovessi recitargli un discorso preparato, e neanche con chissà quali gesti. Inizio con alcuni sentimenti di fondo. La preghiera nasce dall’esperienza che Dio c’è e la presenza di Dio non è una presenza qualsiasi. La presenza di Dio mi fa entrare nel semplice silenzio interiore. Non è un silenzio vuoto, ma pieno. Un silenzio vuoto è desolante, un silenzio pieno è quando ti guardo negli occhi e non c’è bisogno d’altro. Favorite nella vostra preghiera piccoli momenti di silenzio puro, “la sonora silenziosità di Dio” direbbe Giovanni della croce. Poiché Dio è Dio, percepite allora senza il minimo timore e con gioia, che Dio è proprio grande. Non si impara la grandezza di Dio descrivendola. Essa è molto semplice, incanta, ispira la gioia e il rispetto. La grandezza di Dio si impara per attimi.

È importante trovare nella propria giornata dei momenti per mettersi in condizione che Dio ci faccia fare queste semplici e normali esperienze di familiarità. È una familiarità che durante il giorno ci aiuta molto, perché essendo Dio molto libero non ha bisogno di altro per manifestarsi e può farlo dovunque noi siamo. Noi dobbiamo però cercare il tempo adatto, perché altrimenti siamo troppo distratti, e lui arriva nel momento in cui meno te lo aspetti. Quando vede che ne hai bisogno ti tocca il cuore. I tocchi di Dio, rapidissimi, istantanei e misteriosi, sono una delle esperienze più adatte alla nostra esperienza che è tutta fatta di attimi. Dio non si lascia battere dai nostri attimi, il suo tocco supera tutto e ci tiene in piedi. È una mistica che si adatta alle situazioni e ci tiene in lui.

Innanzi tutto faccio esperienza di Dio, poi noto degli aspetti. La casa di Dio è bella. Pensiamo alle prime frasi del “Padre Nostro”: diciamo “Padre”, poi “sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra”. Queste tre espressioni sono sempre da intendere come unite, “come in cielo” si riferisce a tutte e tre: il nome, il regno, la volontà. “Come in cielo” cosa vuol dire? Se tu guardi Dio vedi come è la casa di Dio, vedi e impari tutto, è come se la casa di Dio fosse piena di opere d’arte, tu giri e vedi questi capolavori e ti riempi del senso della bellezza e della verità.

Quando vedi Gesù nella sua grandezza rimani affascinato e convinto del disegno di Dio per il quale vale la pena impegnarsi; invece pezzetti di cristianesimo applicati saltuariamente non producono questo effetto globalizzante, sicché noi siamo sempre in contrasto tra un po’ di cristianesimo e un po’ di vita. Ci manca, in una parola, lo sguardo contemplativo. La preghiera, quando siamo in Dio e guardiamo un po’ attorno, ci fa cogliere l’insieme incantevole dell’opera di Dio. Cercate di cogliere, senza fretta, la bellezza del messaggio della Parola. Dovete riuscire a dire da voi “Signore, se le cose sono così, sono splendide”. Finché il credente non approva Dio, significa che non ne ha ancora colto nello Spirito Santo la bellezza. Siamo capaci di ammirazione per un’opera d’arte umana, per una qualsiasi cosa bella, tanto più dobbiamo esserlo per Dio. C’è da notare però che l’ammirazione è piuttosto rara quando ci riferiamo al disegno di Dio. Gesù è un capolavoro, ma bisogna che il cristiano riesca ad ammirarlo, e per ammirarlo è necessario guardarlo nella preghiera. Immediatamente la preghiera, prima di essere formula e parola, è già uno sguardo che contempla.

Possiamo domandarci: “Padre, sono già capace di ammirare così le tue opere? Donami, Padre, questa capacità di ammirare gratuitamente la tua grandezza”. Il cristiano è ammiratore di Gesù, altrimenti come potrebbe parlare di Gesù Cristo con slancio? Talvolta la nostra missionarietà è demotivata, perché non c’è abbastanza ammirazione interiore per Gesù. E se non c’è è perché non la coltiviamo, non diamo tempo al nostro cuore di dire “Signore, sei magnifico”. Bisogna che questo ci accada, e allora diremo “Ho trovato un amico straordinario, vieni”, ma lo diremo perché il cuore ci ha convinti. Così entriamo in una immensa gratitudine.

