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L'uomo e lo spazio: sfida infinita /1

Breve storia dell’astronautica, tra la Guerra Fredda e la Globalizzazione.

di Alessandro Moroni

Gli esseri umani sono sempre stati affascinati dal Cosmo
; penetrane i segreti, avventurarsi tra le stelle, popolare mondi nuovi: tutto questo ha sempre fatto parte del nostro immaginario collettivo. Il più noto fra i precursori dell’era spaziale fu senz’altro Jules Verne, che nel romanzo "Dalla Terra alla Luna" (1865) per primo prefigurò la conquista del nostro satellite. Il romanzo è peculiare per quanto oggi appaia anacronistico: un secolo prima dell’allunaggio reale le menti più fervide dell’emisfero occidentale ritenevano che il metodo migliore per spedire degli uomini sulla Luna fosse quello di costruire un cannone immenso e spararceli! D’altra parte, il contesto tecnologico dell’epoca era lontanissimo dal nostro: era l’epoca del gigantismo industriale, dei macchinari immensi, delle valvole, del motore a vapore. Lo sviluppo scientifico e tecnologico doveva in realtà prendere la direzione opposta, quella della miniaturizzazione, del calcolo digitale, del motore a razzo.

Il primo a descrivere in modo realmente scientifico la possibilità per l’uomo di spedire veicoli nello spazio fu il russo Konstantin Eduardovic Tsiolkovski. Nato a Ljevskoi nel 1857, docente di matematica e fisica, scrisse numerosi saggi sulla propulsione a reazione, nei quali teorizzò che un razzo potesse funzionare anche nel vuoto ed esaminò con grande rigore scientifico gli aspetti tecnici del volo spaziale. Per primo propose l’uso dei razzi a più stadi per raggiungere la velocità di fuga dal campo gravitazionale terrestre: anticipò perfino lo sviluppo delle stazioni spaziali e delle colonie.

Veniamo così al padre della missilistica moderna
, l’ingegnere tedesco Werner Von Braun. Il quale rischiò di essere immortalato esclusivamente tra i seminatori di morte: durante la Seconda Guerra Mondiale realizzò la celebre “V-2”, primo missile balistico a lunga gittata usato in combattimento, utilizzato dalla Germania nazista per bombardare Londra tra il 1944 e l’inizio del 1945. Le V-2 erano razzi totalmente controllabili, con massa a vuoto di 4.500 Kg, una gittata di oltre 300 Km e una velocità di 1585 metri al secondo. Alla fine della guerra si scoprì che Von Braun aveva già pronto il progetto di un missile a due stadi, in grado di volare al di sopra degli strati più elevati dell’atmosfera terrestre e di colpire New York! Il principio del razzo a più stadi doveva poi dominare incontrastato lo scenario dell’astronautica nei decenni a venire;

