La vita restituita

Il sì vero si fa possibile per la presenza del Signore.

di Rosanna Tabasso

 

I primi giorni di gennaio l'Arsenale di Torino si è popolato di famiglie che già da tempo seguono la spiritualità del Sermig e si ispirano alla restituzione come stile di vita. Sono venute con i loro figli, bambini e ragazzi, per riflettere su Parola e Presenza di Dio. L'incontro con le famiglie mi ha fatto ripensare la radice comune delle nostre vocazioni, differenti ma racchiuse in un'unica Fraternità: sposati, monache e monaci (tra i quali ora anche dei sacerdoti). L'amore che Dio ha messo nel nostro cuore è uno solo e la diversità in Dio è armonia, come lo è in tutto il creato: il sole e la luna non si fanno ombra l'uno con l'altro e in ogni angolo della creazione c'è completezza dell'uno con l'altro. Un uomo e una donna si innamorano e l'amore li spinge l'uno verso l'altra, per tutta la vita. Allo stesso modo, quando un uomo o una donna sentono la Presenza di Dio come l'incontro più bello dicono a Dio: sarò tuo per tutta la vita, correrò tutta la vita per Te, per darti gioia. Per un'esigenza d'amore la fedeltà accompagnerà questo sì, il sì crescerà per non deludere Dio che ha dato per primo la sua Parola. In un caso come nell'altro, l'amore è dono, non conosce l'abitudine, rende visibile l'amore che è Dio.

Gesù nascendo in una famiglia ha confermato questa logica di Dio. Ma crescendo nella consepevolezza di essere Figlio di Dio, Gesù ha scelto per sé un amore esclusivo per il Padre, senza mediazioni umane, così come sarà nell'Eternità. Da Lui la scelta di restituire interamente la vita a Dio nel celibato: essere totalmente per Dio e a suo nome per chiunque ci avvicini, specialmente i poveri e i giovani. Il Concilio la chiama "speciale consacrazione" ("coloro che, chiamati da Dio alla pratica dei consigli evangelici, ne fanno fedelmente professione, si consacrano in modo speciale al Signore, seguendo Cristo che, casto e povero (cfr. Mt 8,20 e Lc 9,58), redense e santificò gli uomini con la sua obbedienza spinta fino alla morte di croce (cfr. Fil 2,8). Così essi, animati dalla carità che lo Spirito Santo infonde nei loro cuori (cfr. Rm 5,5) sempre più vivono per Cristo e per il suo corpo che è la Chiesa (cfr. Col 1,24). Dal documento Perfectae Caritatis). Tutti siamo consacrati dal battesimo, tutti siamo chiamati secondo il nostro stato di vita a seguire Cristo povero, casto, ubbidiente. Chi lo segue sulla via di una speciale consacrazione non è migliore degli altri, semplicemente vive un amore indiviso, un'intensità d'amore che può raggiungere allo stesso modo chiunque lo avvicini. Vive tutto questo con umiltà e fiducia grande in Dio, perché sa che "il sì vero si fa possibile per la presenza del Signore", come ricorda la nostra Regola.

 

Da qui il termine che abbiamo scelto per definire lo stato di vita di chi è chiamato a una speciale consacrazione dentro la Fraternità della Speranza: monaco. Cioè colui che desidera essere mònos, unificato in se stesso, colui che - sul cammino tracciato dagli antichi Padri del deserto - "vuole una cosa sola": lasciar vivere Cristo in sé (Gal 2,20). Ma a differenza dei Padri del deserto, abbiamo scelto di fare della città il nostro deserto, luogo di ricerca di Dio, di carità verso i fratelli e di lotta contro il male che vorrebbe attanagliare noi e il mondo. Come scrive Ernesto alla Fraternità: "Nella mentalità comune il monaco, la monaca sono coloro che vivono sul monte, lontani dal mondo. Vorrei invece che il monaco e la monaca della Fraternità della Speranza portassero il monte in mezzo al mondo, fossero un pezzo di cielo sulla terra. Ho sempre pensato che la specificità dei nostri monaci sarebbe stata quella di indicare a tutti con la propria vita, con il proprio silenzio, le cose di Dio in modo semplice e trasparente. Solo se il concime si mescola alla terra, la feconda e la rende fertile: i monaci della Fraterniatà della Speranza non vivono separati dal mondo ma vivono continuamente alla Presenza di Dio".

 

Per bocca del profeta Isaia, Dio dice: "La mia casa si chiamerà casa di preghiera per tutti i popoli (Is 56,7). Così come gli Arsenali sono casa di preghiera per chiunque vi entri e si fanno casa per tutti i popoli, anche ogni monaco, ogni monaca che abita gli Arsenali cerca di essere nella sua persona casa di Dio, casa di preghiera dalle porte sempre aperte a chiunque incontri e dovunque si trovi, per le strade della città, in viaggio o negli Arsenali. Senza distinguersi con segni esteriori evidenti, per scomparire tra la gente come lievito nella pasta ed essere un semplice seme di speranza. Questa presenza discreta a fianco dei fratelli smarriti, angosciati, poveri desidera essere una presenza d'amore, di preghiera e di offerta, attenta a cogliere le necessità e rispondere prontamente ai richiami dello Spirito. Una presenza che opera per conto di coloro che avvicina. Lo sguardo di Maria è modello della nostra presenza nel mondo: uno sguardo amoroso, premuroso e vigile in ogni situazione. Insieme a lei e con il suo aiuto, come ci ricorda la nostra Regola, tutti cerchiamo "l'umile santità dell'amore"

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