Una buona preghiera non solo ci fa ammirare Gesù, ma ci rende anche capaci di dire grazie perché Dio si è chinato su di noi e noi siamo il regno. Non vi pare che questo meriti gratitudine? Qui è la nostra vita eterna, e già ora mi sento pienamente coinvolto e la volontà di Dio diventa la mia volontà: che cosa devo fare, Padre, perché tu sia contento? Ecco il sentimento fondamentale del Figlio Gesù, che adesso è diventato anche il mio. Ho ancora i miei progetti e la mia vita da vivere, c’è ancora il pane quotidiano da procurarsi, il mio destino terreno da compiere, però prima di tutto ho un desiderio che trabocca: voglio fare anch’io, come Gesù, la tua volontà, perché ho capito quanto è buona, giusta, unica. “Una sola volontà voglio, la tua, ma voglio metterci le mani anch’io, fammi lavorare, Padre”.

Si diventa così cristiani attivi e apostolici e, qualunque cosa facciamo, noi vogliamo lavorare per il regno, far frutto. Questo era un pensiero dominante della predicazione di Gesù: la vigna, lavorare, far frutto. Io, che mi nutro di Cristo, devo dire lo stesso. Io devo poter dire a Cristo che la sua volontà è il mio pane: “Cosa facciamo oggi, Gesù?” Ecco la domanda del vero cristiano e tutto ciò che sta nel mio taccuino deve essere un’alleanza con Dio. Non voglio più vivere la mia vita se non così.

Tutto questo nasce dalla preghiera e perciò è vero anche il contrario: se ci sentiamo ancora un po’ lontani da queste prospettive, la nostra preghiera deve ancora maturare nell’essenziale. La liturgia è preziosissima, ma anche questa non deve essere vissuta come un rito un po’ frettoloso e abituato. “Age quod agis”, diceva sant’Agostino, cioè mentre fai una cosa non pensare ad un’altra, fai le cose con calma, immergiti nel mistero di Dio che ti è dato, e allora a poco a poco il pregare ti diventa il respiro dell’anima, ti accorgi più che mai che sei a casa, anche se hai le mani sporche. Al massimo potrai dire come un bambino smarrito “papà oggi l’ho fatta grossa”. Diglielo, non fare come un bambino che si va a nascondere in un angolo, tuo Padre aspetta che tu glielo dica, in ogni caso conserva il clima di essere a casa, lì è il tuo fondamento. Non è così strano, non è una risposta strampalata dire che si dimora in Dio, non è una frase da alti mistici e rara gente, è frase di battezzati. Noi siamo definiti da Paolo i familiari di Dio, i casalinghi di Dio.

Non è eccezionale imparare la presenza di Dio: Signore io ti sento, taccio, ti sento così grande e ti gusto. E poi mi guardo attorno e vedo le tue bellezze: la Parola me le dice, me le svela, le contemplo, ne sono contento, le ammiro, ci voglio entrare anch’io e non voglio stare fuori da questi magnifici disegni. E divento un protagonista, ho finalmente scoperta la sintesi della verità. Dopo di che ne parlerò a chiunque con entusiasmo, perché dentro di me c’è qualcosa di diverso.

E diventerò attraverso la preghiera colui che Gesù desiderava: il testimone. “Splenda la vostra luce, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre che è nei cieli”. È di un’insistenza meravigliosa Gesù, torna sempre all’essere testimoni: lui visse tutto nel nome del Padre, dal principio alla fine della sua vita. E noi anche siamo chiamati a farlo.
Proviamo ad esercitare un po’ di preghiera così, cerchiamo queste piccole cose, crediamole perché c’è lo Spirito in noi, fidiamoci di lui; non dobbiamo appoggiarci sulle nostre risorse, lasciamo fare a lui e saremo molto felici!

mons. Giuseppe Pollano
deregistrazione non rivista dall’autore

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