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L’uomo e lo spazio: la sfida infinita / 2

Dopo la Conquista della Luna: ineluttabile tramonto di un’era

di Alessandro Moroni


Quando Neil Armstrong posò per primo il piede sulla Luna il 21 luglio 1969
, l’ultima cosa che avrebbe pensato era che sarebbe vissuto abbastanza da vedere un congruo numero di persone dubitare seriamente della sua impresa. Questo poteva sembrare impossibile a quell’epoca, allorché la familiarità con la Luna derivante dagli sbarchi, che nel corso dei 2-3 anni successivi divennero frequenti, poteva far pensare che presto ci saremmo andati con l’equivalente spaziale di un taxi. Come sappiamo, non fu così: il programma Apollo fu cancellato nel 1972, l’ultima missione fu quella dell’Apollo 17 e da allora più nessuno mise piede sul nostro satellite.
Decisamente, i tempi stavano cambiando: la rinascita del sogno americano degli anni ’60 era stata brutalmente strozzata nella culla e seppellita con i corpi di John e Bob Kennedy, e di Martin Luther King, con il tragico controcanto degli orrori del Vietnam e della contestazione giovanile che chiusero quel decennio di grandi speranze e atroci delusioni. Non c’era più spazio ideale per progetti dispendiosissimi senza esiti concreti, a parte i sassi appartenenti al suolo lunare riportati a casa da Armstrong & co.
Niente di strano, quindi, che nel clima cinico e disilluso che ha progressivamente segnato gli ultimi decenni trovasse spazio persino l’ipotesi tale per cui lo sbarco sulla Luna sia stato la bufala del secolo, orchestrata dalla Nasa in combutta con il bieco potere a stelle e strisce. A sostegno di questa teoria vi sarebbero varie incongruenze a livello del materiale fotografico riportato dagli astronauti, oltre alla considerazione generica tale per cui non sarebbe verosimile l’accelerazione tecnologica che avrebbe permesso all’uomo, che nel 1957 era a stento in grado di mettere un razzo in orbita intorno alla Terra, di calpestare il suolo lunare solo 12 anni dopo.

Nella realtà, l’esperienza insegna che simili “accelerazioni” sono possibili eccome, quando le motivazioni alla base di un progetto conferiscono la giusta spinta, sia in termini concreti di budget a disposizione, sia ideali: l’esempio del Progetto Manhattan, che nel giro di 7-8 anni mise a disposizione dell’arsenale americano l’arma atomica partendo da nulla più che un modello teorico, è significativo. Senza contare che proprio la logica dell’evidenza crea più problemi all’ipotesi della bufala lunare di quanti la stessa non ne ponga, per cui è sensato affermare che certi scenari fantasiosi si giustificano solo alla luce del complottismo che a tutti i livelli è andato affermandosi, a rimorchio del cinismo imperante e dalla generale scomparsa di credibilità di tutto ciò che è istituzionale.
Tramontata l’epoca della Corsa alla Luna, l’attenzione di entrambe le Superpotenze si concentrò sulle Stazioni Spaziali. Anche qui il padre della missilistica moderna, Verner Von Braun, ebbe il modo di dire la sua: il primo progetto concreto, risalente agli anni ’50, si basava su una stazione orbitante a forma di ruota. Il campo magnetico derivante dalla rotazione crea una gravità artificiale all’ interno, tale da rendere l’ambiente abitabile a un numero di astronauti residenti. L’idea fu ripresa dal famoso film di Kubrick 2001 Odissea nello Spazio (1969), che sviluppa genialmente tutte le cognizioni in voga nell’età d’oro dell’astronautica.
Lo scopo di una stazione orbitante permanente è ovviamente quello di mettere a disposizione un laboratorio scientifico operante in condizioni di assenza di atmosfera: un equipaggio umano di astronauti e di tecnici può operarvi per un tempo indeterminato. La stazione può essere acceduta dall’esterno mediante una normale capsula tipo Apollo (americana) o Soyuz (russa), e questo permette l’alternarsi dell’equipaggio della stazione ad intervalli opportuni. Nel rispetto di uno schema che sembra riproporsi ciclicamente, come già avvenne agli albori dell’astronautica i precursori furono i sovietici, ma nello sviluppo di medio termine gli americani presero il sopravvento.

