La fragilità all'improvviso

Pubblicato il 27-02-2026

di redazione Unidialogo

Alessandra Comazzi ospite all’Università del Dialogo

 

Un sabato sera qualunque, un piatto di spaghetti, un film alla televisione. Poi, il silenzio di un’alba che cambia tutto. «Alle 6 del mattino dopo ero tetraplegica». Inizia così il racconto di Alessandra Comazzi, storica firma della Stampa e critica televisiva, che giovedì 26 febbraio è stata l'ospite d'eccezione dell'Arsenale della Pace di Torino.

L'incontro dell'Università del Dialogo del Sermig ha affrontato un tema tanto universale quanto intimo: “La fragilità all’improvviso”. Alessandra non ha fatto la cronaca di una neuropatia acuta che ha stravolto una carriera e un'esistenza, ha descritto un faticoso ma anche luminoso percorso di rinascita durato tre anni, condividendo un’esperienza che siamo chiamati a vivere tutti in forme diverse...

“Il 7 gennaio del 2023 è successo che al termine di una giornata normale in cui tutte quelle attività normali, come sbucciare una mela, sono diventate impossibili. Improvvisamente ho cominciato a non usare più le gambe e le mani. Al mattino ero ufficialmente tetraplegica per una neuropatia in cui il sistema immunitario contrastando un virus ha attaccato le guaine mieliniche procurandomi severi danni agli arti. Mi sono sentita pienamente cosciente come dentro un sarcofago. Ho sentito la differenza tra l’anima e il corpo che non rispondeva a nessun impulso. Non rimanevo in nessuna posizione, come fossi di sabbia. La diagnosi arrivò subito e con la diagnosi anche il ricovero perché avevano paura che le paralisi si diffondessero al resto del corpo, con esito fatale.

Con cinque mesi di ricovero, è iniziata la mia nuova vita. Non è stato facile per me che sono sempre stata energica, mai stanca, sempre attiva. Poi la ripresa lentissima, per diversi mesi sono rimasta totalmente non autosufficiente, rientrata a casa non riuscivo ad accendere la luce da sola, volevo fare qualcosa ma il mio fisico bloccato me lo impediva. Ho imparato, attraverso un lungo percorso, ad accettare il mio corpo, a elaborare quasi il lutto di quello che avevo prima.

In questo stato di cose ho approfondito il significato delle parole speranza e fede. Durante la malattia ho ricevuto molto dalla mia famiglia, dai colleghi, dai medici. Ho sentito vicinanza e affetto, come vere ondate d’amore. Ora che mi sono ripresa voglio restituire quello che ho ricevuto raccontando la mia esperienza alle altre persone. Sono un po' danneggiata ma posso mettere a disposizione questa mia fragilità. Forse se sono sopravvissuta, c’è un motivo per cui sono restata su questa terra. Proprio narrare può essere la chiave. E poi c’è la speranza… da conquistare anche attraverso le persone che incontri che possono aiutarti a vedere quello che tu non riesce a cogliere.

Siamo in una cultura performante che insiste sempre sulle performance che devono essere sempre migliori. Vogliamo essere eternamente giovani, non vogliamo invecchiare perché vediamo nell’età che avanza solo debolezza. Noi non vogliamo accettare il nostro limite, mentre io non accetto la retorica della malattia come battaglia e del malato come combattente. Anche perché con questo lessico si perde sempre. bisogna avere uno sguardo diverso, stare vicino a chi soffre …”.
 

A cura della Redazione Unidialogo



Foto: Luca Periotto

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