Unici
Pubblicato il 04-04-2026
Paolo Ruffini all’Università del Dialogo Sermig
Cosa accadrebbe se il prossimo Presidente del Consiglio fosse Down? Parte da qui l’idea dell’ultimo libro di Paolo Ruffini “Io sono perfetto”. È la storia di Paolo, un politico ambizioso e disonesto che quando vede crollare la sua carriera per un caso di corruzione, decide di candidare Simone, suo fratello down, con l’idea di manovrarlo. Ma Simone non è manipolabile e la sua campagna – fatta di abbracci, sincerità e gentilezza – sorprende il Paese, e soprattutto Paolo. Una trama scritta con ironia e tenerezza, in un romanzo che ricorda una verità semplice: nessuno è normale, nessuno è diverso, siamo tutti unici e perfetti.
L’attore, regista e comico livornese ne ha parlato con i tantissimi giovani e adulti presenti all’incontro dello scorso 1 aprile all’Università del Dialogo del Sermig negli spazi dell’Arsenale della Pace di Torino. Volto noto del cinema e della televisione, Paolo Ruffini negli ultimi anni ha esplorato il mondo e le storie di chi normalmente viene messo ai margini: anziani, bambini, persone con disabilità.
Ecco alcuni spunti della serata. Un più ampio resoconto sarà pubblicato a breve nel numero di maggio del mensile NP Nuovo Progetto Sermig.
Come ti sei avvicinato a questi temi? Nel mio percorso ho voluto esplorare tutti questi ambiti, non perché abbia vissuto queste situazioni personalmente o conosca qualcuno che le vive, ma perché mi “diverto”. Uso questo termine nel suo senso etimologico: divergere, cambiare rotta, mettermi nei panni degli altri per creare qualcosa di sempre nuovo.
Incontrando questa umanità ho capito che il termine “speciale” non è il più adatto; la chiave per definirci è '”unicità”. È un concetto che riguarda tutti e non solo specifiche categorie. I ragazzi down non sono né migliori di me e nemmeno peggiori, non sono uguali a me né sono diversi da me: sono semplicemente unici come lo è ogni persona.
Come ti spieghi il successo dei tuoi spettacoli? C’era bisogno di parlare di questi temi?
Forse era urgente farlo. In questi anni ho cercato di promuovere un nuovo sguardo sociale sulla disabilità: non faccio beneficenza, i miei attori sono professionisti che hanno superato un provino e sono regolarmente assunti. Quella per me è la parità vera, e arriveremo ad una vera inclusione quando non dovremo parlarne più, quando la disabilità non dovrà essere “giustificata”.
Intervistando bambini e anziani hai toccato corde profonde. In questo gioco di reciprocità, cosa hai dato e cosa hai ricevuto a livello personale? Qual è l’insegnamento più importante che porti con te?
Questi incontri mi hanno lasciato molta più fiducia e ottimismo. Il mondo è decisamente più bello di quello che solitamente conosciamo, solo che la bellezza, spesso, resta nascosta. Trovo preoccupante che, in questo momento storico, il male non ci faccia più paura: scoppiano le guerre e non ci spaventiamo più. L’assurdo è che oggi a spaventarci sia il bene. Abbiamo paura della luce, mentre un tempo temevamo il buio e la nostra parte più oscura. Il grande inganno attuale è proprio questo: avere timore della bontà.
Redazione Unidialogo
Incontro integrale
Foto: Marco Maccarelli / Luca Periotto





