Afghanistan: i volti dimenticati
Pubblicato il 22-12-2025
Così scriveva Atiq Rahimi ne L’immagine del ritorno, mentre scendeva l’oscurità sull’Afghanistan tornato talebano da quel 15 agosto del 2021 al termine di un’offensiva iniziata nel maggio. Con la firma degli accordi di Doha e il ritiro delle forze in campo nell’operazione “Resolute Support Mission” (operazione Sostegno Risoluto), l’Afghanistan è precipitato nuovamente nell’oscurantismo medioevale proclamando il nuovo Emirato Islamico dell'Afghanistan, riportando così indietro le lancette dell’orologio.
Nei vent’anni precedenti al 2021, nuove generazioni sono cresciute, si sono formate per poter ritornare ad una normalità in un paese dilaniato da decenni di guerre.
Sono state riaperte le scuole con la possibilità per le ragazze di poterle frequentarle e di laurearsi – la musica, il teatro, come tutte le altre forme di arte sono ritornate a far parte di una società che lentamente cercava di adattarsi ai ritmi del nuovo millennio.
Con il nuovo regine dei Talebani, vent’anni dopo viene azzerato con un colpo di spugna il processo generazionale conquistato, soprattutto vengono cancellati tutti i diritti acquisiti dalle donne con le nuove leggi emanate dal Ministero per prevenire il vizio e promuovere la virtù, creato nel rispetto di un’interpretazione estremamente rigida della Sharia.
Di recente è stato imposto il veto per le donne di svolgere attività pubbliche nei saloni di bellezza o centri estetici, frequentare hammam o palestre, per quanto riguarda la vita sociale rimane in vigore di poter passeggiare nei parchi pubblici sempre accompagnate da una figura maschile della famiglia: il maharam, solo nei giorni in cui gli uomini non sono ammessi, anche se per la Polizia religiosa sarebbe meglio comunque che «le donne rimanessero in casa e non uscissero per strada negli orari in cui sarebbe loro concesso». Tra i nuovi divieti, forse quello più terribile è proprio quello sull’istruzione scolastica, a cui non è possibile alle bambine dopo i dodici anni di età di proseguire gli studi.
Secondo l’ONU in questi ultimi quattro anni di Governo Telaban il 78% delle donne e delle adolescenti afghane non è istruito, così come riporta l’UNICEF sono 2,2 milione le ragazze escluse dall’istruzione scolastica.
L’impedimento per le donne di poter lavorare in esercizi pubblici o esercitare una qualsiasi professione privata ha creato un’ingente disoccupazione, causando gravi problemi economici nel contribuire alla sopravvivenza della famiglia, precipitando così nell’abisso di una crisi senza precedenti, persino l’acquisto dei medicinali per i propri figli diventa una spesa troppo onerosa.
In un Paese con dogmi rigidamente patriarcali, anche le giovanissime bambine diventano merce di scambio e di sopravvivenza per la stessa famiglia, vendute o promesse in sposa già da molto piccole.
Nonostante nel Paese siano stati emanate dal Governo leggi sui “Vizi e Virtù”, rimane la contraddizione del gran numero dei Qala – le case di appuntamento dove vivono e si prostituiscono le donne per poche centinaia di afghani (moneta locale) alla ricerca di quella spicciola sopravvivenza per il vivere quotidiano. Nei Qala di solito vivono e lavorano 5 o 6 ragazze tutte molto giovani, in appartamenti fatiscenti nelle periferie dei grandi centri urbani – sui muri delle abitazioni il più delle volte si possono ancora vedere i segni lasciati dai proiettili e le finestre senza vetri ricoperte dai nylon disegnano ancora una volta la storia delle guerre passate in questo Paese.
Tutto intorno è visibile un totale degrado e non lascia dubbi sulla povertà di chi ci abita pur mantenendo un’apparente dignità. In un mondo patriarcale nascere donna segna per sempre il proprio destino con profonde e indelebili cicatrici disegnate sul corpo come quelle delle giovani ragazze ricoverate nei centri ospedalieri del Paese. Entrare al Burning Center Hospital di Herat, uno dei pochi specializzati per ustioni in tutto l’Afghanistan, bisogna farlo in punta dei piedi, con rispetto, ascoltare le storie di sofferenza che queste donne con un sottile filo di voce ti sussurrano all’orecchio nel raccontarti il loro dolore.
Sono storie dure di violenza, di soprusi, ognuna diversa dall’altra anche se il finale è quello disegnato dalle ustioni sui corpi deformati.
Sono bambine diventate donne dove nulla è stato risparmiato. Non è facile riprendere quei volti coperti dalle bende, non tanto per un senso di pudore e vergogna, ma bensì per il silenzioso rispetto che bisogna avere per non calpestare la loro dignità di donne ferite dalla mano dell’uomo. Alzare la fotocamera per inquadrare nel mirino i loro occhi è come se, si violentassero quei corpi dai volti tumefatti, anneriti e piagati dall'odio ancora e ancora un’altra volta.
