Sermig

Sogno che fra cent’anni - La regola del Sermig (12/28)

La bontà è disarmante (1/1) - di Giuseppe Pollano - Nella precedente riflessione si sono approfonditi due aspetti che servono per vivere l’amati amiamo: “a tu per tu” “ci inginocchiamo”. In questa seconda riflessione ci soffermiamo su un terzo aspetto: la “bontà”.

 

Il muro della bontà disarmante all’Arsenale della Pace di Torino Impariamo a scegliere la bontà, che disarma e porta a Dio. La bontà è l’unica chiave per incontrare e dialogare con l’uomo. Non sono le rivendicazioni a fare incontrare gli uomini, ma è la bontà che ci rende ricercatori di giustizia, persone solidali. I buoni non sono mai stranieri in nessuna parte del mondo, non sono estranei a nulla e a nessuno.


1)   la bontà è l’unica chiave per incontrare

La bontà non è affatto un buonismo facile. La bontà è molto forte, praticamente è l’eroismo.
È sapiente come la regola parla della bontà, è da rileggere continuamente. L’espressione usata è uno slogan molto felice.
Angelo Cruciani, La bontàIn giro non si parla molto di bontà, perché in questo clima di potere e denaro vincenti, la bontà sembra proprio una cenerentola, è intesa come l’atteggiamento di un debole e di un perdente. Se però fosse così, Gesù ci avrebbe comandato di essere ricchi e potenti, perché non vuole mandarci allo sbaraglio; egli stesso avrebbe invocato al momento giusto le legioni di angeli e con una bella battaglia finale avrebbe dimostrato coi fatti che Dio era lui. Ha scelto quella pazzesca strada di essere buono fino al fondo, e Dio lo ha fatto risorgere. Gesù è il vincente, colui che oggi sta vincendo con lo stesso metodo.
Per cogliere meglio il significato di bontà ci soffermiamo su due suoi aspetti, tenendo conto che c’è una bontà attiva e una passiva.

1.1)   quando c’è la bontà? Quando sei attivo

1.1.1)    “nel mandare messaggi incoraggianti
Quando inizia la bontà, cioè quando una persona neutra, ma non cattiva, incomincia ad essere buona? Quando è capace di mandare messaggi incoraggianti, per esempio con il sorriso. Il sorriso è poca cosa, ma se è vero apre il cuore, conquista, convince.
Mandi messaggi incoraggianti? Sei una persona cordiale? Se non mandi messaggi incoraggianti o ti consideri già buono perché non mandi messaggi negativi, te ne stai tranquillo per i fatti tuoi. Non basta starsene per i fatti propri: manda messaggi incoraggianti, non sorridere solo quando sei di fronte ad una persona che ti va bene, a cui vuoi bene o a cui vuoi piacere.
È solo un messaggio, non è neanche una parola. Eppure la bontà si capisce da questo punto. Fatevi dire che siete buoni così.

1.1.2)    nel compiere gesti miglioranti
È importante compiere dei gesti che sanno migliorare la condizione dell’altro, anche se possono sembrare banali. Una persona viene a parlarti, l’ascolti, sei in piedi davanti a lei; invitala a sedersi. Non è un gesto di buona educazione, la metti di più a suo agio. Anche questo è stile per vivere.
Non aspettare che gli altri lo facciano a te. La bontà che apre, che è la chiave del cuore dell’altro, prende la sua iniziativa.

1.1.3)    nel donare cose non aspettate
Mano che porge un fioreSei capace a donare delle cose che gli altri non aspettano? Non è una questione di regali, ma di sorprendere l’altro con un gesto buono, piccolo semplice, come ad esempio una parola. Dal punto di vista di Dio, il suo è un dono continuo: apri la Parola e lo Spirito ti illumina, vai all’eucaristia e il Signore è il tuo pane, incontri cioè una persona che ti vuole bene.
Bisogna saper donare, a chi non le aspetta, quelle cose che non aspetta. Non oso ancora dire di donare noi stessi totalmente, anche se questo è il segreto, ma questi segni diamoli, non passiamo giornata senza aver donato a qualcuno qualcosa che non aspettava. E ancora una volta incominciamo dalla apparente banalità della vita giornaliera.

1.1.4)    nel condividere vita non tua
Poi la bontà attiva diventa più audace con il condividere una vita che non è nostra. Facciamo l’esempio dell’ascolto, una grande arte perché è difficile. L’ascolto è sempre permettere all’altro di uscire dal suo segreto, dal suo buio e, non raramente, dalla sua angoscia; chi chiede di farsi ascoltare non cerca risposte, ma cerca chi non si stufa di lui, chi non lo restituisce alla sua solitudine, cerca quell’altro che ha fatta propria, nel poco o nel tanto, la sua vita.
Chi vive per gli altri sa bene cosa vuol dire condividere una vita che non è la sua. Se pensassi solo alle mie cose, tutte doverose e legittime, quanta vita degli altri lascerei fuori dalla mia? La sua vita non è mia, perché me ne dovrei preoccupare io? Invece quando spezziamo questo apparente perbenismo, cominciamo a capire che la vita nostra è degli altri e che la vita degli altri è nostra. Cominciamo a capire il vangelo.

