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La sequenza dello Spirito Santo


Logica e speranza di una supplica: la sequenza allo Spirito Santo è un tesoro della Chiesa. La riflessione che viene proposta parte dall’analisi di unità tematiche raggruppando le parole in sette blocchi.

di Giuseppe Pollano

 

Gruppo 1
Le prime tre parole della sequenza portano ad una chiamata. Per capire a chi ci rivolgiamo è utile rileggere la possente scena della distesa di ossa che, toccate dallo Spirito, ritornano ad essere persone vive (Ez 37,1-10). È importante allenare il cuore a dire “vieni” dando a questa parola il senso che Dio si aspetta. Se non parte dal cuore non racchiude il vero desiderio che l’altro venga. Il cristiano, di fronte allo spettacolo del mondo, si porta sempre dentro il mormorio “vieni Signore, vieni Spirito” ed instaura così un rapporto vivo con Dio con questa chiamata insistente.

Gruppo 2
Il Santo Spirito, dunque il facitore di santi, non ha alcuna paura a discendere anche negli aspetti più miseri della nostra umanità. Le sei qualifiche che troviamo nella sequenza (sordido, arido, sanguinante, rigido, gelido e sviato) non costituiscono un gran bel ritratto, ma questo è l'uomo.
Se vogliamo anche noi essere realisti e, almeno per un momento, affacciarci a, non possiamo non notare che la nostra epoca, soprattutto gli ultimi due secoli ed il '900 in particolare, sono stati caratterizzati da persone non credenti, che sono andate sino al fondo di questo abisso e ne sono uscite disperate. Tutti i più sensibili letterati, poeti, pensatori del ventesimo secolo, non più aggrappati alla consolazione della fede e della speranza, sono arrivati sull'orlo di quell'abisso pauroso che può essere il cuore dell'uomo, ma che orrore! Pensiamo anche solo al Moravia della "Noia", al Sartre della "Nausea", al Jaspers del naufragio dell'esistenza, al Cioran de "L'inconveniente di essere nati". L'unico rimedio era quello di cercare di cancellare i termini di paragone. Se dico sordido, vuol dire che ci deve essere anche il pulito, che mi fa vergognare di essere sordido. Allora, siccome non riesco a venir fuori dal mio essere sordido, ho una sola possibilità per evitare il confronto: distruggere l'idea del pulito. Questo significa inventare la morale relativistica, il bene è ciò che tu inventi sia bene e stai in pace. Ma è una soluzione troppo facile, ci avrà tolto qualche rimorso, ma non ci ha tolto la disperazione di essere così.

Ebbene Dio, che non fa tante complicazioni, mi conosce, sa come sono, mi ama: sono proprio la persona che cerca di incontrare, perché è venuto per i malati, per i peccatori. È bello che ci consoli il nostro Dio capace di rimediare alle conseguenze dei nostri peccati. Sottolineo questo realismo di Dio, perché quando ci accorgiamo delle nostre debolezze siamo portati a rattristarci, a ripiegarci su di noi, a sentirci avviliti, a vergognarci di guardare Dio. Al di là di ogni scoraggiamento, ci prendiamo come siamo, con le nostre preghiere aride da cui non viene fuori niente. Non dobbiamo spaventarci di offrire questo niente che siamo a Dio, perché Dio ci ama anche se siamo aridi.

Gruppo 3
Il cristianesimo non è pessimista sull'uomo, perché non lo considera una passione inutile, un'escrescenza inutile sulla faccia della terra, come diceva Sartre. Piuttosto è realisticamente molto cauto: è ottimista sull'uomo che è cosa buona e che è fatto per divinizzarsi, ma a questo l'uomo arriva nello Spirito di Dio, perché altrimenti, lasciato a sé solo, si separa da Dio.
Notando come è impostata la pubblicità mass mediale, la vita sembra tutta fatta di gente felice, bellissima, giovane, sorridente. Questa maniera di presentare la vita è menzogna, è ingannare la gente, prenderla in giro.

