Sermig

Sogno che fra cent’anni - La regola del Sermig (7/28)

Il dono della speranza (1/2) - di Giuseppe Pollano - La domanda di fondo della vita, a cominciare da quando si ragiona e si inizia a diventare più riflessivi sulle cose, è che cosa possiamo sperare e da chi.

 

Icona della Santissima Trinità Il dono particolare che il Signore ci ha fatto, essere speranza per gli uomini del nostro tempo, si radica in noi nella misura in cui ci svuotiamo di noi stessi e ci riempiamo della presenza di Dio: il Padre che ci ama costantemente, il Figlio che ci comunica la sua Parola, lo Spirito Santo che ci sospinge verso strade e fatti nuovi.
Comunichiamo speranza, aiutiamo l'uomo del nostro tempo a tirar fuori la speranza assopita, se ci riconosciamo abitati da Dio, liberi da ogni spirito di giudizio, da ogni rancore, da ogni rivalità, se impariamo a vivere secondo le beatitudini evangeliche: puri di cuore, miti, poveri, pacificati e pacificatori.

1)   La speranza è punto centrale della nostra vita

La speranza è un punto centrale della vita perché l'uomo è l'unico vivente che sia capace di dire domani, ma, pur essendo capace di pensare il futuro, non è in grado di dominarlo come vorrebbe. Il domani diventa subito una ragione di incertezza. Immaginiamo il domani, abbiamo il senso del futuro, vorremmo che in questo futuro ci fosse nient'altro che del bene, ed è giusto questo, però non siamo affatto sicuri che accada. Ne derivano sentimenti che dominano molto l'uomo.
La nostra epoca è abbastanza segnata da inquietudine, trepidazione, ansia, paura, angoscia. Susan Lordi, Heart of GoldUna delle frasi più emblematiche di questa pagina della regola è sicuramente essere speranza per gli uomini.
Parlare allora del dono della speranza  espressione molto giusta  significa anche che siamo chiamati a ravvivarla e a diventare sempre più capaci di testimoniarla.
Sotto questo profilo il carisma del Sermig molto aperto alla speranza è attuale e significativo.


2)   La domanda di fondo: che cosa possiamo sperare? e da chi?

Fin che si è molto piccoli si spera tutto dai propri genitori; più che di speranza, in questo caso, si può parlare di fiducia assoluta. Poi a poco a poco prendiamo coscienza che i genitori non sono onnipotenti, che la vita non è solo incanto. Sorge allora il bisogno di mettere a fuoco la speranza e capire che cosa possiamo sperare, il che comporta di cominciare a fare una distinzione un po dolorosa: staccare la speranza da quei sogni a occhi aperti che avevano aiutato e aiutano a sbocciare alla vita. Anche l'incontro con gli altri spesso è un po sognato, idealizzato, come è sognato l'incontro tra due ragazzi che si innamorano. Riuscire a ritagliare nella figura ideale quella che è la figura reale è un lavoro faticoso che può essere lungo, eppure è un lavoro che bisogna avere il coraggio di fare, perché non si può vivere sognando.

Diventa allora fondamentale domandarmi, ad esempio nel caso dell'incontro, che cosa posso sperare da quella persona rispetto a quello che io spererei, rispetto a quell'aureola ideale con cui l'ho avvolta. La stessa domanda devo pormela di fronte ad altre speranze, come quella di andare avanti nello studio, nel diploma, nel lavoro, etc. Ogni dimensione della vita, la più privata come la più ampia, porta sempre di nuovo quella domanda di speranza.               
Aula del Senato a Palazzo MadamaPossiamo sperare nei nostri uomini politici? Che cosa possiamo sperare da loro?
Questa domanda di fondo è assolutamente necessaria, perché se dovessimo decidere lucidamente non in un momento di angoscia  che non si ha più niente da sperare ci troveremmo in uno stato di morte psicologica. Questa specie di suicidio psichico qualche volta diventa anche fisico, perché non è sostenibile vivere lucidamente la situazione di non sperare.
Tutti sappiamo, specie se ci ritroviamo in uno stato di depressione, come sia faticoso vivere giornate sempre uguali, senza prospettive. Abbiamo bisogno di dire che il domani cè e che sarà anche migliore di oggi.
Dunque, la domanda di fondo che ci poniamo dalletà della ragione è Che cosa possiamo sperare e da chi? E la nostra azione base nella vita sta nel pensare, coltivare e realizzare delle speranze, mentre dire non ho più niente da sperare è un suicidio psichico.