Donne punite spesso nel momento in cui sono più indifese, nel sonno o mentre aspettano di raccogliere l'acqua al pozzo del villaggio. Gli sharioti, oscurantisti della legge islamica con le famiglie “offese”, non gettano l'acido per uccidere, ma per marchiare la sopravvivenza delle loro vittime, per farle vivere nella vergogna.
Sono donne i cui sogni, desideri, amori sono stati uccisi con loro. Le parole non sono sufficienti per descrivere le ferite, quelle sono cicatrice profonde che hanno segnato per sempre la loro vita.

Gulbhar, diciannove anni ha gran parte del corpo bruciato, le mani, la faccia e tutto il tronco. Un mattino, il marito l’ha cosparsa di liquido infiammabile e senza dire una parola le ha dato fuoco. «Oh Dio, ti prego di lasciarmi morire», così Gulbahar, sussurra con un filo di voce mentre le infermiere cercano di medicarle le gravissime ustioni. È stata accusata di aver tradito il marito con il vicino di casa, ma in realtà ha dovuto sottostare al volere della violenza brutale dell’uomo e il tribunale familiare ha eseguito la sentenza. Il suo nome Gulbhar significa “fiore di primavera” ed è la traslitterazione dall’antico persiano che non ha più potuto fiorire.
In uno stanzone nascosta dietro un paravento Zahara, quindici anni appena compiuti.Al posto degli occhi, solo due buchi con i bulbi oculari che fuori escono. La sua colpa è stata quella di rifiutare la proposta di un corteggiatore trentacinquenne. Durante il sonno i parenti del fidanzato respinto le hanno versato sul viso un bicchiere di acido delle batterie dell’automobile.
L’effetto è devastante sulla pelle, agisce rovinando il viso ma senza uccidere immediatamente. L'acido penetra fino alle ossa, intaccando i muscoli e divora tutto in pochi istanti, si perde la vista, si blocca il movimento facciale.
Nei migliori dei casi le vittime muoiono per la scarsità di cure adeguate o per infezioni sopraggiunte, mentre quelle che sopravvivono a volte preferiscono tentare il suicidio per mettere fine alle atroci sofferenze.
In una società patriarcale è proprio la bellezza di queste giovani donne, la loro sola e unica ricchezza che fa tanta paura agli uomini. Sono gli stessi padri o mariti che ogni anno sfregiano i volti di centinaia di donne e bambine afghane rubando per sempre la loro vita, lasciandole ai margini di una società non in grado di prendersene cura.
Non ci sono quasi mai parenti accanto alle vittime sfigurate. Solo in rari casi le mamme stazionano brevemente accanto alle figlie. Le stesse vittime si sentono “colpevoli” di aver trascinato nella vergogna disonorando la propria famiglia.
Zahara non sa darsi pace e continua a ripetere sottovoce: «mi hanno acidificato perché ho sbagliato». Stringe la mano della dottoressa francese, mentre con l’altra non smette di accarezzarle i capelli nel ricordo di come un tempo passava ore a prendersi cura di quei lunghi capelli nero corvini che nascondeva rigidamente sotto il burka.
Ora non ci sono più, bruciati dall’odio.
Nella stanza buia, dove neanche un raggio di sole filtra attraverso la finestra, le urla squarciano il silenzio, lunghe, dure e piene di dolore. Nei due letti vicini ci sono Nasreen, diciassette anni, e Saira poco più grande. Sono state aggredite e sfigurate da uomini in motocicletta con la sola colpa di voler andare a scuola.
Nasreen ha il volto come un manichino, ha perso la vista e attraverso le fasce che coprono la faccia risplendono soltanto dei bellissimi denti bianchi. L'acido ha sciolto la pelle come fosse una candela.
Non ci sarà futuro per queste donne, quando usciranno dall’ospedale saranno ripudiate dalla loro stessa famiglia e schernite al loro passaggio.
In Afghanistan circa 87% delle donne hanno subito almeno una volta nella propria vita violenza domestica e ogni anno sono migliaia i casi che si ripetono.
Cambia il colore dei turbanti che si alternano al potere, mentre per le donne sarà sempre più difficile riuscire in un prossimo futuro ad acquisire i propri diritti all’interno della società, saranno sempre di più costrette a subire soprusi, dimenticandosi persino anche i volti delle altre donne. Saranno lasciate al proprio destino, al margine di una società dove potranno solo riflettersi nella loro stessa ombra, rimanendo nell’oscurità del loro burka da dove spunterà solo una mano in attesa di un po’ di sopravvivenza elemosinata.
Testi e foto di Paolo Siccardi
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