Apriamo il cammino

Pubblicato il 01-12-2025

di Mauro Palombo

Bentiu, Sud Sudan: una Diocesi – 38mila kmq, 9 parrocchie – eretta un anno fa, in uno Stato che è l’ultimo nato al mondo. Realtà così giovani, ma con un’eredità di problemi antichi e opprimenti.

Un luogo remoto, quasi inaccessibile, estremamente povero, ma che abbiamo incontrato da vicino nell’amico vescovo mons. Christian Carlassare, comboniano, da venti anni nel Paese. Strade, infrastrutture, scuole, acqua potabile, cibo… manca tutto; la vita è difficile e dura: ma è comunque una Chiesa viva. La sua cattedrale di San Martin de Porres, fatta di legno e lamiere, è immagine fedele della virtù dell’umiltà, come la semplice sede diocesana in costruzione. Una Chiesa che cerca di fare famiglia, e di vivere la sua missione attraverso comunione e partecipazione di tutta la comunità. La condivisione apre il cammino.

La precarietà nella regione è figlia dell’isolamento e di mezzo secolo di guerra brutale – 2 milioni i morti, 4 milioni i profughi – per l’indipendenza prima, e quella civile dopo tra i due uomini forti del Paese e le rispettive etnie di riferimento; resiste oggi una fragile tregua. Come quello nel vicino Sudan, conflitti che sono scontri personali di potere tra leader, senza un contenzioso reale che possa essere sistemato. E alimentati da interessi economici e geopolitici di potenze regionali contrapposte. Le molte armi rendono facile lo scoppio di conflitti locali per l’accesso alle risorse.

Nonostante il suo “rango”, l’agglomerato di Bentiu è minuscolo, con la vicina Rubkona, 70mila del milione di abitanti della diocesi – una metà i cattolici. Ma l’adiacente campo profughi onu ne conta 140mila: dipendenti dall’aiuto umanitario, divenuto per deliberate scelte nel mondo “sviluppato”, estremamente incerto dall’immediato futuro.
La regione è anche un piccolo produttore petrolifero, ma la gente ne subisce piuttosto i danni ambientali. Migliaia di kmq di pianure sono inondate per l’esondazione dei fiumi, un tempo benefico nella stagione piovosa, ma ora amplificato in area e tempo dai devastanti cambiamenti climatici.

Molte le urgenze, forte la determinazione ad affrontarle: «Resistere, curare le ferite, prenderci cura l’uno dell’altro, agire con speranza»: per mons. Christian le chiavi per iniziare a cambiare una storia. Lo condividiamo pienamente, e vogliamo affiancarlo, per tutto quanto potrà essere possibile, nei progetti che via via verranno definiti.

Diverse le tante priorità, con in comune il tema della ”formazione”:
— Il 90% della popolazione ha meno di 40 anni, molti i bambini: occorrono scuole, con personale insegnante qualificato, più aule per ridurre il sovraffollamento, un pasto per i piccoli;
— In tempi brevi, nuovi pozzi nei villaggi, per disporre di acqua sicura per il consumo;
— Cura della salute, innanzitutto delle tante patologie letali ma del tutto trattabili;
— Alimentazione: maggiore sicurezza, sfruttando meglio ogni possibile risorsa. In una cultura orientata prevalentemente alla pastorizia, la coltivazione è poco sviluppata, anche nelle tecniche di base: sarà fondamentale avviare iniziative dove un produttivo utilizzo di ogni risorsa locale – coltivazioni, sementi, pascoli, pesca e piscicoltura – possa essere sviluppato, e trasmesso ai giovani delle varie comunità. Non mancano opportunità, per condizioni di vita più degne.
«L’Africa non è solo dolore, ma sete di pace. È una terra ferita, sì, ma non sconfitta». Siamo insieme.


Mauro Palombo
NP agosto / settembre 2025

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