Infinitamente piccoli
Pubblicato il 24-04-2026
Padre Roberto Pasolini ospite dell’Università del Dialogo
La dimensione interiore come elemento irrinunciabile della natura umana. Con un obiettivo: rientrare in se stessi per aprirsi davvero agli altri, nella costruzione del bene comune, della pace, della giustizia.
È stato questo il filo conduttore dell’incontro dell’Università del Dialogo del Sermig con padre Roberto Pasolini, predicatore della Casa Pontificia. L’incontro, in programma martedì 21 aprile negli spazi dell’Arsenale della Pace di Torino, ha avuto per tema “Infinitamente piccoli”.
Milanese, frate cappuccino e biblista, padre Roberto ha dialogato con i giovani e gli adulti dell’Arsenale della Pace, partendo dalla sua esperienza, durante una serata ricca di spunti di riflessione. Alcuni di questi li condividiamo qui.
Celebriamo gli 800 anni di San Francesco con il tema "Infinitamente piccoli". Il segreto della piccolezza risiede proprio nell'intreccio tra finito e infinito?
“Tentiamo spesso di definire gli aspetti della realtà, ma ci accorgiamo che manca sempre qualcosa. Se esaltiamo esclusivamente la piccolezza, sottolineiamo solo un elemento della nostra umanità, ma non esauriamo il tutto. Viceversa, se enfatizziamo troppo la grandezza, rischiamo di scivolare in un delirio di onnipotenza.
Credo che la sfida della nostra umanità sia scoprire come piccolezza e grandezza siano destinate a incontrarsi nell'esperienza quotidiana. San Francesco scopre questo equilibrio nel celebre incontro con il lebbroso. Inizialmente, Francesco aveva cercato di "diventare grande" seguendo le logiche del mondo: sognava di fare il cavaliere o di essere un mercante affermato. Poi, un giorno, incontrò persone "più piccole" di lui — ovvero più povere, malate e meno rilevanti agli occhi della società”.
Il titolo del suo ultimo libro, “Quello che siamo basta”, vuole ribadire questa integrità? L’essere umano non può essere guardato in modo frammentato?
“Nel mio libro rileggo l’avventura della regina Ester, una storia biblica che sembra quasi una favola: Ester è un’orfana che, nel contesto dell’esilio del popolo d’Israele, finisce per diventare regina di Persia. Tuttavia, la sua ascesa non è priva di insidie. Quando il malvagio Aman decreta lo sterminio del suo popolo perché un ebreo si era rifiutato di inchinarsi davanti a lui, Ester si trova davanti a un bivio. Il suo popolo la chiama in causa: deve gettare la maschera, rivelare la sua vera identità e intercedere presso il Re. Il titolo nasce proprio da qui; Ester, che inizialmente si nasconde dietro trucchi e abiti regali, scopre che la sua nuda verità è l’unica cosa necessaria per far progredire la storia.
La ricerca interiore richiede tempi lunghi, lontani dal "tutto e subito" dei giovani. Siamo pronti a questa pazienza? Come conciliare l'infinito che i giovani sentono con la propria finitezza?
“Oggi stiamo riscoprendo la necessità della fatica. Mi viene in mente l'ultimo libro di Mario Calabresi che parla proprio di questo e sta avendo molto successo: il fatto che un tema simile colpisca così tante persone significa che, dopo decenni di benessere e comodità che forse ci hanno un po' storditi, sentiamo il bisogno di ritrovare il valore dell'impegno. Le cose importanti richiedono fatica perché essa è la conferma che ciò che stiamo facendo ci interessa davvero; è il segno che non stiamo delegando la nostra vita a una macchina o a qualcun altro, ma che siamo noi a percorrere la strada. Quando c'è una passione, la fatica è solo la "faccia oscura" di una medaglia positiva: quello che stiamo imparando ci dà molto più di quanto ci toglie. Le scorciatoie, al contrario, non portano mai da nessuna parte…”
Foto: Renzo Bussio




