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I doni dello Spirito Santo: Pietà

L’ultima riflessione sui doni dello Spirito riguarda la pietà, da collegare con la precedente sul timore di Dio, al fine di metterci in rapporto con Lui.

di Giuseppe Pollano
IL DONO DELLA PIETÀ
La pietà è un termine su cui non bisogna equivocare: è il rapporto religioso con Dio, poi diventa anche un sentimento tra noi. L’uomo pio è l’uomo che dà a Dio quello che è di Dio, l’empio”, il non pio è chi non dà a Dio quello che è di Dio: fede, speranza, amore. La pietà è il benefico influsso dello Spirito grazie al quale percepiamo sempre di più (è un crescendo) che Dio è Padre e il nostro rapporto con Lui si fa perciò sempre più filiale, come quello di Gesù. Dunque quando io dico “Dio Padre” lo dico tanto più sentendomi figlio, sentendolo Padre, e questo nome poco per volta acquista più spessore, più importanza; comincio a dirlo pensando bene a cosa vuol dire. La pietà ha in noi degli effetti molto belli.
GLI EFFETTI DELLA PIETÀ
La Pietà produce in noi confidenza e tenerezza filiali (Mt 6,25-32). Il discorso della montagna, dove Gesù ci parla del Padre provvidente che non solo si china su di noi, ma ha cura dei fiori, dei passeri, ci mette in questo clima di confidenza: Tu sei qui, allora Tu sei nostro Padre, ti curi di me.
Come saremmo sereni se ci ricordassimo che questo Padre si cura di noi anche nella prova. Quando tutto ci va abbastanza bene, non ci sono problemi; ma raramente nella vita tutto va abbastanza bene. Ed allora ecco la confidenza: mi fido di Te, Padre, so che Tu mi conduci.

Questo sentimento è troppo raro in noi perché, appartenendo ad una società piuttosto angosciata, siamo un po’ contagiati da paura e inquietudine. No, fidiamoci, Dio è buono, Dio è Padre.
Abbiamo bisogno, perché la vita è fatica, di coltivare questa pietà confidenziale, di credere che Dio è Padre.

La Pietà produce in noi gradimento nella preghiera (Sal 83,11). Si sta bene con questo Padre e allora la preghiera dà un po’ il senso di essere a casa. Come si sta bene nei tuoi atri, dice il Salmo. Si sta bene con Dio perché Lui ci accoglie a casa. La casa non è dove andremo dopo la morte: la casa è già adesso, Dio è con noi sempre, non siamo mai soli! Allora ci si abbandona facilmente a questo Padre: mi fido di Te. Gesù ha portato fino all’estremo l’abbandono, mentre stava per spirare sulla croce dicendo quell’ultima frase che descriveva tutta la sua vita di fiducia: Padre, nelle tue mani mi affido.

La Pietà produce in noi affettuoso e fiducioso abbandono (Rm 8,28). Figli di una cultura della paura, siamo tutti un po’ trepidanti. Non abbiamo umanamente torto, la vita è difficile, i rischi, le insidie sono frequenti, l’inganno purtroppo è molto diffuso. Allora ecco l’abbandono fiducioso, soprattutto di fronte alla sofferenza, che crea in noi tristezza o rivolta. La tristezza è passiva, ma la rivolta è attiva. Ribellarsi, insomma. L’abbandono va al di là di questo. Prima guardo Dio, poi guardo la vita, prima guardo il Padre, come faceva Gesù, e poi vivo la vita che Lui mi dà; non: prima guardo la vita e poi guardo Dio e vedo un po’ cosa succede.
“Tutto concorre al bene di coloro che amano Dio”, tutto coopera al bene per coloro che hanno una serenità che viene proprio dallo Spirito. Non che non soffrano, ma soffrono in un certo modo tanto da dire: mentre soffro tu mi insegni a vivere.

La Pietà produce in noi cura di tutto ciò che riguarda Dio (Lc 2,22-23), dalle cose più piccole a quelle più grandi, che implicano tutte la stessa missione: impegno per gli altri. Il donare agli altri che cos’è poi se non questo espandersi del cuore? Quante volte non faremmo per noi cose che facciamo per gli altri guardando a Lui? Se mi importa di Dio, mi dono agli altri, mi importa che Dio sia in quel cuore e allora faccio di tutto perché ci arrivi, spendo tempo, risorse, fatica: che sia contento Lui prima di tutto! Gesù è morto perché rendessimo contento il Padre.
La Pietà ci rende cordiali con il Signore e sofferenti a vedere tanta indifferenza: ci dispiace che gli uomini e le donne battezzati non ricordino che Dio è Padre; ci dispiace che abbiano il cuore così freddo; ci dispiace che lo insultino, non ci credano e si disperino. Si patisce, perché Dio merita ben altro.