Il primo modello di Stazione Orbitante immesso in Orbita fu infatti la russa Salyut (1971), seguita a breve dalla Mir. Gli americani risposero con lo Skylab nel 1973, che si rivelò subito una stazione più funzionale e confortevole per i suoi abitanti. La grande svolta, a Guerra Fredda conclusa, fu costituita dall’immissione in orbita intorno alla Terra della ISS (Stazione Spaziale Internazionale), la cui prima sezione venne lanciata nel 1998. L’ISS, che a partire dal novembre 2000 ha sempre visto la presenza di due inquilini fissi, è il frutto di un progetto complesso e che per la prima volta nella storia ha visto la compartecipazioni delle Agenzie Spaziali Canadese, Giapponese e della Comunità Europea oltre che, ovviamente, di quella russa e americana. La Stazione, oggi già perfettamente funzionale, è tuttora in fase di assemblaggio; tra rinvii e difficoltà di vario genere si prevede che risulti completata non prima del 2010.

I problemi riscontrati riguardano da vicino lo Space Shuttle, il veicolo che costituisce la via di rifornimento (umana e tecnologica) naturale per l’ISS. Sviluppatosi già nel corso degli anni ’70, il progetto americano è il primo a prevedere l’utilizzo di una navicella riutilizzabile, vale a dire spinta nello spazio da un razzo a propulsione tradizionale e in grado di rientrare atterrando come un’aereo. Il primo Shuttle, il Columbia, completò con successo la propria missione il 12 aprile 1981. Si tratta di un veicolo molto più funzionale di quanto non lo fossero le vecchie navicelle impiegate nella corsa alla luna: uno Shuttle può comodamente ospitare un equipaggio di 7 persone, non solo astronauti ma anche personale tecnico non certo passato attraverso il massacrante addestramento subito da Armstrong & co. (gli astronauti spinti in orbita dai razzi Saturno dovevano sopportare accelerazioni pari fino a 11 volte la gravità terrestre!). Non a caso, sugli Shuttle hanno trovato posto anche semplici passeggeri, se non addirittura turisti, personaggi abbastanza facoltosi da potersi permettere un costosissimo passaggio nello spazio.

A fondamento del progetto Space Shuttle vi era la necessità di innalzare la soglia di sicurezza del volo, al tempo stesso – grazie soprattutto alla navicella recuperabile – abbassandone i costi. Ma sotto entrambi gli aspetti il progetto può definirsi un fallimento: infatti il programma è stato funestato da due tragedie, l’esplosione in volo della navicella Challenger in fase di decollo (28 gennaio 1986), e la disintegrazione del Columbia in fase di rientro (1° febbraio 2003). In entrambi i casi perirono i 7 membri dell’equipaggio, si trattò quindi delle massime tragedie della storia dell’astronautica (in particolare, fino al 1986 gli Stati Uniti potevano vantare di non avere perso neppure un uomo nello spazio). I costi di manutenzione elevatissimi dovuti alle severissime norme di sicurezza entrate in vigore proprio a seguito di questi due incidenti sono alla base del mancato ritorno economico del progetto.

Ma al di là dell’insuccesso tecnico, è l’incapacità di catturare l’immaginazione popolare ad avere sancito il sostanziale fallimento del progetto. Difficile ipotizzare che possa schiudersi a breve un’altra fase di ottimismo della volontà, capace di ridare slancio agli asfittici progetti astronautici degli ultimi 30 anni. Più facile allora pensare che possa essere il progetto in sè e per sè a farsi strada nell’immaginario collettivo. Forse – chissà – una “Missione Marte”, di cui si parla da tempo, potrà ridare al “Sogno di Icaro” quella dignità che ha perso da troppo tempo.

FINE SECONDA PARTE

Alessandro Moroni

L'uomo e lo spazio: la sfida infinita/1