Sermig

Sogno che fra cent’anni - La regola del Sermig (10/28)

Fraternità nella Chiesa e Fraternità della Speranza (2/2) - di Giuseppe Pollano - La fraternità continua ad essere viva se non cessa di sentire il Signore presente, di tendere a lui concretamente e a vigilare perché Gesù continui ad alimentarla.

 

3)   la presenza: una domanda a noi tutti

Dopo esserci soffermati sul termine fraternità, sulla sua urgenza come medicina e come esperienza, sullinvito a far vedere come si può vivere in modo diverso e a regalare la nuova cultura della fraternità, prendiamo in esame laltra parola che troviamo nella prima frase del capitolo sulla fraternità: presenza.
Che cosa è la presenza? Vediamone alcuni aspetti.

3.1)   aperti e rivolti agli altri

Per essere presenti non basta volerci tutti molto bene, essere molto amici e cordiali, avere il cuore aperto; la presenza è soprattutto il dono del vivere rivolti allaltro, dellessere aperti allaltro, chiunque e comunque sia. Infatti basta rifarsi al comportamento del Verbo di Dio. La Santissima Trinità In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio. Egli era, in principio presso Dio (Gv 1,1-2): presso non indica una situazione fisica e di staticità, ma un movimento, unapertura al Padre: scopriamo che Dio è un Dio aperto a Dio e che si costruisce per amore. Io, che gli somiglio, ho bisogno quindi di essere aperto e rivolto allaltro per vivere pienamente. Ma cè da notare che se mi rivolgo genericamente a tutti, mi rivolgo in pratica a nessuno, perché non cè un tu; che se mi rivolgo proprio a qualcuno è perché lo voglio fare e tale atteggiamento diventa importante, forte, essenziale, sacro anche se laltro non è Dio. Rivolgersi ad una persona è perciò aprirsi a lei, offrirsi.
Quando in un ambiente di fraternità cè un alto tasso di una tale presenza, cioè senza sforzo si percepisce che laltro è aperto a te e tutti si è così, il livello di vita è alto, quasi ideale.
È possibile vivere questo tipo di presenza? Non è un caso che nella regola sia saggiamente detto che questa presenza è a volte difficile, faticosa, al limite dellimpossibile. Essere rivolti ad una persona che ti odia, che è sgradevole, che non è affatto rivolta a te, che ti guarda con astio, umanamente parlando è distruttivo. Invece no: ci viene in soccorso quel Gesù che nel Getzemani continua a essere rivolto a Giuda (Lc 22,48): Giuda, con un bacio tradisci il Figlio delluomo?. Non è una frase di circostanza, questo modo di rivolgersi allamico che lo tradiva è veramente divino, non è umanamente facile. Anche se non sempre siamo in grado di assumere un tale atteggiamento, però deve essere latteggiamento di fondo.

3.2)   di fronte alle diversità e alle difficoltà

Sulla presenza bisogna continuamente esercitarsi per non correre il rischio di creare isole di presenza più belle, perché la fraternità si spezza quando diventa un arcipelago di gruppi. Quante volte la Chiesa ha subito questa lacerazione! Cè in effetti il rischio di tornare a vivere tra persone simpatiche o di tornare a vivere tra noi credenti, escludendo gli altri.
Il tema della diversità razziale, culturale, religiosa oggi è una sfida che Dio ci pone. Anche qui Gesù è stato di un coraggio esemplare. Di fronte alla fierezza dei giudei di essere tali, Gesù ha privilegiato il modello del samaritano, non per innescare una profonda ira, ma perché capissero. Gesù è morto in croce tra due malfattori. È quindi veramente necessario esercitarsi di continuo a vivere la fraternità aperta perché si possa accettare senza enfasi la fatica di vincere la tentazione  che cè e di cui non dobbiamo avere paura  di tirarsi indietro di fronte alle diversità o a facce brutte: questa è la fatica dellamore.
Presenza vuol dire continuare ad amare anche di fronte allaltro che è diverso.

3.3)   valutazione del confronto tra Gv 1,1-2 e Fil 2,5-6

Il Verbo è rivolto al Padre in maniera perfetta, cè una identità di amore. Anastasia Kurakina, nativitàMa il Verbo non si è tenuta quella felicità, è venuto tra noi diventando uomo, accettando lenorme sfida della diversità che, di fatto, lavrebbe portato alla croce, perché lui aveva accettato tutti, ma tutti non hanno accettato lui perché troppo diverso da loro. Eppure Gesù è venuto perché tutti si vivesse in una identità di amore, è venuto per creare il modello della fraternità.
Gesù ha reso possibile a noi la fraternità infondendoci lo Spirito, che ama, è gioioso, porta pazienza, vuole il bene dellaltro, è buono, è fedele, usa mitezza, domina ogni passione (Gal 5,22).


