Sermig

Sogno che fra cent’anni - La regola del Sermig (6/28)

La preghiera, realtà della presenza (2/2) - di Giuseppe Pollano - Per vivere questa pagina è necessario recuperare il senso delladorazione e uno stile di vita orientato a Dio.

 

Mani di donna che reggono il Rosario La nostra vita ha preso la strada del Signore quando abbiamo incontrato la preghiera e per prima cosa abbiamo capito che non sapevamo pregare.
Da quel momento abbiamo desiderato con tutto il nostro cuore, con tutta la nostra mente, con tutte le nostre forze, imparare a pregare e la bontà del Signore ci è venuta incontro.
Pregare è restituire il tempo a Dio, desiderare che Lui abiti il nostro cuore, pensare e volere ciò che a Lui piace.
Ci nutriamo ogni giorno della sua Parola e la portiamo sempre con noi. L' Eucaristia ci dà la grazia di cibarci di Gesù. La Liturgia delle Ore ci immerge pienamente nella comunione dei santi. Il Rosario è il nostro affidarci a Maria, alla sua tenerezza, alla sua maternità.
Ravviviamo così in noi la presenza di Dio Padre, Figlio e Spirito Santo.
Lo guardiamo e ci sentiamo guardati da Lui.
Maciniamo continuamente la sua lode: Sei buono Signore, usami, aiutami, misericordia, misericordia.
Così la nostra giornata è segnata dalle ore di preghiera che si intrecciano con la vita: pregare e agire, pregare e amare, pregare e tacere, pregare e operare, pregare e ascoltare.
Altre presenze ci aiutano a tenere viva la preghiera: quella degli angeli, dei santi protettori, di tanti buoni che in terra e in cielo continuano a pregare con noi e per noi .

3)   L' inculturazione: i punti critici da affrontare

Qualsiasi indicazione che ha un valore universale va inculturata, cioè si deve adattare alle abitudini di vita e, a sua volta, vuole adattare a sé la vita di chi ne viene interpellato.
Nella nostra civiltà europea, inculturare una pagina così è tuttaltro che semplice, soprattutto per due ragioni critiche e profonde che, volenti o nolenti, ci condizionano tutti e che vanno affrontate per costruire la torre della Preghiera, realtà della Presenza.

3.1)   La nostra civiltà ha perso il senso dell' adorazione

Questo è un colpo mortale, perché l' adorazione non è una maniera di pregare, è molto di più, è un rapporto ontologico che riguarda la realtà, l' essere di Dio e il mio essere. Se fossimo alla pari, non si parlerebbe di adorazione, ma di rispetto e dignità. Raffigurazione delle mani di Dio che creano la terraCon Dio non siamo alla pari, lui è tutto e noi siamo nulla, come ci insegnano le grandi intuizioni filosofiche e mistiche. Se saltiamo questo rapporto di fondo perdiamo la dimensione giusta.

3.1.1)  I perché
Innanzi tutto abbiamo svuotato il senso di essere creatura (1 Cor 4,7). A livello teorico non neghiamo che Dio è il creatore, ma nella pratica non ne teniamo conto: ad esempio se appena cè qualcosa che non va mi dimentico che Dio è il mio creatore e mi arrabbio con lui.
La nostra società è talmente lontana dal senso della creaturalità che non respinge neanche più Dio perché, semplicemente, l' ha dimenticato. Paolo ci ricorda che abbiamo ricevuto tutto da Dio, e per questo non possiamo vantarci di noi stessi.
Contemporaneamente abbiamo gonfiato il fatto che noi stessi siamo creatori (Gen 11,4). Non cè dubbio che siamo creatori perché, simili a Dio, siamo capaci di grandi cose, ma abbiamo dimenticato che la nostra possibilità di essere creatori è un dono di Dio e abbiamo sostituito la gratitudine per questo dono con la presunzione. Il racconto della torre di Babele è emblematico.
Quando luomo stacca il sentirsi, per le sue scoperte e realizzazioni, creatore dal sentirsi creatura, si inebria e perde la capacità di prostrarsi davanti a Dio, uno dei gesti essenziali dei monaci che riconoscevano, fronte a terra, che erano niente.