La Pietà produce in noi senso vivo della Chiesa, gloria di Dio (Lc 10,16). Ci sono state epoche in cui la Chiesa era una struttura, una società molto rassicurante, anche gratificante, in fondo farsi prete poteva essere una condizione elevante dal punto di vista del ruolo sociale. Grazie a Dio siamo liberati da questo fardello; ciò non toglie che la Chiesa possa rimanere comunque un punto di riferimento umano. È pur sempre rassicurante essere Chiesa, ma se la prendi nel senso di un gruppo umano, diventa un nemico di altri gruppi umani. Infatti qualche volta, paradossalmente, si finisce per essere più attaccati alla Chiesa che a Gesù Cristo, tanto che per la Chiesa c’è anche chi insulta un altro, dimenticando il comandamento di Gesù di amare. Il rischio della Chiesa è non essere più capita come gloria di Dio, ma gloria di se stessa.

La pietà ci rende molto attenti a far sì che ci sia carità, trasparenza, bontà, tutte quelle che sono le virtù della Santa Chiesa di Dio. Ci rende attenti perché noi non cerchiamo solo la gloria di Dio, noi siamo gloria di Dio. Dio non si rivela per miracoli e per visioni private, ma attraverso l’icona del suo popolo che siamo noi. Per cui noi siamo veramente gloria di Dio in carne e ossa, visibile, tangibile. Allora è evidente che il mondo ha il diritto di prendersela con noi se ci comportiamo da mondani.

Lo Spirito ti sostiene, fai dunque in modo che la tua pietà, il tuo amare il Padre, sia tale che nella vita semplice chi ti vede sia quasi obbligato moralmente a risalire alla sorgente. La risorsa di Dio siamo noi. I santi hanno sempre fatto così e noi siamo stimolati a fare così. A ognuno di noi tocca questo dovere, e non siamo mai alla fine di questo cammino, ma sicuramente ci teniamo ad essere gloria di Dio, pur con i nostri tanti limiti, in modo che chi ci sente o ci incontra in qualche modo sia riferito a Lui, cioè non veda noi, ma Lui.

La Pietà produce in noi gioia nella condivisione delle cose divine (Sal 132). Si è buoni, si è dialogici, si è contenti di condividere nella pietà comune la gioia delle cose che vengono da Dio. Com’è bello che i fratelli stiano insieme.
Com’è bella la gioia di una liturgia: in quel momento siamo proprio a casa, siamo a casa con il Padre. Come è bello sempre, perché Lui c’è sempre, e questa presenza viva ci fa sentire insieme, vivi, più buoni, meglio disposti.
Quando veramente si vive la verità di quel che si vive, allora si è contenti anche di condividere le cose di Dio fuori dalla liturgia. Non è fare un lavoro qualunque lavorare per Dio, c’è una gioia speciale, c’è un’intesa profonda, sentiamo di star facendo qualcosa che ci supera anche se è la più piccola, modesta, umile cosa. Questo fa respirare l’anima. E ad un certo punto non si riesce a far più niente che non abbia questo tono, anche le piccole cose, anche le cose normalissime; perché stiamo condividendo nella pietà il senso di Dio. Il rapporto con Dio veramente ben vissuto diventa la vita, in sostanza. Il rapporto con Dio qualche volta, però, può essere inteso in modo errato, come ad esempio ridurre il rapporto con Dio nel momento della preghiera. Quando prego mi accorgo che sono di più in rapporto con Dio, ma più divento cristiano più mi vien da dire: sono sempre in rapporto con Dio.


IN CONCLUSIONE…
Timor di Dio e pietà sono sentimenti di fondo della vita cristiana. Chiedete pure questi doni, lo Spirito li dà molto volentieri, vi sentirete proprio radicati, nulla vi potrà abbattere. Avremo i nostri momenti difficili e qualche volta faremo anche i nostri peccati, ma è insuperabile questa forza che ti rende davanti a Dio piccola creatura che lo rispetta, che lo ama appassionatamente come figlio. Questo è veramente il cristianesimo.
Il grande capolavoro cristiano è opera dei doni dello Spirito, infatti noi parliamo di Spirito Santo come creatore. Quando si dice “Veni Creator”, cosa si intende con “creator”? Il mondo c’è già, perché la prima creazione è quella del cosmo, ma non è una creazione finita. La creazione finita è quando Dio in questo cosmo crea il mondo della grazia, la vera creazione. Quindi Egli è veramente creatore di vita, di grazia che ti santifica.

Giuseppe Pollano
(da un incontro all’Arsenale della Pace)
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Mons. Giuseppe Pollano - riflessioni inedite per la Fraternità del Sermig