1.1.5)    nel testimoniare che non dimentichiamo più
Inoltre bontà è anche dare testimonianza che nel cuore abbiamo memoria: non dimentichiamo più. È bella la bontà quando non dimentica più e ne dà prova. Anna Stevani, L’incontroSpesso si vede come una persona che viene a ritrovarvi dopo tanto tempo è stupita e felice se si accorge che non l’hai dimenticata. Tutti vogliamo avere un posto nel cuore dell’altro, vogliamo essere ricordati, ed è una cosa giusta.
Cosa ci dice Dio? Non mi dimenticherò mai di te, quand’anche tua madre si dimenticasse, io di te non mi dimenticherò mai.

E poi c’è la bontà passiva. Cosa vuol dire?

1.2)   quando c’è la bontà? Quando sei passivo

1.2.1)    nell’aprirti alle ferite
Io so già che tu mi farai soffrire; pur mettendocela tutta, il mio a tu per tu mi procurerà ferite che non avrei avuto fossi stato chiuso in me stesso. Mi apro alle ferite che tu mi procurerai. Lo fai apposta? No, è per come sei fatto tu. Basta che io sia un po’ più sensibile e tu un po’ meno, so già che mi ferirai molte volte. Non mi chiudo, accetto.
Il nostro è un Dio che ha accettato di essere capace di tutti i dolori. L’istinto è di difendersi, ancor più se l’altro lo fa apposta. Gesù non si è mai difeso da nessuna ferita.

1.2.2)    “nel consegnarti all’ascolto
Lucia Merli, Le amicheAscoltare è una cosa, ma consegnarsi all’ascolto, diventare eco dell’altro, è un grande annullamento, perché allora non si è più noi stessi, ma lo specchio in cui l’altro si ritrova, uno specchio però vivo: è la comprensione. Questa è passività. Vorrei dire tra me che è tanto che parli, che ti subisco, invece non lo dico, ti prendo come sei e ti abbraccio mentre mi pesi addosso. Questo è amore di vangelo, umanamente non è tanto possibile, però evangelicamente è vero ed è possibile.

1.2.3)    “nel lasciarti adoperare
Altra cosa che tocca la nostra dignità e quindi ci umilia è lasciarsi adoperare dagli altri, ben inteso nell’etica giusta: non siamo infatti strumenti che si lasciano adoperare per far del male al prossimo. Ma c’è un ampio spazio di vita in cui senti la fatica che l’altro ti usi: ha bisogno di te, ti cerca e ti insegue, non ha più bisogno di te, sei scomparso. Questo è umiliante perché non è giusto, ma noi non dobbiamo guardare se è giusto, altrimenti non crederemmo in uno che è il Crocifisso. Lasciati adoperare. È una fatica di ogni giorno, ma è una bella fatica.

1.2.4)    nel perdere
Impara a perdere. Non siamo fatti per perdere, siamo destinati alla gloria: il vangelo dice che staremo seduti sol trono a giudicare le dodici tribù di Israele.
Perdere vuol dire tante cose: sappi perdere te stesso, la ragione che avresti… Le possibilità sono molte. Quando ti senti sconfitto, ma per amore, perché hai ceduto, perché hai lasciato la tunica e poi il mantello e poi hai ancora offerto l’altra guancia, questo è la bontà, e Dio ai cristiani fa fare questa prova. L’ha fatta lui per primo. Se non si passa per questi collaudi non siamo sicuri di essere buoni. Sappiamo perdere, perché qui la sfida è grossa e tutto il nostro io insorge, si ribella, soprattutto se è ingiusto quello che stiamo subendo, ed allora qualcosa di noi proprio non resiste. È logico che sia così, e solo la grazia di Cristo crocifisso riesce a tenerci piegati nell’accoglienza di una cosa di questo genere e diventiamo cristiani sul serio.

1.2.5)    nel diventare un danneggiato
Sappi diventare un danneggiato. Veronica Canzanella, CrocifissioneGesù Cristo danneggiato fino alla croce è una bontà passiva: la gente del potere e del denaro ci dice che siamo poveri vermi se vogliamo salvare il mondo con la croce, che non ci accorgiamo quando ci mettono i piedi sulla testa. Umanamente parlando è vero, ma siccome ho Dio come modello e ci credo, mi lascio anche danneggiare per amore. Tu capirai un giorno che ho dato vita proprio a te che mi danneggiavi, lo capirai perché poi Dio ti illuminerà, perché fa parte di una economia di salvezza molto grande.


2)   conclusione

Da questi grandi temi emerge un cristianesimo molto maturo, un a tu per tu con Dio e con gli altri, un sapersi inginocchiare davanti a Dio e al prossimo, avere la bontà come stile. Non scoraggiamoci se possiamo ancora trovarci un po’ barbari rispetto a queste cose. Non scoraggiamoci perché in noi abbiamo lo Spirito di Dio e pertanto andiamo avanti, ci sforziamo, ci crediamo e ci speriamo.
Questo è il miracolo nuovo, perché se le generazioni impareranno che questa è la strada giusta, la famosa civiltà dell’amore procederà, verrà fuori. È l’unica speranza del tempo che abbiamo davanti a noi. Già c’è e il Sermig ne è protagonista.

Giuseppe Pollano
tratto da un incontro all’Arsenale della Pace
testo non rivisto dall'autore