Noi invece dobbiamo guardarci attorno con molto realismo, se è vero che, senza la forza di Dio, nulla è l'uomo. Non ci scandalizzeremo di come l'altro è; non lo condanneremo mai troppo in fretta, non lo giudicheremo, ci ricorderemo che siamo fatti tutti della stessa pasta, compresi i santi: l'argilla è sempre quella. Senza lo Spirito siamo tutti povera gente e quindi ci dobbiamo amare con umiltà, con vero senso fraterno, con quello splendido sentimento di Dio che è la compassione. Gesù, che ha compatito ed è scoppiato in lacrime dinanzi alle miserie umane, ci aiuta a colmare il cuore della sua compassione, che non è debolezza, ma che lotta per il bene, aiuta la coscienze, sa compatire.

Gruppo 4
L’insistente “Vieni, vieni, vieni” diventa significativo e il cristiano, che ha i piedi per terra e conosce il mondo, dovrebbe avere dentro sempre questa specie di invocazione. Di fronte al male del mondo il "vieni" diventa potentissimo, diventa una pretesa verso Dio. Dio ci ha dato il diritto di pretendere, perché un figlio può pretendere una cosa giusta in nome di Gesù Cristo. Allora diventiamo forti. Se invece di fare tanti convegni fossimo capaci di diventare un po’ più supplicanti, tireremmo giù il cielo. Invece qualche volta riempiamo il mondo delle nostre parole, conferenze, libri stampati, e non cambia quasi niente. È lo Spirito che ci fa rinascere.

Gruppo 5
Davanti al quadro un po’ squallido del mondo, non possiamo che gioire delle caratteristiche che lo Spirito ci svela su se stesso.

Padre dei poveri. Chi pretende di cavarsela da solo, chi non ha bisogno che Dio gli sia padre, vive da orfano. Circondato da adulti, saccenti sicuri di sé, che l'hanno messo in croce, e di fronte ai cui occhi è risorto, Gesù ha esaltato questa piccolezza, questo bisogno del Padre. Allora non bisogna avvilirsi quando si ha peccato, nascondersi nella vergogna che è rimorso ma non pentimento, rassegnarsi ai propri peccati, qualunque essi siano. Se ci rivolgiamo a Dio, ci farà ricchi: “Dio ha posto tutti nella disobbedienza, per poter usare a tutti misericordia” (Rm 11,32).

Datore dei doni. Il cristianesimo non viaggia sui contratti tra noi e Dio, ma semplicemente sulla sua generosità. Io non ho fatto niente perché sono arido, rigido e sviato, ma ti guardo e dico “Abbi pietà di me”. E il dono viene. Datore dei doni è la professione di Dio. Per noi un regalo è pur sempre un'eccezione, invece lui è soltanto un donatore.

Consolatore perfetto. Specie per i giovani la domanda “che senso ha vivere, vale la pena esserci o non esserci?” è sempre più problematica. Si cerca una risposta, ma si trova che tutto è palude, mestizia. Si rimane sconsolati. Allora bisogna fidarsi di Dio, non pensare che la sua consolazione sia quella mistica e religiosa e basta. Dio dà la consolazione di cui si ha bisogno. Un'amicizia vera, un prato fiorito a primavera sono consolazioni che vengono da Dio. Si tratta di cogliere il bello e il buono dell'esistenza, non lasciandosi intristire da quel velo di malinconia che fa diventare tutto grigio: il mondo non è in bianco e nero, è pieno di colori. Da consolati si diventa consolatori, e tutto diventa molto più bello. Quello che era e, senza l'aiuto di Dio, continuerebbe ad essere sordido, arido, rigido, riesce invece, con il dono di Dio, a portare frutti positivi di vita.

Ospite dolce dell’anima. È l'aggettivo dolce che qualifica la presenza: si sta bene con te nell'anima, mio Dio. Che Dio sia nell'anima lo dice la Bibbia: “Tu sei tempio dello Spirito”, però può essere una realtà talmente muta, sorda e cieca che è come non ci fosse. “Si sta bene con te nel cuore, mio Dio”: come è bello quando si riesce a tirar fuori dalla propria esperienza una frase così, è una delle scoperte più grandi di quello che c'è in noi, la perla preziosa, il tesoro nascosto. Anche perché con Dio nell'anima si ha il maestro che ci guida. Noi dobbiamo avere un direttore spirituale, una guida, un amico, un confessore, ma il maestro è in noi: solo lui c'è sempre, e ci dice cosa fare e come essere in ogni momento. Beato chi ha imparato ad essere diretto dal di dentro, dal Gesù che illumina la coscienza. Paolo direbbe che si è guidati dallo Spirito.