3.1.2)   Riconquistare la capacità di prostrarsi a Dio
Il sentirsi creatori senza Dio conduce al dramma di oggi: l' uomo non si è dimenticato della sua finitezza, anzi si dispera di fronte al suo nulla. Allievi dell'Associazione Culturale Genesi, PreghieraTi senti nulla? Inginocchiati davanti a Dio, perché il tutto è lui, non noi. Adora, trai dalla tua esperienza esistenziale che il tutto c'è e che se Dio ti fa sentire il tuo nulla è perché tu impari a dire: Tu sei il mio tutto!. Allora ti prostrerai nel cuore, sentirai il bisogno di sprofondarti davanti a Dio. Recupera il grande gesto spirituale della prostrazione totale: Gesù è venuto a cercare adoratori del Padre e lui stesso adorava il Padre.
Se perdiamo questa dimensione, noi stiamo sempre in piedi. Ha detto una mistica che non si è indurito solo il cuore dei cristiani, ma anche le ginocchia: non sanno più piegarsi.
Nella vita io sono tutti i miei ruoli, ma davanti a Te, o mio Dio, cancello tutto, tengo solo il verbo sono, poi ti guardo e dico: anche Tu sei e, a questo punto, mi inginocchio, perché ho incontrato Te, essere assoluto.
Prendiamo il vangelo e impariamo ad adorare, a capire la carenza enorme della nostra cultura, a vivere noi la prostrazione profonda, il gusto di stare davanti a Dio perché è lui Dio, a comunicarlo agli altri. Anche questa è evangelizzazione, perché la povertà delluomo di oggi è il non sapersi prostrare davanti a Dio. Uno può essere un grande personaggio, ma se non sa inginocchiarsi davanti a Dio è una povera creatura.

3.2 )   Il nostro stile di vita è dis-ordinato e in-disciplinato rispetto al fine

L' altro aspetto critico è che il nostro stile di vita per natura sua è disordinato e perciò indisciplinato rispetto al fine delluomo che è Dio. Non cè dubbio che la nostra vita è abbastanza strutturata e disciplinata da regole, ma a un fine diverso da Dio.

3.2.1)    Il fine
Il fine è ciò per cui si intende vivere e senza il quale non cè senso. Pertanto per perseguirlo è indispensabile organizzarsi attraverso lordine e la disciplina.

3.2.2)    L'ordine
Quando non si sa come raggiungere il fine o utilizzare le risorse a disposizione, si è nei guai. L' ordine allora è la nozione fondamentale perché permette di organizzare tutto al fine da perseguire, tanto è vero che la creazione è intesa come lopera di Dio che mette in ordine un caos (cfr Isaia la città del caos Is 24,10).
Voglio Te, o Signore, e allora mi organizzo.
La nostra civiltà non ci aiuta. Ad esempio, dove trovo il tempo di pregare? Al mattino ci si alza già stanchi, poi si hanno mille cose da fare, non ci si può permettere dieci minuti di scarto. Non possiamo rinunciare a Dio perché la società non ci favorisce, non possiamo perdere di vista il vero fine. Non dobbiamo rassegnarci, perché Dio non si fa vincere da una cultura non tesa a lui. Lo Spirito ci aiuta a organizzarci, qualche buon consiglio ci sostiene, quindi non siamo soli e buttati allo sbando, e nello stesso tempo sappiamo che avere la vita regolata al fine, che è Dio, è una conquista.

3.2.3)    La disciplina
Sbadiglio di una donnaLa disciplina è mettere la razionalità nelle cose, non lasciarsi guidare dagli istinti, dalle paure, dalle attrazioni, che, invece, caratterizzano una vita in-disciplinata.
La vita è intrisa di indisciplina. Ad esempio: uno non riesce a pregare al mattino, perché si alza ma ha ancora gli occhi gonfi. Ma a che ora è andato a dormire? Se uno non dorme un certo numero di ore, è normale che si sfasi.
La nostra vita deve dipanarsi attraverso il filo di una regola interiore molto esigente, dobbiamo essere razionali, dobbiamo conoscerci, sapere ciò che ci serve, ad esempio quanto il nostro fisico necessita di dormire, e la scienza ci aiuta in questo e dobbiamo sfruttarla.
La disciplina, che è così ferrea in senso oggettivo, in realtà non cè nella nostra cultura, perché questa ci dà una infinità di input, ci emoziona, ci eccita, ci attira. Cè una in-disciplina e, se non ci diamo un ordine, siamo vittime di un sistema che lentamente ci straccia e ci sfasa.


4)   Conclusione

È importante fare molta attenzione per imparare a decodificare la realtà in cui viviamo e così imparare a capirla meglio, a mettere a fuoco il modo di vivere in essa la nostra vita. Ci accorgeremo allora che tutto è possibile e che questa pagina può diventare vera, anzi è vera, perché, non dimentichiamolo, è stata scritta da chi in questa cultura ci sta dentro, non da uno che è venuto da fuori del mondo.

Giuseppe Pollano
tratto da un incontro allArsenale della Pace
testo non rivisto dall'autore