La sfida più grande

Pubblicato il 29-01-2026

di redazione Nuovo Progetto

Gli adulti e il loro compito educativo. L’analisi e i consigli di Alberto Pellai

«Ciò che ci caratterizza come essere umani è interrogarsi sul senso della propria esistenza.
L’età evolutiva è il tempo in cui possiamo costruire chi vogliamo essere, per questo è importante». Alberto Pellai sa di cosa parla. Medico, psicoterapeuta, scrittore, è uno dei principali esperti in Italia della vita dei bambini e degli adolescenti.
Nel suo ultimo libro Esci da quella stanza, l’appello ad accogliere fino in fondo le nuove sfide educative.
Al centro, quella generazione zeta sollecitata dalla vita reale, ma anche da quella digitale. Ne abbiamo parlato con lui durante l’incontro inaugurale della sessione 2025-2026 dell’Università del Dialogo.


Lei ne parla come di una generazione “cavia”. Perché?
È la generazione del telefonino diventato smartphone.
Tanti ragazzi lo ricevono durante la scuola media, ma quella scatoletta invece di ampliare il mondo, lo restringe. La loro vita non è più fuori, ma dentro una stanza con gravissime conseguenze sociali e personali.
Così la crescita del cervello, che si fonda sulle relazioni, si blocca, portandosi dietro ansie e paure. Gli ultimi studi lo confermano: il cervello in età evolutiva cresce meglio nel mondo analogico e non digitale. Questo significa non solo migliorare gli apprendimenti, ma anche avere effetti positivi sulla salute pubblica. A Singapore, per esempio, quasi il 90% dei bambini è miope, è cresciuta l’obesità.

Qual è l’età giusta per avere uno smartphone?
Di certo non a 9-10 anni.
Il problema è dare le cose giuste al momento giusto.
L’educatore deve “dosare” gli strumenti all’età e alle competenze di cui siamo dotati.
Uno smartphone donato a un bambino significa dotarlo di uno strumento che non ha limiti, è come dargli le chiavi di un’automobile, la stessa che guidano gli adulti.
Ma i bambini hanno le capacità per orientarsi? Hanno la capacità da soli di dire basta?

In un contesto del genere, come si alimentano i desideri?
Il desiderio è una parola chiave, è il motore della crescita. Fino a pochi anni fa l’adolescente sentiva il desiderio di uscire dalla propria comfort-zone. L’ignoto è il tuo futuro, ne hai paura, ma ti attira. Negli ultimi anni il desiderio di uscire nel mondo si è trasformato nel suo opposto. Se una volta il castigo era rimanere chiusi nella propria stanza, ora il problema è un altro. La vera “punizione” sarebbe staccare il wi-fi per farti uscire…

Uno dei tratti dell’adolescenza è il conflitto, ma anche la gestione della frustrazione, dei no, dei limiti. Oggi si fa fatica a vivere bene queste dimensioni?
Noi viviamo in una società che vuole la felicità a tutti i costi. Ma non è possibile eliminare la sofferenza, bisogna accompagnare i ragazzi con empatia. I genitori invece non riescono a sopportare e affrontare la sofferenza dei figli. È come se genitori e figli non riuscissero a vivere le loro emozioni perturbanti.
Il digitale con i suoi stimoli continui anestetizza la nostra vita interiore. Il digitale ci eccita, ci stimola, ci gratifica, ci evita la noia. Ma ci esclude dalla realtà che comporta la fatica e il limite. Quando esci dal digitale, provi allora un vuoto che è il punto di inizio della dipendenza.
Quando sei così abituato alle sostanze che si sviluppano con l’eccitazione non puoi farne a meno. Ecco allora il mito della perfezione degli influencer. Essere costantemente esposti alla narrazione di una vita glam e perfetta ci porta ad allontanarci dalla vita reale creando una condizione di frustrazione e impotenza. La rabbia nasce da qui, da una consapevolezza falsa sul valore della vita, forse qualcosa si muove e la considerazione sugli influencer sta cambiando perché stiamo diventando più critici.

L’altra faccia è un senso di impotenza diffuso tra adolescenti e giovani rispetto alle sfide del mondo e anche alla vita personale…
Anni fa quando si parlava di adolescenza si parlava di un senso di onnipotenza, anche a discapito della propria salute. Oggi è l’opposto, l’adolescente si percepisce impotente. Prima da dentro si “andava fuori” con onnipotenza, ora si torna dentro con paura. Bisogna allenarsi alla vita: primo capendo in quale campo da gioco devi cimentarti. Ma se il tuo campo da gioco è virtuale, è davvero il luogo giusto per crescere e formarti? Un secondo elemento, sono gli allenatori.

Come devono essere?
Il buon allenatore sa qual è lo spazio di crescita che ti manca e ti offre un metodo per migliorarti. L’allenatore non pone alibi, non deve preservarti dalla fatica ma deve spremerti per far uscire il meglio. L’allenatore è ritenuto insindacabile dai ragazzi perché ti sprona a farcela.
In questo tempo, dentro la fragilità del crescere abbiamo maturato purtroppo anche la fragilità dell’allenatore. Facciamo fatica a regolare e porre limiti. Terzo elemento sono i compagni di squadra. L’appartenenza a un gruppo con cui vivi è altamente sfidante. Non è il gruppo delle community in cui non conosci veramente nessuno, visto che tutti si nascondono dietro nickname.

Un altro tema è la distanza tra generazioni. Giovani e adulti fanno fatica a condividere e a capirsi. Come si colma questo divario?
Gli adolescenti a un certo punto non hanno più bisogno di un codice affettivo ma di un codice di adultità.
I giovani hanno bisogno di adulti appassionati che mostrino ai ragazzi cosa voglia dire diventare adulti realizzati.
I professori e i genitori devono mettere a disposizione dei ragazzi dei modelli di adultità. Perché i giovani non hanno bisogno di adulti amici, ma di punti di riferimento in caso di necessità.
L’adulto che fa le domande giuste è l’adulto che si pone in maniera corretta con un giovane. Lo ascolta e lo stimola. Ai ragazzi non piace l’adulto predicatore. L’adulto deve proporre una adultità desiderabile, capace di porre limiti, deve prendersi la responsabilità di educare anche a rischio dell’impopolarità, fare rete con altri adulti per fare squadra, capaci di fare la loro parte. Oggi siamo in crisi perché gli adulti non si fidano degli altri adulti, per cui va bene tutto. Fallisce così sul nascere l’alleanza educativa.

Come si rilanciano queste reti educative?
Accoglienza e non giudizio sono i passi fondamentale.
Gli educatori devono incontrare gli adulti-genitori, accoglierli nonostante la foga del guerriero che anima molti di loro. L’atteggiamento comune è lo scontro, il chiudersi nel proprio ruolo.
Dietro tanta rabbia, c’è però il desiderio di difendersi, c’è la paura di affrontare le fatiche delle relazioni con i propri figli. I genitori hanno paura del fallimento e per questo vogliono difendersi con la rabbia dalla loro frustrazione.
Bisogna disarmare le relazioni, capire che siamo sulla stessa barca e ci muoviamo nella stessa direzione.
I ragazzi hanno bisogno di sicurezza, di una strada. Se noi grandi siamo sicuri, anche loro lo saranno. È questa la sfida più grande.
 

Redazione Nuovo Progetto
Focus
NP novembre 2025

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