4)   la fraternità si trova vivente
      per mezzo di Gesù, con Gesù, in Gesù


Lessere fratelli ha un segreto, che troviamo sviluppato nelle pagine della regola che stiamo esaminando, caratterizzate da una idea unica: per essere davvero fraternità in mezzo al mare di realtà diverse che ci strapperebbero via, non basta guardarci in faccia tra noi: occorre guardare Dio. Solo allora restiamo una sola cosa con tutte le nostre pluralità perché ci incontriamo in lui, abbiamo il cuore abitato da lui, sottomettiamo la nostra vita a Dio, seguiamo Gesù. Se invece incominciamo a guardarci gli uni gli altri senza guardate tutti Dio, nascono le antipatie o le simpatie e tutto si affloscia.

4.1)   la consacrazione, segreto per una fraternità matura e duratura

Ogni allentamento di questa tensione cristocentrica è patologia e poi morte della fraternità, che rimane struttura funzionante, ma prima o poi si frantuma.
Perciò la condizione per una fraternità matura in sé e duratura nel tempo è lo stato di consacrazione (= vita dominata dalla tensione escatologica, Gesù amato, sperato, voluto insieme).
Se tanti gruppi partiti nella Chiesa come fraternità si sono miseramente divisi e perfino entrati in conflitto, è perché hanno cessato di guardare il Signore. Niente di più triste di una eucaristia vissuta insieme solo come un rito, perché, subito dopo, si ritorna alle piccole gelosie, ostilità, insofferenze, cioè quegli atteggiamenti che immiseriscono in modo terribile la vita cristiana.
Quando in una fraternità incomincia a insinuarsi qualcosa di diverso, bisogna non soltanto cercare di mettersi daccordo, ma andare a verificare il rapporto con Dio: sicuramente è questo che è diventato anemico, per cui non basteranno le riconciliazioni ed i perdoni; non basta niente a livello orizzontale. Bisogna di nuovo guardare insieme Gesù fino al momento in cui il suo Spirito ci rifà amici, perché è lui che ci fa amici, non noi.

4.2)   vigilanza continua di sé

La vita di fraternità esige perciò una continua vigilanza. Nella regola si parla di diverse condizioni umane (matrimonio, speciale consacrazione) e poi di povertà, castità, obbedienza. Si parla insomma della sequela di Cristo. E tutto questo non illudiamoci di poterlo fare se Gesù non è il modello. Bastasse fare i voti di povertà, castità, ubbidienza e magari osservarli! Ma se non li ispiri a Gesù ti sei strutturato in una virtù, ma non è questo che vuole Gesù. Se sei povero è perché Gesù era povero, se sei casto è perché Gesù era vergine. Non lo fai per altro, non sono valori universali e assoluti, lo fai perché lui era così, e questo ti alimenta giorno per giorno.
Se Gesù non ti alimenta diventi una cosa che non entusiasma nessuno, ma se lo fai per lui riuscirai sempre a toccare dei cuori, perché capiranno che tu hai dentro un amore e che sei così perché stai guardando Qualcuno. E scopriranno il personaggio importante ed invisibile che ti sta facendo essere in quel modo che turba il mondo.
Mano che porge una margheritaCiascuno di noi è capace di far incontrare Dio in ogni momento con un comportamento buono, modesto, nascosto. Apparentemente sembra un modo per non farlo incontrare; invece no, perché non abbiamo bisogno di clamori, manifesti, propaganda, ostentazione. Basta essere nella semplicità e tanta povera gente, che ha soltanto bisogno di incontrare testimoni, si trova con te ed è catturata da Dio.
Alla base di tutto questo cè prima di tutto una fraternità dove gli sguardi di tutti si incontrano in Dio e poi una presenza che rimane aperta, evitando accuratamente le strutture fredde.

Queste pagine della regola sono rilevanti perché tratteggiano, in qualche maniera, quella che dovrebbe essere la società. Daccordo, la fraternità non è propriamente una società perché è più semplice, ma riferendosi alla civiltà dellamore si pensa proprio ad una realtà che riesce a mettere insieme la società complicata e strutturata con unanima tale che ci si senta dentro rivolti agli altri.
Anche in questo caso domandiamoci se è possibile. Se dovessimo dire che non lo è, dovremmo allora affermare che lincarnazione di Dio è un fallimento, che serve solo per la religione, ma non per la storia umana. Guai se pensassimo così, non saremmo più credenti. Gesù si è infilato nella storia umana con la pretesa divina che una societas (da socius = siamo solo soci) diventi una fraternitas. Questa è la sfida storica a cui siamo chiamati.
Diventa perciò essenziale porre delle premesse, dare degli esempi, creare una cultura pensando in grande questo modo di vivere insieme, sviluppando idee e interessi. Tutto quello che ne deriva diventa un modello da applicare e verificare come funziona: creo così un pezzo di società nuova, cioè fraterna.
Il Papa daltronde ci ha chiesto di inventare per il millennio una società nuova non dando affatto per scontato  labbiamo fatto troppo anche noi cristiani  che questa società in cui viviamo sia quella che va bene: se non cè dentro fraternità, non va bene!
Queste pagine allora siano anche di stimolo per inventare modelli: piano piano, poco per volta, trasformeremo la societas in fraternitas.

Giuseppe Pollano
tratto da un incontro allArsenale della Pace
testo non rivisto dall'autore