Sermig

In carrozza o in carrozzina?

Un gruppo di amici che ha trascorso un pezzo di fine estate all'Arsenale ci ha raccontato della scelta che la loro comunità (parrocchia santa Sofia di Padova) ha deciso di intraprendere. La vogliamo condividere con voi perché queste storie di bene fanno bene.

PER ME E' STATA UNA SECONDA VOCAZIONE
Nei primi tempi dopo l'incidente avevo ancora la speranza di poter guarire completamente e di tornare alla vita di prima. Con il passare delle settimane, però, a poco a poco ho capito che le conseguenze erano più gravi di quelle che pensavo. A un certo punto i medici hanno concluso le loro osservazioni e mi hanno comunicato la prognosi: sarei rimasto tetraplegico. Ovviamente, è stata dura da mandar giù. Sostenuto però dall'affetto dei miei parenti e amici ho cominciato subito a pensare al mio futuro e a cosa avrei potuto fare, anziché pensare a tutto quel che non avrei più potuto fare.

Pensavo che forse avrei potuto riciclarmi come insegnante e studioso: in fin dei conti avevo lasciato l'insegnamento della teologia solo da tre anni. Di continuare a fare il parroco non se ne parlava proprio: non ero in grado nemmeno di fare la mia firma! Le visite, però, continuavano tutti i giorni suscitando la meraviglia degli infermieri e degli operatori che scherzando dicevano che se i miei ospiti avessero donato un euro ogni volta che venivano a trovarmi, si sarebbe potuto costruire un nuovo reparto dell'ospedale.

Un po' alla volta i parrocchiani hanno cominciato a tenermi informato di quel che accadeva a Santa Sofia, poi si è riunito il Consiglio Pastorale Parrocchiale in ospedale intorno alla mia carrozzina. Ad un certo punto mi hanno detto di aver scritto al vescovo e di essere poi andati da lui a chiedere che io potessi restare come parroco a Santa Sofia, ottenendo una risposta positiva. Per me è stata una "seconda vocazione": la tetraplegia comporta tante limitazioni e tante frustrazioni, ma è l'amore delle persone quello che rende bella e felice la vita. Perciò, anche se sono tetraplegico, per molti aspetti ora sono un uomo più felice di quanto lo fossi prima dell'incidente.
Sapere di essere un prete amato mi aiuta ad amare a mia volta e quindi, spero, ad essere un prete migliore.

Prego ancora di guarire nel corpo, ma credo che tutto il bene che ho ricevuto negli ultimi due anni abbia senz'altro guarito le ferite del mio spirito e mi abbia reso più libero. Non so se in futuro continuerò ad essere contento o come lo sono oggi, ma in fondo chi può saperlo? Cerco di vivere giorno per giorno: non mi chiedo per quanti anni resterò seduto sulla carrozzina, ma cerco di offrire al Signore l'attimo presente. Mi è stato di grande aiuto l'esempio di Giovanni Paolo II: se lui ha potuto fare il papa, io posso anche riuscire a fare il parroco. Anche l'esempio del mio amatissimo cardinal Martini mi è molto servito. Egli ricordava che nella tradizione induista arrivare a mendicare è il vertice dell'esperienza spirituale. Per me che devo chiedere quasi tutto è un pensiero che mi dà forza. L'unica cosa che mi preoccupa è il detto "In paradiso non si va in carrozza". Ci potrò andare in carrozzina?

don Giorgio Ronzoni

La seconda prima messa
Il 7 agosto 2011 don Giorgio, il nostro parroco, in seguito ad un incidente stradale, ha riportato un grave deficit motorio che lo ha costretto su di una carrozzina elettrica.
Dal giorno dell’incidente e nei lunghi mesi di degenza in ospedale per la riabilitazione una catena formata da amici, parenti e parrocchiani ha garantito a don Giorgio assistenza e tanto affetto. Già dalla prima settimana dopo il trauma iniziava un costante e fitto rapporto tra lui e noi parrocchiani: i responsabili dei gruppi, i catechisti, i membri del Consiglio Pastorale e del Comitato dei lavori (era in corso un importante restauro della nostra antichissima chiesa), con discrezione, ma regolarmente, lo aggiornavano su quanto avveniva in parrocchia e gli chiedevano consigli. Ogni settimana potevamo leggere un messaggio per noi sul bollettino parrocchiale, inizialmente decifrato dal linguaggio labiale e successivamente dettato a solerti amanuensi. La Comunità Parrocchiale sostenuta dalla forza d’animo e dalla fede di don Giorgio, ha avuto pochi dubbi sulla possibilità che potesse continuare la sua missione sacerdotale in parrocchia. Poteva esserci da parte sua un senso di inadeguatezza o la comprensibile paura di affrontare questa sfida ma, conoscendolo un po’, ci sembrava impossibile! Da parte nostra il suo ritorno in parrocchia sembrava ovvio: cosa poteva impedirlo? Barriere architettoniche, assistenza e aiuto per svolgere il ministero sacerdotale ci apparivano cose affrontabili con la buona volontà e l’affetto. Eravamo convinti che il ruolo del sacerdote all’interno della parrocchia fosse innanzitutto e soprattutto l’annuncio della Parola di Dio e che questa non potesse essere vincolata da gambe e braccia poco efficienti.

Così, nel dicembre 2011, il Consiglio Pastorale ha chiesto al Vescovo di mantenere don Giorgio come parroco della nostra Comunità.
Il 25 dicembre 2011 don Giorgio è tornato in parrocchia e ha potuto concelebrare durante la S. Messa di Natale: abbiamo vissuto questo momento nella preghiera riconoscente e nella gioia. Ma ancor più toccante e importante per tutti noi è stata la celebrazione della sua “seconda prima messa” con l’aiuto dei ministri straordinari della Comunione.

Ciò che volevamo e soprattutto ciò che don Giorgio fortemente voleva stava avvenendo: poter annunciare la parola di Dio tra noi e celebrare la S. Messa.
Ora che don Giorgio è stabilmente tra noi, stiamo imparando a convivere con le sue limitazioni fisiche cercando di superarle con lui, adeguandoci ai suoi ritmi e alle sue esigenze. La sua situazione particolare di dipendenza e di fragilità fisica ha creato dinamiche molto belle nella nostra parrocchia suscitando da parte di molte persone il desiderio di porsi a servizio della Comunità, di “dare una mano”, superando inevitabili difficoltà, personalismi e stanchezze. Crediamo che la realtà che stiamo vivendo nella nostra parrocchia sia un’opportunità preziosa da cogliere come un dono e da far fruttare per crescere nella fraternità e nella carità.

La comunità parrocchiale