intuendo di trovarsi di fronte ad una personalità dal talento straordinario gli americani vincitori riuscirono a mettere le mani su Von Braun anticipando di poco i Sovietici e non si lasciarono sfuggire l’opportunità di “persuaderlo” ad emigrare negli Stati Uniti, offrendogli l’opportunità di mettere le sue capacità al servizio del Pentagono prima, e della costituenda NASA poi.
Ma i progressi più sensazionali nel corso del primo ventennio post-bellico sono stati tutti dei sovietici: con l’immissione in orbita del primo satellite artificiale (il celebre “Sputnik”) nel 1957 e, soprattutto, del primo astronauta, il maggiore dell’aviazione Yuri Gagarin, che compì un giro completo intorno al nostro pianeta a bordo della celebre “Vostok 1”, il 12 aprile 1961. Due anni dopo sarebbe toccato a Valentina Tereskova compiere 48 orbite intorno alla Terra a bordo della “Vostok 6”, divenendo così la prima donna ad aver volato nello spazio. Gli americani, all’epoca, annaspavano: si ricordano parecchi episodi di esperimenti di lancio falliti o abortiti e, dato il clima da Guerra Fredda che all’epoca imperversava, questo diede il via a una serie di soddisfatte rivendicazioni, da parte sovietica, inerenti la presunta superiorità tecnologica del loro modello socialista e collettivista, rispetto al sistema capitalistico americano. Superiorità destinata a durare poco: dopo la prima orbita “americana” compiuta da John Glenn nel febbraio del 1962 la NASA accelerò decisamente con il programma “Apollo”, basato su navicelle in grado di trasportare 3 astronauti spinti nello spazio dal missile “Saturno V”, un colosso a tre stadi alto come un grattacielo e realizzato dall’équipe avente ancora a capo il grande Von Braun.
Si stagliava all’orizzonte, dapprima indefinito e sommessamente dichiarato, in seguito sempre più nitido, l’obiettivo Luna. Poeti, navigatori, uomini di scienza, tutti nella storia dell’umanità sono rimasti affascinati dal nostro satellite, ben prima che romanzieri come Verne e Wells ne descrivessero l’immaginaria conquista. Ovviamente, come sempre quando si passa dalla letteratura fantasiosa alla concretezza di un progetto, le fredde cifre dei budget e dei target acquistano peso. Si pensò alla possibilità di sfruttare il nostro satellite come fonte mineraria e di materie prime, sia pure nell’incertezza dovuta alle scarse conoscenza del periodo. Trovarono spazio anche le ipotesi più balzane, come l’utilizzo della Luna come immenso deposito di scorie industriali e radioattive (idea poi ripresa da un serial TV che avrebbe fatto fortuna negli Anni ’70, “Spazio 1999”).

Ma, come spesso avviene in presenza di svolte epocali
della nostra storia, negli anni ’60 la pura e semplice motivazione della gara tecnologica tra USA e URSS, sullo sfondo di un confronto ideologico radicato e apparentemente infinito, funzionò da detonatore al di là di qualsiasi considerazione economica razionale e fondata; e anche al di là delle polemiche rinfocolate sul finire di quel decennio (allorchè esplose la contestazione nel mondo occidentale, con la conseguente crescita di sensibilità alle tematiche sociali) circa l’inutilità di investire risorse finanziarie sempre più ingenti in un sogno bizzarro come la conquista della Luna, piuttosto che in questioni più urgenti come la lotta alla fame, alle malattie curabili, al sottosviluppo.

Sta di fatto che sul finire del 1968 il mondo venne messo a rumore dall’impresa dell’ “Apollo 8”: l’immenso razzo “Saturno V” portò dapprima in orbita intorno alla Terra i tre astronauti Bormann, Lovell ed Anders; e successivamente con la spinta del suo terzo stadio permise loro di raggiungere la velocità di fuga (11 km/sec) dal campo gravitazionale terrestre proiettandoli verso la Luna, raggiunta dopo tre giorni e mezzo di viaggio. L’ “Apollo 8” orbitò intorno al satellite, riportando a casa le prime fotografie della sua “faccia nascosta”. Altri due missioni preparatorie e miranti a sperimentare il modulo appositamente studiato per l’allunaggio (il mitico “LEM”, scatolotto a forma di ragno che avrebbe popolato i sogni dei bambini di quegli anni, tra cui chi scrive!), e poi via alla grande impresa.

Il 21 luglio 1969 Neil Armstrong, comandante dell’“Apollo 11”, in una sequenza televisiva indimenticabile per chi potè seguirla in diretta, mise piede sulla Luna, nel luogo emblematicamente noto come “Mare della Tranquillità”. Con l’afflato profetico che sembra sempre ispirare chi si trova ad impersonare l’Uomo in un momento essenziale della sua storia, pronunciò la famosa frase “un piccolo passo per me, un grande passo per l’Umanità”. Si chiudeva anche un’epoca di grandi speranze e grandi illusioni, ma questo di certo il colonnello dell’aviazione americana Neil Armstrong non poteva immaginarlo; di sicuro, non in quel momento.

FINE PRIMA PARTE

Alessandro Moroni


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