Gruppo 6
Molte volte si è soli nella vita: le diversità, le situazioni, la scuola, il lavoro, l'ufficio, fanno trovare immediatamente in tante condizioni inimmaginabili. Allora, se dentro non c'è lui che conforta, ci si trova come pulcini bagnati. Lo Spirito non si spaventa di nessuno e, chi ha lo Spirito, anche lui non si spaventa di nessuno, non per fare l’eroe, ma per stare in piedi in un mondo difficile.

Riposo, riparo, e conforto. Come faremmo ad accorgerci che Dio ci è riposo, se non conosciamo la fatica, come faremmo ad accorgerci che ci conforta se non conosciamo il pianto? Non dobbiamo spaventarci quando conosciamo la fatica e il pianto. La nostra inclinazione naturale è di vivere una vita tranquilla, non siamo fatti per piangere, e vorremmo che tutta la giornata andasse bene. Ma quando poi arriva la fatica e qualche volta il pianto, spesso restiamo spiazzati come se fossero cose che non dovevano capitare, ci restiamo male insomma. E siamo tentati di mettere sotto accusa Dio perché questa situazione doveva impedirla, di non aver più fiducia in lui, di perdere la fede. L'ateismo da protesta, come si chiama tecnicamente, non è una cosa tanto rara; l'ateismo non è soprattutto mentale, è quasi sempre una rivolta del cuore.

Allora, nella fatica e nel pianto, se sono ancora un po’ saggio, volgo uno sguardo in alto, e mi accorgo che Tu sei capace di essere per me riposo e conforto. Beati quelli che piangono. Fatica, pianto, riposo e conforto, sono parole da non dimenticare, perché sono fra le più preziose della vita, una specie di pronto soccorso quando la vita ci sorprende. Colui che è riposo e conforto non è in farmacia o in qualche ospedale. Si trova dentro di noi, è ospite e interviene quando gli chiediamo cosa fare.
La vita interiore non è nient’altro che trattare familiarmente colui che è familiare con noi.

Gruppo 7
Il cristianesimo è molto semplice e bello, perché è un credo, è una morale, è una pratica, ma non solo. È molto di più. Allora si può davvero concludere con molta serenità: invadi l’intimo, il mio intimo, invadimi, fammi sentire che sono tuo, Signore. C’è una parte di noi profonda e vuota dove solo Dio abita, ma quando si percepisce che lì Dio c’è, che ci ha invasi, che siamo suoi, allora ci sentiamo in piedi, tranquilli malgrado tutto.

Invadi il cuore dei tuoi fedeli. Dona ai tuoi fedeli che solo in te confidano i tuoi santi doni. La sequenza è in salita, cioè arriva ai doni dello Spirito che costituiscono la nostra nuova personalità. Il Nuovo Catechismo (n. 1830) ci ricorda che i sette doni dello Spirito sono disposizioni permanenti che rendono l’uomo docile a seguire le mozioni dello Spirito Santo. Appartengono nella loro pienezza a Gesù Cristo. Essi completano e portano alla perfezione le virtù di coloro che li ricevono. I doni dello Spirito fanno sì che si abbia quel qualcosa in più che aiuta gli altri a vivere. È un altro degli aspetti dello Spirito Santo.

Sovente ci lasciamo travolgere dalle nostre passioni umane, ma se abbiamo lavorato con un po’ di stile, la nostra personalità non è questa, è quella che viene dai doni dello Spirito, anche se avrà ancora i suoi limiti, i suoi difetti; è inconfondibile. Si è diventati creature spirituali, persone in cui lo Spirito vive. Non sto parlando di eccezioni, di campioni, sto parlando del popolo di Dio, così com'è o come dovrebbe essere. Il titolo del cap. 5 della Lumen Gentium è straordinario: “La santità come chiamata di tutto il popolo cristiano”. Tutti siamo chiamati a cercare di vivere la santità., perché il mondo ha bisogno di testimoni, non di teologi. Ha bisogno di gente plasmata dallo Spirito, incontrando la quale lo Spirito può lanciare un messaggio, una freccia. Ecco, essere testimone è questo. Sono sicuro che ciascuno di voi sia un testimone, nel poco e nel tanto.
Maria, che è stata la più esperta nell'arte di chiamare lo Spirito, con il suo cuore nel nostro, ci aiuti a pregare questa sequenza.

di Mons. Giuseppe Pollano