3)   La risposta alla domanda di fondo

Alla domanda di fondo che cosa posso sperare e da chi? Per noi cristiani cè una sola risposta. Il nostro fine è Dio, la nostra fede e la nostra speranza sono fisse in lui (1Pt 1,21). La risposta viene da lui e scende dall'alto: tu spererai in me, non saranno delusi quanti sperano in me (Is 49,23). Questo non significa che nella vita non si debbano avere altre speranze, ma la speranza si radica in Dio.
Elayne La Porta, Il sacrificio di Isacco
La cultura di oggi ha rinunciato a tale risposta assoluta, sostituendola con una enorme quantità di risposte relative, che pertanto si equivalgono davvero. Questo crea la cosiddetta esistenza inautentica, espressione forgiata da un filosofo non credente. Inautentico sottintende che non è stato trovato il nocciolo della verità, che la verità è sfuggita, che si vive un'esistenza fatta di speranze insufficienti.

Quando uno vive di speranze insufficienti i casi sono due: o non se ne accorge e vive allora unesistenza inconscia, cioè vive di quel che ha e non si fa altri problemi, o si rende conto che vive unesistenza che non basta, che è insufficiente, e allora, poiché deve vivere con quello che ha raccolto, ha a sua volta due possibilità: o assolutizza le speranze insufficienti o le riconosce deludenti.
Il primo caso  assolutizzare le risposte che sono relative  è la presunzione, il peccato contro la virtù teologale della speranza: io non ho bisogno di sperare in nulla di più perché ho già e sono in grado di soddisfare da me la speranza. Il presuntuoso non è chi si dà delle arie, è chi imposta la propria vita con la sicurezza di farcela. Ricordiamo cosa dice Gesù a questo proposito Guai a chi è sazio Lc 6,25, a chi dice che ha tutto o che può procurarsi tutto. Nel linguaggio di tutti i giorni la presunzione si presenta attraverso frasi di questo tipo: io sono felice così, mi basta che ... e non chiedo altro alla vita. Il guaio è che anche dei cristiani ragionano così, e quindi testimoniano che non hanno bisogno di sperare in Dio, perché sperano in altro e si dispereranno se non accade.
Infatti cè il versante simmetrico, non di chi presume o si illude, ma di chi riconosce che le speranze umane, per tanto che siano grandi, sono deludenti. Ci troviamo nel secondo caso, di fronte allaltro peccato contro la speranza, la de-speratio, che non è la disperazione emotiva (mi sento disperato), ma quella lucida, fredda, filosofica, e allora, come è stato detto, la vita è un fosso di fango. Anche questo secondo caso diventa un traguardo che il cristiano è tentato di raggiungere.

Il cristiano non è né un presuntuoso né un disperato. Vive il dramma della vita, sa che si può sperare in tante cose, essere soddisfatti o delusi e quindi soffrire, però non ritiene che con tali speranze abbia toccato il cielo o linferno con il dito. Il cristiano non ha mai giocato tutto su di esse. Non è dunque cristiano vivere di speranze terrene, sane e legittime, come se rivelassero il senso della vita.
Cosa cerchi nelle speranze terrene sane e legittime? La salute, la pace, la famiglia, l'amore, il lavoro, un po di benessere, le semplici gioie  come direbbe la liturgia  che Dio può darmi in questo mondo e che mi fan capire che è buono; cerco la mia vita, insomma, perché sono in questo mondo.
Gregorio Marinaro, LazzaroSe cercassi nelle gioie semplici e buone, nelle speranze umane, il senso della mia vita, il fondamento su cui poggiare tutto, sicuramente starei facendo un enorme errore. Questa è una cosa facile a dirsi, ma non vissuta a livello immediato. Infatti come non si fa a non sentire che abbiamo toccato il cielo con un dito quando facciamo una grande esperienza di amore, di innamoramento, di successo, di servizio: il Signore, che sa come siamo fatti, ci compatisce e ci aiuta a capire, piano piano, l'illusione in cui si era caduti. È un cammino di crescita. È vero che la speranza è stata infusa in noi con il battesimo, ma prima di riuscire a viverla in pieno ci vuole del tempo.

Il cristiano sa benissimo che la speranza è Dio, che le speranze terrene non possono rivelare il senso della vita, perché il senso della vita sta solo in Dio e nel vangelo.
È importante che padri e madri cristiane sappiano tirar su figli ben equilibrati in fatto di speranza. È un grosso problema pedagogico, che anche a livello ecclesiale è stato trascurato. Non sembra infatti che la Chiesa oggi educhi i cristiani alla speranza in Dio, alla forte speranza che è poi quella delle beatitudini. Cè limpressione che vada alla deriva su molte speranze umane. Un segno? Oggi la Chiesa è aperta alla età che avanza, continua a dire che la vecchiaia è molto bella, che è come se si fosse in una nuova primavera, e questo è vero, ma fa pochissimo il discorso della morte, che pure si avvicina. È come se parlare della morte fosse pur sempre un tabù.
Cè molta preghiera da fare e una cultura da promuovere. Il Sermig, molto aperto dal punto di vista culturale, deve saper proporre la cultura della speranza in maniera alta, a livello di quello che è un bisogno ecclesiale.

Giuseppe Pollano
tratto da un incontro allArsenale della Pace
testo non rivisto dall'autore